Com’è triste vivere nel Paese che ossequia uno come Giulio Andreotti

11 Mag

Devo dire che non sono rimasto affatto sorpreso da come, nella loro quasi totalità, i media italiani hanno commentato la notizia della morte di Giulio Andreotti.

E cosa ci si poteva aspettare da un’informazione asservita al potere come quella italiana, che per più di cinquant’anni ha fatto passare per argute osservazioni di un signore ricco di umorismo quelle che molto spesso altro non erano che delle autentiche banalità, dette da un personaggio che, proprio come il  giardiniere Chance di “Oltre il giardino”, è stato l’oggetto di un’incredibile sopravvalutazione?

Quanti sono i commentatori italiani che hanno affermato pubblicamente che Andreotti ha rappresentato il peggio del peggio, che si è trattato di un politico che anziché cercare di migliorare il suo Paese ne ha sempre assecondato il lato peggiore?

Quanti sono quelli che hanno detto che il divo Giulio ha impersonato come nessun altro personaggio la quintessenza del politico che sfrutta cinicamente i difetti dei cittadini, pur di ottenerne i voti, proprio come ha fatto, a partire dagli anni novanta, Berlusconi?

Per contare questi osservatori, capaci di raccontare la realtà per quella che è, credo che le dita di una mano siano più che sufficienti.

Il lato più incredibile della vicenda di Andreotti è che in questo Paese si sia considerato, e si continui ancora a considerare, degno di ossequi (e questo, si badi bene, anche da parte di chi ricopre le più alte cariche istituzionali) un signore che la Suprema Corte di Cassazione, vale a dire il vertice della giurisdizione ordinaria italiana, ha riconosciuto colpevole di aver “commesso sino alla primavera del 1980” il reato contestatogli nel 1993 dai magistrati di Palermo: partecipazione all’associazione per delinquere denominata Cosa Nostra.

Il reato che la Cassazione ha riconosciuto essere stato commesso da Giulio Andreotti fino alla primavera del 1980 risulta quello di “associazione per delinquere” e non di “associazione mafiosa” semplicemente perché nell’ordinamento giuridico italiano il reato di “associazione mafiosa” è stato introdotto soltanto nel 1982, dalla legge n. 646 del 13 settembre di quell’anno ( fino a quella data per i delitti di mafia si faceva ricorso all’associazione per delinquere).

Nella sentenza definitiva si ritiene provata la responsabilità di Andreotti di avere coltivato amichevoli relazioni con alcuni boss mafiosi, di avere loro palesato una disponibilità non meramente fittizia, di averli incontrati in più occasioni, di averli indotti a fidarsi di lui e a parlargli anche di fatti gravissimi (come l’assassinio del Presidente della Regione siciliana Mattarella, avvenuto a Palermo il 6 gennaio 1980), nella sicura consapevolezza di non correre il rischio di essere denunciati, di avere contribuito, col proprio comportamento, al rafforzamento di Cosa Nostra, inducendo negli affiliati dell’organizzazione criminale, anche per la sua autorevolezza politica, la sensazione di essere protetti al più alto livello del potere legale.

Va sottolineato che i fatti che la Cassazione ha riconosciuto essere stati commessi da Giulio Andreotti non sono stati dalla stessa Corte interpretati come semplice manifestazione di un comportamento solo moralmente scorretto, ma sono stati ritenuti invece indicativi di vera e propria partecipazione a Cosa Nostra.

Molti osservatori politici, manifestando una certa insofferenza verso l’indignazione che la figura di Andreotti ha sempre suscitato in tanti cittadini di questo Paese, dicono che a lui si deve comunque il benessere dell’Italia (il famoso “boom” dei mitici anni sessanta).

Nessuno di questi cosiddetti osservatori fa però osservare che quel famoso benessere è stato costruito a scapito delle generazioni che sono venute dopo, come questi anni hanno ampiamente dimostrato.

Proprio in quegli anni sono state infatti poste le basi di quel sistema che nei due decenni successivi avrebbe fatto aumentare in maniera incontrollata il debito pubblico, facendogli raggiungere i valori che tutti conosciamo.

Soltanto chi è in malafede o chi è irrimediabilmente portato a negare l’evidenza può non rendersi conto del fatto che Andreotti è stato il rappresentante di punta di quella classe politica che ha utilizzato la spesa pubblica come strumento per ottenere consenso elettorale, senza minimamente tener conto della provenienza dei voti.

Per non parlare del lato umano del personaggio, degno di figurare a pieno titolo nell’Inferno dantesco.

Ricordo qui soltanto due fatti, che dovrebbero servire, da soli, a far capire qual era il livello di questo signore:

1. per giustificare la propria assenza ai funerali di Carlo Alberto dalla Chiesa (ucciso a Palermo dalla mafia il 3 settembre 1982), disse: “preferisco andare ai battesimi” (salvo il fatto che poi partecipò a quelli di Salvo Lima);

2. riferendosi a Giorgio Ambrosoli, ucciso a Milano l’11 luglio 1979 su ordine di Michele Sindona, usò parole ancora peggiori: “se l’andava cercando”.

Se c’è però un elemento che più di ogni altro ha caratterizzato Andreotti è stato il fatto che, sebbene avesse sempre fatto parte della DC,  non è mai stato segretario di quel partito.

Pur vivendo in mezzo ai suoi compagni di partito, non era “uno di loro”; si è sempre comportato come se fosse (ma forse era davvero convinto di esserlo) in possesso di un mandato divino.

Andreotti è sempre stato infatti, più che un uomo dello Stato italiano, il rappresentante presso i governi della repubblica italiana di un altro Stato (il Vaticano), di quel potere cioè che da sempre condiziona questo Paese.

C’è però da dire che almeno la chiesa cattolica osanna Francesco d’Assisi o Giovanni XXIII, non Alessandro VI.

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