A proposito del mancato appoggio del PD a Stefano Rodotà

20 Apr

Molti italiani continuano a chiedersi, manifestando stupore, come mai il PD non abbia proposto Stefano Rodotà come Presidente della Repubblica e perché, poi, non abbia deciso di convergere sulla scelta del Movimento 5 Stelle, condivisa da SEL (partito che, tra l’altro, fa parte della stessa coalizione elettorale di cui fa parte il PD).

Al di là del fatto che a proporre Rodotà sia stato il Movimento 5 Stelle (del cui recente successo elettorale ancora oggi non sono state comprese le cause) e del metodo (ancora oggi avvolto da un fitto mistero) seguito per arrivare a tale scelta,  il motivo principale alla base del mancato appoggio del PD va individuato nel fatto che l’ex garante della privacy possiede, agli occhi del sistema dei partiti (e quindi anche a quelli della nomenklatura del PD), una caratteristica per questi assolutamente inaccettabile, quella di essere un vero garante della Costituzione, di essere realmente super partes, di non essere in alcun modo ricattabile, né controllabile e quindi di non essere in grado di garantire ai partiti il mantenimento del loro potere.

Ancora più grande è stato lo stupore manifestato in seguito al mancato sostegno, da parte di ben 101 elettori del PD, della candidatura di Prodi, proposto all’improvviso, e con una procedura assai poco trasparente, dopo il fallimento della candidatura di Marini.

All’origine di questo secondo stupore c’è il fatto che, ancora oggi, molti italiani ritengono, quando pensano al Partito Democratico, di avere a che fare con una realtà omogenea (pur con alcune diversità di vedute al suo interno), quando invece la realtà ha più volte dimostrato (fino all’allucinante spettacolo di questi ultimi giorni) che si tratta, proprio come la vecchia Democrazia Cristiana, di una composita comunità di persone, nella quale individui di specchiata onestà stanno assieme a personaggi di assoluta mediocrità (per non parlare di quelli che sono autentici mascalzoni), personaggi ai quali del bene comune, dell’interesse generale del Paese, non importa assolutamente nulla , impegnati come sono a curare unicamente il loro potere personale.

Risibile poi è stata la motivazione alla quale hanno fatto ricorso i dirigenti del PD per spiegare agli attoniti osservatori l’improvviso e inatteso cambio di strategia, nel passare dal nome di Marini a quello di Prodi: il bisogno di dare ascolto alla “base” del partito.

Alla base del totale fallimento di questa “seconda scelta” c’è un classico esempio di ragionamento errato, quello di considerare, in presenza di un sistema assolutamente disomogeneo, una parte, una piccola parte (i cosiddetti “grandi elettori”), rappresentativa del tutto (la cosiddetta “base”).

In ogni caso, alla luce dei miseri fallimenti delle due candidature (soprattutto quella di Romano Prodi), gli elettori del PD dovrebbero sottoporre i dirigenti del loro virtuale partito (virtuale perché il PD, più che un vero partito, ha più volte dimostrato di essere una semplice accozzaglia di fazioni) ad un pubblico processo, con l’imputazione di alto tradimento e vigliaccheria.

Il processo dovrebbe concludersi con la condanna all’esilio dalla scena politica.

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