Archive | maggio, 2013

A proposito dei funerali di Don Gallo

26 Mag

Sabato scorso, nella chiesa del Carmine di Genova, si sono svolti i funerali di Don Andrea Gallo, prete scomodo per antonomasia.

Il discorso tenuto per l’occasione dal cardinale Bagnasco non poteva evidenziare meglio, sia per i toni usati (piatti, burocratici) che per i contenuti (banali, con un riferimento quanto meno inopportuno, se non provocatorio, al cardinale Siri, che proprio dalla chiesa del Carmine, nel 1970, aveva cacciato Don Gallo, allora vice parroco di quella parrocchia), la distanza siderale che, non da oggi, separa la classe dirigente della Chiesa, istituzione gerarchica come nessun’altra, da alcuni sacerdoti che pure fanno parte della stessa composita comunità.

Molti osservatori, nel commentare quel che è accaduto sabato mattina all’interno della chiesa del Carmine, hanno rimarcato, quale segno della separazione tra l’istituzione Chiesa e il mondo reale (quanto meno di una sua parte), l’evidente incongruenza tra l’ordinarietà del discorso pronunciato dal cardinale e la straordinarietà dell’evento che si stava vivendo in quei momenti in quel luogo, per di più fortemente simbolico.

Questi osservatori, che nella loro superficialità hanno parlato di due chiese , non si rendono conto del fatto che il cardinale di Genova (anche capo dei vescovi italiani) e il prete fondatore della Comunità di San Benedetto al Porto appartengono alla stessa comunità, alla stessa chiesa.

Anche se appaiono come due realtà diverse, in realtà il cardinale e il prete rappresentano due mondi strettamente interdipendenti.

Se non fosse stato prete, se non avesse fatto parte della chiesa, della stessa chiesa dei cardinali Siri e Bagnasco, Don Gallo non avrebbe potuto fare il bene che ha fatto, non avrebbe potuto dare un nome a chi un nome non l’aveva (a conferma del fatto che per poter contribuire a cambiare una realtà bisogna farne parte, standone al di fuori non si combina nulla).

Allo stesso modo, se non fosse per preti come Don Gallo, la Chiesa non potrebbe continuare ad esercitare il proprio potere (e questo la Chiesa lo sa bene).

Il potere millenario della Chiesa si fonda infatti sul fatto che da una parte una grande quantità di esseri umani, soprattutto (ma non solo) quelli che soffrono, quelli che nella società occupano i gradini più bassi della scala sociale, ha bisogno di essere aiutata, di essere ascoltata, di sentirsi amata, di sentire qualcuno accanto e che dall’altra al suo interno ci sono anche persone come Don Gallo, Don Ciotti, Don Puglisi, Don Milani, che possiedono la capacità, il dono, di rispondere a questo insopprimibile bisogno d’aiuto, di prendersi carico di chi soffre.

Ma che fine ha fatto il pronome personale “tu”?

19 Mag

Questo pomeriggio, seguendo su Rai 3 la trasmissione “In mezz’ora”, avente come oggetto un’intervista di Lucia Annunziata a Matteo Renzi, ho sentito il giovane “rottamatore” che diceva, nel riferire alla giornalista alcuni commenti a proposito dell’esito delle primarie del centrosinistra, queste parole: “ah, se avessi vinto te“.

Al di là del contenuto di questa frase (alcuni avrebbero detto che se a vincere quelle primarie fosse stato Renzi anziché Bersani le cose poi sarebbero andate in modo diverso) ho notato la forma utilizzata dal sindaco di Firenze.

Ho notato, nel modo di esprimersi di questo giovane rappresentante delle istituzioni, quello stesso modo che, sempre più spesso, sento utilizzato in giro, nelle più diverse situazioni.

Frasi come: “io prendo una birra, cosa prendi te?”, oppure: “io vado al mare, te cosa fai?” sono ormai entrate a far parte del linguaggio di tante persone, giovani e no.

Ma che cos’è che fa parlare tante persone in un modo così ridicolo?

Forse il motivo che sta alla base di questo modo “libero” di parlare non ha a che fare soltanto con la grammatica, forse dietro c’è anche un’idea forte, ben piantata nella testa di tante persone, l’idea secondo la quale nella vita ci si può comportare come si crede, si può fare quello che si vuole, l’idea secondo la quale è “giusto” rifiutare qualsiasi legge, qualsiasi regola, qualsiasi norma, tutte cose che vengono evidentemente vissute come qualcosa che imbriglia, che imprigiona, la naturale “libertà” dell’individuo.

Com’è triste vivere nel Paese che ossequia uno come Giulio Andreotti

11 Mag

Devo dire che non sono rimasto affatto sorpreso da come, nella loro quasi totalità, i media italiani hanno commentato la notizia della morte di Giulio Andreotti.

E cosa ci si poteva aspettare da un’informazione asservita al potere come quella italiana, che per più di cinquant’anni ha fatto passare per argute osservazioni di un signore ricco di umorismo quelle che molto spesso altro non erano che delle autentiche banalità, dette da un personaggio che, proprio come il  giardiniere Chance di “Oltre il giardino”, è stato l’oggetto di un’incredibile sopravvalutazione?

Quanti sono i commentatori italiani che hanno affermato pubblicamente che Andreotti ha rappresentato il peggio del peggio, che si è trattato di un politico che anziché cercare di migliorare il suo Paese ne ha sempre assecondato il lato peggiore?

Quanti sono quelli che hanno detto che il divo Giulio ha impersonato come nessun altro personaggio la quintessenza del politico che sfrutta cinicamente i difetti dei cittadini, pur di ottenerne i voti, proprio come ha fatto, a partire dagli anni novanta, Berlusconi?

Per contare questi osservatori, capaci di raccontare la realtà per quella che è, credo che le dita di una mano siano più che sufficienti.

Il lato più incredibile della vicenda di Andreotti è che in questo Paese si sia considerato, e si continui ancora a considerare, degno di ossequi (e questo, si badi bene, anche da parte di chi ricopre le più alte cariche istituzionali) un signore che la Suprema Corte di Cassazione, vale a dire il vertice della giurisdizione ordinaria italiana, ha riconosciuto colpevole di aver “commesso sino alla primavera del 1980” il reato contestatogli nel 1993 dai magistrati di Palermo: partecipazione all’associazione per delinquere denominata Cosa Nostra.

Il reato che la Cassazione ha riconosciuto essere stato commesso da Giulio Andreotti fino alla primavera del 1980 risulta quello di “associazione per delinquere” e non di “associazione mafiosa” semplicemente perché nell’ordinamento giuridico italiano il reato di “associazione mafiosa” è stato introdotto soltanto nel 1982, dalla legge n. 646 del 13 settembre di quell’anno ( fino a quella data per i delitti di mafia si faceva ricorso all’associazione per delinquere).

Nella sentenza definitiva si ritiene provata la responsabilità di Andreotti di avere coltivato amichevoli relazioni con alcuni boss mafiosi, di avere loro palesato una disponibilità non meramente fittizia, di averli incontrati in più occasioni, di averli indotti a fidarsi di lui e a parlargli anche di fatti gravissimi (come l’assassinio del Presidente della Regione siciliana Mattarella, avvenuto a Palermo il 6 gennaio 1980), nella sicura consapevolezza di non correre il rischio di essere denunciati, di avere contribuito, col proprio comportamento, al rafforzamento di Cosa Nostra, inducendo negli affiliati dell’organizzazione criminale, anche per la sua autorevolezza politica, la sensazione di essere protetti al più alto livello del potere legale.

Va sottolineato che i fatti che la Cassazione ha riconosciuto essere stati commessi da Giulio Andreotti non sono stati dalla stessa Corte interpretati come semplice manifestazione di un comportamento solo moralmente scorretto, ma sono stati ritenuti invece indicativi di vera e propria partecipazione a Cosa Nostra.

Molti osservatori politici, manifestando una certa insofferenza verso l’indignazione che la figura di Andreotti ha sempre suscitato in tanti cittadini di questo Paese, dicono che a lui si deve comunque il benessere dell’Italia (il famoso “boom” dei mitici anni sessanta).

Nessuno di questi cosiddetti osservatori fa però osservare che quel famoso benessere è stato costruito a scapito delle generazioni che sono venute dopo, come questi anni hanno ampiamente dimostrato.

Proprio in quegli anni sono state infatti poste le basi di quel sistema che nei due decenni successivi avrebbe fatto aumentare in maniera incontrollata il debito pubblico, facendogli raggiungere i valori che tutti conosciamo.

Soltanto chi è in malafede o chi è irrimediabilmente portato a negare l’evidenza può non rendersi conto del fatto che Andreotti è stato il rappresentante di punta di quella classe politica che ha utilizzato la spesa pubblica come strumento per ottenere consenso elettorale, senza minimamente tener conto della provenienza dei voti.

Per non parlare del lato umano del personaggio, degno di figurare a pieno titolo nell’Inferno dantesco.

Ricordo qui soltanto due fatti, che dovrebbero servire, da soli, a far capire qual era il livello di questo signore:

1. per giustificare la propria assenza ai funerali di Carlo Alberto dalla Chiesa (ucciso a Palermo dalla mafia il 3 settembre 1982), disse: “preferisco andare ai battesimi” (salvo il fatto che poi partecipò a quelli di Salvo Lima);

2. riferendosi a Giorgio Ambrosoli, ucciso a Milano l’11 luglio 1979 su ordine di Michele Sindona, usò parole ancora peggiori: “se l’andava cercando”.

Se c’è però un elemento che più di ogni altro ha caratterizzato Andreotti è stato il fatto che, sebbene avesse sempre fatto parte della DC,  non è mai stato segretario di quel partito.

Pur vivendo in mezzo ai suoi compagni di partito, non era “uno di loro”; si è sempre comportato come se fosse (ma forse era davvero convinto di esserlo) in possesso di un mandato divino.

Andreotti è sempre stato infatti, più che un uomo dello Stato italiano, il rappresentante presso i governi della repubblica italiana di un altro Stato (il Vaticano), di quel potere cioè che da sempre condiziona questo Paese.

C’è però da dire che almeno la chiesa cattolica osanna Francesco d’Assisi o Giovanni XXIII, non Alessandro VI.

A proposito della tragedia del 7 maggio nel porto di Genova

9 Mag

L’incredibile tragedia accaduta la sera del 7 maggio all’interno del porto di Genova dovrebbe far capire a tutti (soprattutto a quelli che preferiscono “stare fuori”) quanto sia importante che all’interno dei luoghi dove vengono prese decisioni che condizionano la vita dei cittadini (e che a volte ne determinano la morte) ci siano persone in grado di guardare al di là del proprio naso, capaci di ragionare con la propria testa, libere da condizionamenti e soprattutto esterne al consolidato sistema degli affari di questo Paese.

Ovviamente, essere all’interno delle istituzioni (parlamento nazionale, consiglio regionale, consiglio comunale) non è una condizione sufficiente perché fatti come quello di martedì scorso non accadano, ma è certamente necessaria (a tal proposito, credo che in questo Paese di parolai la distinzione tra “condizione necessaria” e “condizione sufficiente” sia una distinzione assai poco chiara e che molte delle cause dell’eterno “girare a vuoto” al quale da tempo assistiamo nascano proprio da questa grave confusione).

Stare “fuori dal sistema”, e quindi non essere nelle condizioni di prendere decisioni, o d’incidere nella loro formazione, è assolutamente inutile, non serve a niente, anche se le idee che si propugnano sono le migliori di questo mondo.

Quello che ho fatto nel corso della mia carriera lavorativa l’ho potuto fare non perché avessi bene in mente cos’era giusto fare ma perché ho occupato posizioni di responsabilità che mi hanno consentito di fare quello che sapevo che era giusto fare.

Limitare l’uso delle auto private nei centri delle città, promuovere la raccolta differenziata dei rifiuti, arrestare la cementificazione del territorio, eliminare gli enormi sprechi che caratterizzano le nostre pubbliche amministrazioni (solo per fare alcuni esempi di scelte coerenti con un diverso e più intelligente stile di vita) sono tutte idee che devono tradursi in precisi atti di natura amministrativa, ed è dagli atti che compiono (o che non compiono) che si giudicano i cosiddetti rappresentanti del popolo.

Il recente, incredibile, disastro verificatosi nel porto di Genova conferma quanto sia necessario far parte delle istituzioni, cosa voglia dire trovarsi nelle condizioni di prendere decisioni utili (o di non farne prendere di insensate).

Occorreva che attorno al tavolo delle decisioni, quando si è avallato il progetto che prevedeva che la torre di controllo del porto fosse costruita in quel punto, proprio lì, sull’orlo della banchina, fossero presenti, avendone titolo, anche persone portatrici di buon senso, esterne al solito sistema di potere.

In quell’occasione questi portatori di buon senso e di nessun interesse (se non quello generale) avrebbero, per esempio, avuto la possibilità di chiedere ai progettisti della torre di controllo, visto che la manovra effettuata dalla Jolly Nero la sera del 7 maggio era, come affermato dalla compagnia alla quale la nave appartiene,  “un’usuale manovra di uscita dal Porto nel previsto bacino di evoluzione che anche le navi della Linea Messina, assistite, come nel caso della Jolly Nero, dai rimorchiatori e con il pilota a bordo, compiono con regolare frequenza” e visto che, nonostante ciò, il progetto prevedeva di collocare la torre proprio a filo della banchina, se fosse stata verificata la capacità di quella struttura di resistere all’urto di navi da 40.000 tonnellate, con velocità di 3,5 nodi (quella della Jolly Nero al momento dell’impatto).

Ovviamente, in caso di risposta non soddisfacente, quei portatori di buon senso avrebbero dovuto votare contro quella scelta progettuale ed informare tutta la comunità, nel caso di una decisione che non avesse tenuto conto delle loro osservazioni, delle conseguenze che da quella situazione sarebbero potute derivare.

Credo infatti che la prima, evidente, responsabilità di quanto accaduto al molo Giano di Genova la sera del 7 maggio sia da individuare nel non aver preso in considerazione le conseguenze della scelta di costruire quella torre proprio a filo della banchina.

E non mi stupirei affatto se tra quanti in questi giorni hanno espresso cordoglio e incredulità per quello che è successo dovessero esserci anche quelli che hanno consentito che si costruisse a filo della banchina quella torre di controllo.

Perché in Italia un reale cambiamento è impossibile

6 Mag

Forse mai come in questi ultimi mesi si è parlato tanto in Italia di cambiamento.

Non c’è personaggio pubblico che ultimamente non abbia detto che in Italia serve cambiare le cose.

C’è però un piccolo particolare: ognuno pensa ai cambiamenti di sua convenienza (o a quelli che interessano solo ad una piccola parte degli italiani), nessuno che pensi a quei cambiamenti che servono alla stragrande maggioranza dei cittadini di questo Paese.

Si tratta del solito vecchio scontro tra “interessi particolari” e “interessi generali”, sempre risoltosi a favore dei primi.

Nessuno, per esempio, che dica di voler cambiare la distribuzione del carico fiscale Irpef in Italia con una più equa, che tenga conto della differente posizione in cui si trovano gli italiani per i quali il pagamento di questa tassa avviene alla fonte (a cura del loro sostituto d’imposta) rispetto a quelli che invece l’Irpef la pagano sul reddito che dichiarano di possedere.

L’iniquità di un tale sistema è del tutto evidente: da una parte il reddito sul quale è calcolata (e pagata) l’imposta è certo, dall’altra è presunto (quello dichiarato è quasi sicuramente inferiore a quello realmente posseduto).

Il tutto risulta poi surreale se si tiene conto del fatto che tutto ciò avviene in un Paese che si caratterizza per una macchina dello Stato assolutamente inefficiente.

Nessuno (per fare altri esempi) che parli di ridurre drasticamente la differenza tra quanto costa un dipendente e quanto questo si mette in tasca a fine mese, nessuno che parli di affidare ad uffici pubblici competenze che oggi sono esclusivo appannaggio dei notai, nessuno che parli di eliminare i cartelloni pubblicitari che deturpano le nostre città, nessuno che parli di ridurre le interruzioni pubblicitarie che hanno ucciso i film trasmessi in televisione, ecc. ecc. (l’elenco sarebbe lungo).

Perché nessuno parla di questi “cambiamenti”?

Il fatto è che nel nostro Paese il cambiamento (intendo quello vero, quello che guarda agli interessi generali, non a quelli particolari) è sempre e solo evocato a parole, mai realizzato, va bene come oggetto di dibattiti, di seminari, di campagne elettorali.

Chiacchiere, nient’altro.

Qui non si tratta di cambiare il direttore d’orchestra (o magari qualcuno degli orchestrali), qui si tratta di cambiare genere musicale.

Ma per quale motivo siamo costretti a sentire sempre la stessa musica?

Secondo me, quello che da noi rende impraticabile il cambiamento è che chi lo proponesse penserebbe di realizzarlo col consenso generale, anche con quello di chi dal cambiamento verrebbe seriamente danneggiato.

A conferma del fatto che a prevalere in questo Paese sono sempre i cretini.

Pensare, per esempio, di fare una serie legge sul conflitto d’interessi cercando l’accordo di chi da quella legge verrebbe colpito non vuol dire solo evocare qualcosa di irrealizzabile, vuol dire semplicemente essere imbecilli.

Il problema è che gli italiani, come diceva Leo Longanesi, vogliono fare la rivoluzione col permesso dei carabinieri.

Viviamo in un sistema in cui gli interessi di pochi determinano il malessere di tanti

3 Mag

La politica di un Paese serio non dovrebbe ignorare i fatti, anzi dovrebbe a questi fare sempre riferimento, da questi prendere spunto.

Purtroppo viviamo in una società che sempre più tenacemente si ostina a non tener conto dei segnali che provengono dal mondo reale, tesa com’è ad imporci di vivere in un mondo virtuale, completamente distaccato da quello dei fatti concreti, che proprio per questo cerca in tutti i modi d’ignorare.

Un classico esempio di questo continuo tentativo di nascondere la realtà, d’ignorarla, di non tenerne conto, è rappresentato dal modo col quale viene affrontato il fenomeno che da anni sta mettendo in crisi il modello di vita di una parte considerevole del mondo.

Come è noto si tratta di una crisi che, contrariamente a quello che si vorrebbe far credere, solo in parte riguarda l’economia, essendo ormai sempre più evidente che ad essere entrato in tilt è un certo sistema di vita, del cui cattivo stato di salute la crisi economica è solo un sintomo.

Ed è proprio al profondo male di cui soffre questo sistema di vita che la politica dovrebbe far fronte, se solo ci fosse ancora una politica degna di questo nome.

Noto a tal riguardo come si presti poca attenzione al fatto che, davanti ai continui richiami ai rapporti “debito/PIL” e “deficit/PIL”, si continui a tentare di far passare il concetto (dietro il generico invito a tagliare le spese) che la strada maestra da percorrere sia quella che prevede il ridimensionamento del modello di Stato sociale comunemente indicato col termine welfare (modello per il quale sarebbe più corretto usare il termine “benessere sociale”), di quel modello cioè che caratterizza una società che voglia definirsi civile.

A questo proposito credo che, prima ancora di continuare nel comodo errore d’ignorare che negli anni la spesa sociale è degenerata, nel totale disinteresse generale, in spesa assistenziale (le due andrebbero invece tenute nettamente distinte), prima ancora di mettersi a ragionare su quali spese ridurre (o eliminare), si dovrebbe tener conto delle incredibili inefficienze della gestione della spesa pubblica di questo Paese: non solo si spende male, ma si spende troppo per cose inutili e troppo poco per cose realmente utili (per esempio per investimenti razionali).

La cosa singolare è che a soffrire maggiormente della crisi non sono affatto coloro che con le loro scelte scellerate hanno prodotto i guasti coi quali abbiamo a che fare o quelli che continuano a beneficiare delle tante inefficienze che caratterizzano la spesa pubblica italiana ma, per la stragrande maggioranza, a soffrire di più sono coloro che hanno subito e continuano a subire le conseguenze di quelle scelte scellerate.

La cosa poi assume carattere di autentica assurdità se si riflette sul fatto che a determinare le scelte che mirano a perpetuare nel tempo le condizioni che sono all’origine della crisi sono persone che vivono al di fuori del mondo che subisce le conseguenze di queste scelte.

Il dato sconcertante della faccenda è che i sacrifici vengano imposti da chi ne è esente (o meno coinvolto).

Il voto degli elettori non può essere considerato un assegno in bianco

1 Mag

Una delle più recenti polemiche innescate da Beppe Grillo ha riguardato il cosiddetto “vincolo di mandato” dei parlamentari italiani.

Dopo il forte richiamo col quale Grillo ha ricordato ai deputati ed ai senatori del Movimento 5 Stelle il loro dovere di rispettare in pieno, nel lavoro alla Camera ed al Senato, il programma da tutti loro liberamente sottoscritto, da tante parti si sono subito levate indignate grida di protesta in nome dell’autonomia dei parlamentari.

Gli indignati (e molto interessati) difensori dell’autonomia dei “rappresentanti del popolo” hanno ricordato a Beppe Grillo il contenuto dell’articolo 67 della nostra Costituzione, secondo il quale “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato“.

Nessun parlamentare può cioè essere considerato un mero esecutore della volontà altrui, un semplice strumento a disposizione del capo di un partito.

Relativamente al delicato rapporto tra delegato-eletto e delegante-elettore sono però dell’avviso che tra la posizione di Beppe Grillo (che vorrebbe introdurre il vincolo di mandato per i delegati-eletti) e il principio fissato dall’art. 67 della nostra Costituzione (nel quale viene sancita l’autonomia dei parlamentari) debba trovare spazio una posizione che introduca nella nostra Carta il principio secondo il quale chi ottiene il voto degli elettori non può comportarsi in modo diametralmente opposto a quello indicato nella promessa sulla base della quale ha richiesto e ottenuto quel voto, pena la decadenza del mandato di rappresentanza.

Se infatti è certamente chiaro che quello tra elettore ed eletto non è un normale rapporto contrattuale, dovrebbe essere altrettanto chiaro che il comportamento degli eletti non può andare in senso opposto alla volontà espressa dagli elettori che si rappresentano.

L’esigenza di aggiornare a tal fine la nostra Costituzione è resa ancora più evidente dal recente comportamento del PD, un autentico scandalo, un’incredibile anomalia mai verificatasi prima.

Dopo aver condotto la sua campagna elettorale sulla linea di una netta alternativa al PdL (“mai al governo col partito di Berlusconi”), il PD ha utilizzato i voti ottenuti sulla base di quell’impegno per mettere in atto un comportamento esattamente opposto a quello che gli aveva fatto ottenere quei voti.

Quanti dei voti ottenuti dal PD mancherebbero all’appello se in campagna elettorale i dirigenti di questo partito avessero detto a quelli ai quali chiedevano il voto che questo sarebbe stato poi utilizzato per poter dar vita ad un governo col PdL di Berlusconi?

Qui non è in discussione la legittimità della nascita del nuovo governo, qui è in gioco l’essenza stessa della democrazia.

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