Palermo muore sotto la spazzatura e tutti stanno a guardare

23 Apr

La cronica vergogna della spazzatura di Palermo, evidente segno di una città allo sbando, priva di amministratori degni di tale nome, di qualcuno che se ne prenda cura, sta assumendo in questi giorni aspetti sempre più allarmanti, da autentica calamità ambientale, il tutto nella più totale indifferenza dell’opinione pubblica, a cominciare da quella locale.

Al di là delle evidenti incapacità e inutilità dei suoi amministratori, autentici buoni a nulla (come minimo), questa vicenda fa emergere quanto questa città sia enormemente distante (non solo fisicamente) dal cuore del Paese, quanto sia ad esso estranea.

È interessante notare come questa decomposizione alla luce del sole avvenga nonostante che siano palermitani tanto l’attuale quanto il precedente Presidente del Senato (la seconda carica dello Stato).

Sembrerebbe un paradosso, mentre è la riprova del fatto che i cosiddetti rappresentanti politici palermitani se ne sono sempre fottuti della loro città.

Questa vergogna, segno di una situazione enormemente peggiorata nel tempo, mostra anche che quello che più manca ai palermitani, prima ancora del lavoro, prima ancora della giustizia, è la speranza del futuro, è il non poter sperare che domani possa essere migliore di oggi (non a caso nel dialetto palermitano il futuro non esiste).

Quello che più mi impressiona, guardando le fotografie che stanno circolando in questi giorni, non è tanto l’allucinante degrado della città dove sono nato quanto il fatto che i palermitani accettino passivamente di vivere in una simile situazione.

Ma cosa aspettano a manifestare in massa davanti al loro Comune, per chiedere conto del suo operato a quell’autentico campione di retorica che è Leoluca Orlando, l’inventore di quella pirandelliana categoria di percettori di stipendio rappresentata dai cosiddetti “lavoratori socialmente utili” (LSU), quello che ha costruito la sua carriera politica su un’antimafia parolaia? (è bene ricordare che è a lui che si rivolgeva Leonardo Sciascia quando parlava di “professionisti dell’antimafia” nella sua famosa intervista al Corriere della Sera, altro che Paolo Borsellino!).

Che cosa aspettano i palermitani a pretendere dai loro amministratori condizioni di vita rispettose della loro dignità di cittadini, da sempre calpestata, fino all’incredibile negazione del diritto alla salute?

Che cosa aspettano a presentare alla Procura della Repubblica una formale denuncia per attentato alla salute pubblica?

Che cosa aspettano a richiedere al Prefetto, quale rappresentante del Governo nazionale, l’immediato ripristino di condizioni igieniche e ambientali degne di una città civile?

So bene che è perfettamente inutile aspettarsi che a mobilitarsi sia la plebe o la moltitudine dei parassiti che vivono succhiando soldi alla Regione siciliana e alle altre istituzioni pubbliche locali, enormi mammelle da mungere.

Quella che dovrebbe muoversi è la parte sana dei palermitani, che esiste e resiste nonostante tutto.

Ma forse questa inconcepibile accettazione passiva di un degrado davvero spaventoso non è che la naturale conseguenza del fatto che i palermitani, in realtà, non sono mai stati veri cittadini, non hanno mai sentito la città dove vivono come una cosa loro.

Non è forse vero che nessuno degli splendidi monumenti della città è opera di palermitani?

Monumenti a proposito dei quali queste sono le parole usate da Don Fabrizio nel suo famoso colloquio con lo sgomento Chevalley: “questi monumenti del passato, magnifici ma incomprensibili perché non edificati da noi e che ci stanno come bellissimi fantasmi muti“.

Non è forse vero che i palermitani la loro città, anziché curarla, l’hanno selvaggiamente saccheggiata?

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