Archive | luglio, 2013

La chiusura del museo Mandralisca: un altro pezzo di Sicilia che se ne va

30 Lug

La notizia della possibile prossima chiusura del museo Mandralisca di Cefalù è la migliore conferma del fatto che la mancata attenzione verso il patrimonio artistico di un luogo (e in generale verso il bello), in quanto segno evidente di mancanza di cultura, costituisce il substrato ideale per una cattiva amministrazione della cosa pubblica.

Come può infatti un amministratore pensare di far vivere bene i suoi cittadini, di farli vivere in un ambiente sano, se non capisce prima di tutto il valore del vivere in mezzo al bello?

E cosa rappresenta un museo se non il bello?

Che speranza di futuro si può mai dare a ragazzi che nascono e crescono in posti che amministratori indegni di gestire la cosa pubblica hanno trasformato in luoghi allucinanti, in luoghi dove si è consentita la costruzione di abitazioni oscene, tremendamente brutte, in luoghi dove l’ambiente è stato irrimediabilmente deturpato?

Che futuro possono mai avere dei ragazzi che vengono fatti crescere in mezzo all’inferno, ragazzi ai quali viene inculcata, giorno dopo giorno, la tremenda convinzione che quella che vedono intorno a loro sia una realtà “normale”, ragazzi ai quali viene negata la possibilità di sperimentare cosa voglia dire vivere in mezzo all’armonia, al bello, al pulito?

La chiusura (per di più nell’indifferenza generale, dato ancora più grave della stessa chiusura) di quello che è uno dei luoghi-simbolo dell’arte siciliana rappresenterebbe una sconfitta non solo per la cittadina di Cefalù ma per l’intera regione siciliana.

Per la Sicilia si tratterebbe peraltro della perdita di un ulteriore pezzo della sua storia millenaria, della sua identità, fenomeno questo che sembra però non inquietare più di tanto i suoi abitanti.

C’è però da aggiungere che la chiusura del museo Mandralisca sarebbe una sconfitta della cultura ancora più forte se si pensa che il museo di Cefalù è la sede del famoso “Ritratto d’ignoto marinaio”, di Antonello da Messina, vale a dire di una delle opere più celebri dell’intero Rinascimento italiano, con quel misterioso sorriso, che più siciliano non si può.

Ma non si vergognano i responsabili dell’amministrazione siciliana (a cominciare dal Presidente della Regione, che a parole dice di voler dare un futuro migliore ai siciliani) di questo ennesimo sfregio che verrebbe fatto alla terra dove vivono?
Cosa stanno facendo per impedire questa chiusura, che umilia la cultura (non solo quella siciliana) in uno dei suoi luoghi simbolo?
E poi si parla di puntare sui giovani!
Qui di seguito riporto il link per firmare la petizione contro la chiusura del museo Mandralisca:http://www.change.org/it/petizioni/impedire-la-chiusura-del-museo-mandralisca-di-cefal%C3%B9

Ma che senso ha essere orgogliosi di qualcosa di cui non si è artefici?

27 Lug

Spesso mi capita di sentire persone che rivendicano il diritto di vedersi riconosciuti meriti per cose delle quali in realtà non hanno alcun merito, che affermano di essere orgogliose di qualcosa che non è in alcun modo dipeso da loro.

Molti, per esempio, a proposito di quanti confondono l’essere contenti di qualcosa con l’esserne orgogliosi, considerano un loro merito quello di essere nati nel posto dove sono nati, come se nascere dove si è nati fosse dipeso da loro.

Il bello è che questi stessi paladini poi non fanno nulla per il posto dove sono nati, salvo attaccare, in nome di uno spirito campanilistico tanto provinciale quanto retorico, chi muove osservazioni critiche circa lo stato d’incuria in cui versano molti dei posti più belli del nostro Paese.

Anziché accampare meriti inesistenti, inviterei chi è nato in un luogo carico di storia, ricco di splendidi monumenti, testimonianze di lontane epoche felici, a sentirsi caricato di una grande responsabilità, quella di preservare le bellezze tra le quali, senza alcun merito, si trova a vivere.

Non ho mai capito i veri motivi alla base di questo atteggiamento, soprattutto non riesco a capire dove stia il merito di essere nati in un posto anziché in un altro, come si possa essere orgogliosi di una cosa che ci vede soltanto come soggetti passivi.

Ma non è più logico essere orgogliosi dei risultati ottenuti (per esempio nello studio, nel lavoro) grazie al proprio impegno, alle proprie energie, al proprio lavoro?

Le cose che dovrebbero inorgoglirci sono quelle che ci vedono protagonisti attivi, artefici diretti della loro esistenza: avere attirato l’attenzione di una persona alla quale teniamo molto, avere suscitato l’interesse verso ciò che diciamo, avere risolto un rebus particolarmente complicato o un sudoku diabolico, essere riusciti a cogliere in una foto un attimo particolare, una scena suggestiva, avere scoperto il perché di un fenomeno, aver creato qualcosa d’importante, essere riusciti a trovare le parole giuste per esprimere un concetto importante.

I genitori possono essere orgogliosi dei loro figli (se li hanno “tirati su” a modo), i figli possono invece ritenersi fortunati di avere avuto dei genitori a modo; un professore può essere orgoglioso di essere riuscito a trasmettere ai suoi alunni l’amore per lo studio, la voglia di conoscere, i suoi alunni possono ritenersi fortunati di averlo avuto come loro professore.

Quello che poi mi appare ancora più inconcepibile è il fatto che, quasi sempre, chi vive come un suo merito (di cui andare fiero) l’essere nato dove è nato crede che il mondo sia limitato a quel luogo (non importa se piccolo o grande, se famoso o sconosciuto, se bello o brutto) e mostra di non avere la curiosità di conoscere cosa c’è oltre.

Voglio fare notare che tenere questo atteggiamento nei confronti del mondo che sta intorno a noi significa non solo vivere in una prigione (e già questo dovrebbe far riflettere a fondo) ma, soprattutto, significa privarsi del piacere che solo la conoscenza può dare (e questo è davvero imperdonabile).

Da parte mia, devo dire che non riesco a non considerare miei quei posti che suscitano in me delle emozioni, posti nei quali mi sento bene, posti che mi danno la piacevole sensazione di sentirmi a casa (indipendentemente da dove sono nato).

Ed è proprio quella di sentirmi a casa, di sentire miei certi luoghi, la piacevole sensazione che provo quando vivo le emozioni che mi dà percorrere a ottobre la strada dei vini dell’Alto Adige (la splendida Weinstraße), oppure andare su e giù per le Langhe, o ancora ammirare i paesaggi da cartolina della Val d’Orcia, la spettacolare vista delle Alpi occidentali che si gode dal Colle San Carlo, lo splendido quadrato di piazza Unità di Trieste, la magica piazza Duomo di Siracusa, la maestosità di Monte Cofano, il tempio di Segesta, fare il bagno nel mare blu di Punta Chiappa, vedere in piena notte la luce naturale prodotta dallo Stromboli in eruzione o quella artificiale dei fari di Linosa, di Cariddi, di Scilla.

Rivendicare il merito di qualcosa che ci vede semplici spettatori, attribuirsi meriti che in realtà sono di altri (sfruttando la situazione in cui ci si trova per puro caso), mi ricorda la famosa scena del topolino che, stando comodamente seduto sulla testa di un grosso elefante che corre nella giungla, grida ad un leone svegliato dal rumore prodotto da quell’avanzata: vedi che casino stiamo combinando?

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12 Lug

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