Ma tra inciucio e accordo c’è una bella differenza

25 Apr

Del discorso del secondo insediamento al Quirinale di Napolitano mi hanno colpito queste parole:

Il fatto che in Italia si sia diffusa una sorta di orrore per ogni ipotesi di intese, alleanze, mediazioni, convergenze tra forze politiche diverse, è segno di una regressione, di un diffondersi dell’idea che si possa fare politica senza conoscere o riconoscere le complesse problematiche del governare la cosa pubblica e le implicazioni che ne discendono in termini, appunto, di mediazioni, intese, alleanze politiche“.

Ho notato in esse una “strana” somiglianza con quelle contenute nella parte conclusiva dell’intervento di Massimo D’Alema alla direzione del PD del 6 marzo di quest’anno:

Un’ultima cosa: vogliamo liberarci dal complesso ossessivo, dalla malattia psicologica dell’inciucio? Badate, Antonio Gramsci diceva che la paura dei compromessi è una manifestazione di subalternità culturale, che serpeggia anche nelle nostre fila. Se c’è una cosa sicura su questa disgraziata Seconda Repubblica è che non è stato mai fatto nessun accordo, né segreto né pubblico e, infatti, moltissimi problemi non si sono potuti risolvere. Il fatto che, in un Paese dove da vent’anni le forze politiche non sono d’accordo su nulla, il dibattito pubblico sia dominato dall’ossessione dell’inciucio è segno di fragilità culturale“.

Da una parte regressione, dall’altra fragilità culturale, parole entrambe indirizzate a chi si ostina a manifestarsi contrario agli “inciuci”.

E non è certamente casuale il fatto che il richiamo agli accordi, alle intese, alle mediazioni, al compromesso, alle convergenze tra schieramenti opposti (?) provenga da personaggi accomunati dalla medesima radice culturale, frutti dello stesso albero.

Entrambi però non si chiedono il perché di questa ostilità (da parte di alcuni) verso l’inciucio, che tra l’altro assimilano erroneamente all’accordo.

Ad entrambi sfugge che l’ostilità nei confronti degli “inciuci” (che per molti non è ostilità nei confronti dei reali accordi) nasce dal fatto che i partiti della repubblica italiana, tra i quali quello della loro comune origine (che in questa materia ha fatto scuola), hanno troppo spesso stravolto, svuotandolo del suo significato proprio, il termine “accordo”, termine che in realtà sta ad indicare qualcosa di assolutamente naturale (per lo meno in una società che vuole considerarsi democratica).

Un accordo, per essere considerato tale, presuppone però il rispetto di alcune condizioni di base: per esempio, che avvenga alla luce del sole, che ne siano trasparenti i motivi e gli scopi, che entrambe le parti si muovano all’interno dello stesso campo, nel rispetto di regole condivise, che nessuno si trovi nelle condizioni di ricattare l’altro (costringendolo ad accettare condizioni normalmente inaccettabili).

In definitiva, non esistono accordi a qualunque costo e, soprattutto, non esistono accordi con chiunque.

A che cosa invece ci ha abituati la classe politica italiana?

A compromessi al ribasso, ad accordi “sotto banco”, mai alla luce del sole, a ricatti, a intimidazioni, a patti inconfessabili, a intese così “larghe” da includere soggetti che infrangono sistematicamente la Costituzione.

Ad “accordi” presi al di fuori del Parlamento, considerato dai politici di questo Paese un semplice luogo dove recarsi per formalizzare, come davanti ad un notaio, decisioni già prese altrove (in qualche stanza privata) e non come la sede deputata alla formazione delle leggi.

Ad accordi con autentici fuorilegge, come quelli che in più occasioni esponenti delle istituzioni italiane hanno concluso con la criminalità organizzata di questo Paese.

Per quanto riguarda infine il passo sopra ricordato del discorso di D’Alema, non è affatto vero che nella cosiddetta seconda repubblica  “non è stato mai fatto nessun accordo, né segreto né pubblico“.

Per rendersene conto è sufficiente ricordare l’allucinante intervento che il 28 febbraio del 2002 Luciano Violante fece alla Camera.

In quell’occasione questo esponente di primo piano della sinistra italiana dichiarò tranquillamente (senza preoccuparsi minimamente di cosa stavano ad indicare le parole che usò) che nel 1994 era stata data a Silvio Berlusconi piena garanzia che non sarebbero state toccate le sue televisioni. Aggiunse anche (per chiarire meglio il senso del suo intervento) che non avevano fatto la legge sul conflitto d’interessi e che avevano dichiarato eleggibile Berlusconi nonostante le concessioni a lui facenti capo.

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Una Risposta to “Ma tra inciucio e accordo c’è una bella differenza”

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  1. forme, Confalonieri smentisce inciucio Renzi Berlusconi | VIVERESCANNO.myblog.it - febbraio 20, 2014

    […] L’occasione forse è utile per chiare la differenza che c’è tra “inciucio” e “accordo”   (leggi unastoriasemplice). […]

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