Ma che senso ha essere orgogliosi di qualcosa di cui non si è artefici?

27 Lug

Spesso mi capita di sentire persone che rivendicano il diritto di vedersi riconosciuti meriti per cose delle quali in realtà non hanno alcun merito, che affermano di essere orgogliose di qualcosa che non è in alcun modo dipeso da loro.

Molti, per esempio, a proposito di quanti confondono l’essere contenti di qualcosa con l’esserne orgogliosi, considerano un loro merito quello di essere nati nel posto dove sono nati, come se nascere dove si è nati fosse dipeso da loro.

Il bello è che questi stessi paladini poi non fanno nulla per il posto dove sono nati, salvo attaccare, in nome di uno spirito campanilistico tanto provinciale quanto retorico, chi muove osservazioni critiche circa lo stato d’incuria in cui versano molti dei posti più belli del nostro Paese.

Anziché accampare meriti inesistenti, inviterei chi è nato in un luogo carico di storia, ricco di splendidi monumenti, testimonianze di lontane epoche felici, a sentirsi caricato di una grande responsabilità, quella di preservare le bellezze tra le quali, senza alcun merito, si trova a vivere.

Non ho mai capito i veri motivi alla base di questo atteggiamento, soprattutto non riesco a capire dove stia il merito di essere nati in un posto anziché in un altro, come si possa essere orgogliosi di una cosa che ci vede soltanto come soggetti passivi.

Ma non è più logico essere orgogliosi dei risultati ottenuti (per esempio nello studio, nel lavoro) grazie al proprio impegno, alle proprie energie, al proprio lavoro?

Le cose che dovrebbero inorgoglirci sono quelle che ci vedono protagonisti attivi, artefici diretti della loro esistenza: avere attirato l’attenzione di una persona alla quale teniamo molto, avere suscitato l’interesse verso ciò che diciamo, avere risolto un rebus particolarmente complicato o un sudoku diabolico, essere riusciti a cogliere in una foto un attimo particolare, una scena suggestiva, avere scoperto il perché di un fenomeno, aver creato qualcosa d’importante, essere riusciti a trovare le parole giuste per esprimere un concetto importante.

I genitori possono essere orgogliosi dei loro figli (se li hanno “tirati su” a modo), i figli possono invece ritenersi fortunati di avere avuto dei genitori a modo; un professore può essere orgoglioso di essere riuscito a trasmettere ai suoi alunni l’amore per lo studio, la voglia di conoscere, i suoi alunni possono ritenersi fortunati di averlo avuto come loro professore.

Quello che poi mi appare ancora più inconcepibile è il fatto che, quasi sempre, chi vive come un suo merito (di cui andare fiero) l’essere nato dove è nato crede che il mondo sia limitato a quel luogo (non importa se piccolo o grande, se famoso o sconosciuto, se bello o brutto) e mostra di non avere la curiosità di conoscere cosa c’è oltre.

Voglio fare notare che tenere questo atteggiamento nei confronti del mondo che sta intorno a noi significa non solo vivere in una prigione (e già questo dovrebbe far riflettere a fondo) ma, soprattutto, significa privarsi del piacere che solo la conoscenza può dare (e questo è davvero imperdonabile).

Da parte mia, devo dire che non riesco a non considerare miei quei posti che suscitano in me delle emozioni, posti nei quali mi sento bene, posti che mi danno la piacevole sensazione di sentirmi a casa (indipendentemente da dove sono nato).

Ed è proprio quella di sentirmi a casa, di sentire miei certi luoghi, la piacevole sensazione che provo quando vivo le emozioni che mi dà percorrere a ottobre la strada dei vini dell’Alto Adige (la splendida Weinstraße), oppure andare su e giù per le Langhe, o ancora ammirare i paesaggi da cartolina della Val d’Orcia, la spettacolare vista delle Alpi occidentali che si gode dal Colle San Carlo, lo splendido quadrato di piazza Unità di Trieste, la magica piazza Duomo di Siracusa, la maestosità di Monte Cofano, il tempio di Segesta, fare il bagno nel mare blu di Punta Chiappa, vedere in piena notte la luce naturale prodotta dallo Stromboli in eruzione o quella artificiale dei fari di Linosa, di Cariddi, di Scilla.

Rivendicare il merito di qualcosa che ci vede semplici spettatori, attribuirsi meriti che in realtà sono di altri (sfruttando la situazione in cui ci si trova per puro caso), mi ricorda la famosa scena del topolino che, stando comodamente seduto sulla testa di un grosso elefante che corre nella giungla, grida ad un leone svegliato dal rumore prodotto da quell’avanzata: vedi che casino stiamo combinando?

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