A proposito dell’invito di Napolitano alle solite “larghe intese”

11 Apr

Giorni fa, nell’ambito di un convegno organizzato per ricordare Gerardo Chiaromonte, storico dirigente del PCI (Partito Comunista Italiano), il Presidente della Repubblica ha ricordato quanto avvenne nel 1976, allorché il PCI e la DC (Democrazia Cristiana), i due partiti che allora dominavano la scena della politica italiana, ebbero il coraggio, per uscire da una profonda crisi, di una scelta di larga intesa, che li portò a collaborare dopo decenni di netta opposizione.

Analogo coraggio, a parere di Napolitano, ci vorrebbe anche oggi, per uscire dal pantano nel quale ci troviamo.

A proposito di questa rievocazione storica fatta dal nostro Presidente della Repubblica nel tentativo di spingere gli schieramenti politici italiani a collaborare, in nome dell’interesse generale del Paese, ritengo che pensare di proporre un’analogia tra l’Italia del 1976 e quella di oggi significhi pensare che sia possibile comparare realtà non solo nettamente diverse tra di loro ma assolutamente incomparabili, esattamente come pretendere di voler mettere assieme “capra e cavoli”.

Ma come si fa a non rendersi conto delle trasformazioni intervenute nel mondo e nel nostro Paese dagli anni settanta ad oggi?

Forse perché, mentre il mondo è cambiato, il sistema politico italiano è rimasto fermo, chiuso nella sua pretesa immutabilità, insensibile a qualunque sollecitazione esterna.

Quello che invece vedo nell’invito di Napolitano alle “larghe intese”, al compromesso, al mettersi comunque d’accordo, senza tenere conto delle differenze, è la presenza di un elemento di continuità nella nostra classe politica, elemento fortemente connaturato col modo col quale questa intende la politica.

Questo elemento invariante, che torna sempre a galla, anche a distanza di tanti anni, lo vedo chiaramente nel comportamento dello schieramento politico che rappresenta la sinistra in questo Paese, nella sua incapacità di essere una vera alternativa, di rappresentare nei fatti un altro modo di occuparsi della cosa pubblica, e questo perché questo schieramento non è altro che l’altra faccia della stessa realtà italiana,  la cui classe dirigente (non soltanto quella politica) fa parte dello stesso, unico sistema, imperniato sulla collusione, sulla connivenza col potere.

Così come negli anni della cosiddetta prima repubblica il PCI, di cui Napolitano era un esponente di spicco, ha favorito, di fatto, il sistema di potere della DC, facendo finta di non vedere quello che era visibile a tutti e impedendo l’emersione di scomode verità, allo stesso modo il centrosinistra della cosiddetta seconda repubblica, di cui Bersani è un autorevole rappresentante, ha consentito che Berlusconi acquisisse e mantenesse il potere che ancora oggi gli consente di giocare il ruolo che più gli è congeniale.

Quanto a Bersani, persona sicuramente perbene, continua a dimostrare di non saper convincere, di non saper persuadere (essere capace di convincere della bontà delle proprie tesi è una dote essenziale di un vero leader), ma soprattutto dimostra di non avere la grinta che ci vuole per decidere, di non avere l’autorevolezza di un vero capo.

La realtà è che, più che un leader, Bersani dimostra di essere un follower (oltre che un fornitore di battute per Maurizio Crozza).

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