Archivio | agosto, 2013

Non c’è niente di più triste che abituarsi al brutto

29 Ago

La pre-apertura della Mostra cinematografica di Venezia di quest’anno è stata dedicata alla proiezione dell’edizione restaurata di uno dei più bei film della storia del cinema italiano, “Le mani sulla città”, uscito nel 1963.

In quel film Francesco Rosi denunciava la devastazione di Napoli prodotta dalla speculazione edilizia e faceva vedere come questa fosse il prodotto di una realtà marcia, il risultato di un profondo intreccio tra la “famiglia” dei politici e quella dei costruttori.

Veniva mostrato come tutto nascesse all’interno del consiglio comunale, dove venivano messi a punto piani regolatori piegati agli interessi degli speculatori.

Proprio in quegli anni a Palermo, l’altra “capitale” dell’Italia meridionale, era in pieno svolgimento quello che poi sarebbe passato alla storia come il “sacco di Palermo”.

Quell’enorme operazione delittuosa, che ha sfregiato per sempre la città, ha prodotto un risultato doppiamente negativo: non solo ha privato i palermitani della vista del bello ma, con quegli orribili palazzoni che hanno preso il posto di antichi giardini, li ha abituati al brutto.

Camminando oggi per le strade di  Palermo e avendo cura, mentre lo si fa, di non limitarsi a guardare dove si mettono i piedi, ma di volgere in alto lo sguardo, è possibile, attraverso piccoli ma significativi dettagli, cogliere i segnali del degrado subito dalla città a partire dalla metà degli anni cinquanta del secolo scorso.

Invito i miei lettori palermitani ad osservare, per esempio, lo stato dei balconi dei palazzoni che si trovano nella zona situata a nord di via Empedocle Restivo, verso Sferracavallo (viale Strasburgo, via dei Nebrodi, via Monte San Calogero, via Monti Iblei, ecc.).

È uno spettacolo raccapricciante, penoso, sembra di vedere il risultato di un bombardamento.

Camminare lungo le strade di questa zona di Palermo è un po’ come camminare lungo i corridoi di un museo, un museo (a cielo aperto) molto particolare, nel quale sono esposte le “opere” di una “scuola di pensiero”.

Simbolo di questa “scuola di pensiero” è l’abbattimento del Villino Deliella, costruzione che sorgeva in piazza Francesco Crispi (ci troviamo nella zona che i palermitani chiamano “le croci”).

Quell’atto di inaudita violenza, che eliminò dalla città una delle opere superstiti dell’architetto Ernesto Basile, ebbe luogo tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre del 1959; sono proprio quelli gli anni che hanno segnato la svolta, svolta dalla quale Palermo non si è più ripresa.

Tra i tanti danni prodotti da quella “scuola di pensiero”, quello che considero il più grave non è tanto quello quantitativo (l’abnorme numero di palazzoni costruiti) quanto quello qualitativo (come sono stati costruiti).

A Palermo, a partire dalla metà degli anni cinquanta del secolo scorso, ha preso il sopravvento la speculazione più becera, più violenta (quella che lucra sulla qualità dei materiali, quella che ricorre, sfruttandoli, ad esecutori improvvisati, quella alla quale non importa un bel nulla di costruire a regola d’arte, di guardare alla bellezza di ciò che si costruisce).

La città ha perso, assieme alle sue ville, l’abitudine alle cose ben fatte, all’armonia, alla bellezza ed ha cominciato ad abituarsi alle cose senza qualità, ad essere circondata dal brutto, ad essere più povera.

Molti, nelle cui tasche, grazie alla speculazione edilizia, è improvvisamente entrata una montagna di danaro (quelli, per esempio, che possedevano terreni nella zona dove di più si è materializzato il “sacco di Palermo”) si sono illusi, e continuano a illudersi, di avere fatto il salto, di essere “cresciuti”, anche socialmente.

Quello di cui non ci si rende più conto è che crescere è una cosa ben diversa, che non ci si può improvvisare, in nessun settore (dall’edilizia alla moda, dalla scrittura alla ristorazione).

Si cresce solo studiando, leggendo, approfondendo gli argomenti, confrontandosi con gli altri, viaggiando.

Natura non facit saltus, e invece molti, in pochissimi anni, sono passati dalla zappa al tablet.

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L’eterno bisogno di un idolo da adorare

26 Ago

Nel libro dell’Esodo (il secondo dei primi cinque libri della Bibbia) si narra che, dopo l’uscita degli Ebrei dall’Egitto, mentre Mosè si trovava sul monte Sinai (sul quale era salito per parlare con Dio), una moltitudine di non Ebrei che si erano uniti al popolo d’Israele, credendo che il profeta non ritornasse più, chiese ad Aronne di fabbricare un dio che li guidasse, in sostituzione di Mosè.

Fu così fabbricato un vitello, il famoso vitello d’oro.

In effetti quello che nel libro dell’Esodo viene chiamato “vitello” era in realtà un toro; questo era infatti l’animale sacro al popolo degli Egizi (per i quali rappresentava il dio Api) ed era pertanto logico che, dovendo costruire un dio, chi aveva vissuto per tanto tempo in Egitto facesse riferimento a quell’animale-simbolo.

A proposito di quell’episodio della Bibbia credo che valga la pena di osservare che in quell’occasione ad essere ritenuto colpevole non fu soltanto chi costruì il vitello d’oro ma tutto il popolo d’Israele, colpevole di essersi limitato a guardare e di non essere intervenuto per impedire che si compisse quel grave peccato.

Ho voluto ricordare quel famoso episodio per dire che già da tempo dovrebbe essere chiaro che le masse adoranti di fedeli sostenitori sono l’espressione di un comportamento umano largamente diffuso, molto di più di quanto comunemente si pensi.

Il bisogno di adorare può riguardare tanto qualcuno quanto qualcosa e porta in ogni caso alla generazione di simboli, di qualcosa cioè che svolga la funzione di significante.

I simboli verso cui indirizzare questo bisogno di adorare, di essere guidati, possono essere rappresentati tanto da persone (viventi e non) quanto da cose inanimate (dal totem al web).

La tendenza all’idolatria (come quella alla violenza) è da sempre presente negli esseri umani (anche se spesso l’idolatria viene presentata con un altro nome), dal momento che si tratta di qualcosa che è intimamente radicata nella stessa natura umana, motivo per cui non si capisce proprio come ci se ne possa stupire né, soprattutto, come si possa pensare di non tenerne conto.

Ecco perché non provo alcuna meraviglia (semmai un po’ di pena) nel vedere certe scene che hanno per protagonisti alcuni uomini politici, tanto del passato quanto del presente.

Le cose veramente importanti sono quelle che molti ritengono inutili

24 Ago

Spesso si sente qualcuno che dice:  a cosa serve studiare i classici, a cosa serve studiare la filosofia, a cosa serve studiare la matematica?

Porre queste domande (evidentemente retoriche, per chi le pone) significa ritenere che la filosofia, il latino, il greco, la geometria, siano cose inutili, che non servano a niente.

Ancor prima di cercare di controbattere a questo tipo di domande, imbarcandosi in lunghe, ma inutili, discussioni, bisognerebbe cercare di capire qual è il senso di quel “serve”.

A che cosa pensa, chi pone questo tipo di domande, quando chiede, per esempio, se sia utile la filosofia?

Qual è il fine al quale ritiene che questa “utilità” debba essere collegata?

Essere utile per cosa? Servire a cosa?

Il problema è che, specialmente in un’epoca come quella attuale, nella quale si tende a monetizzare qualsiasi cosa, quando si parla di utilità si sottintende, sempre e comunque, un fine pratico, concreto, e per di più raggiungibile in brevissimo tempo.

Quando si usa il termine “utile” si pensa cioè a qualcosa che abbia un valore economico, a qualcosa che sia valutabile unicamente in termini di danaro, non a caso considerato il metro per misurare qualunque cosa.

E così chi domanda “a cosa serve questa cosa?” in realtà intende sapere “quanto danaro mi consente di ottenere?”

Non lo sfiora minimamente l’idea che nella vita ci sono cose che hanno tante finalità ma non quella di fare danaro, che studiare i classici, la filosofia, la matematica, ha un enorme valore in sé, che a questo valore non è associato alcun prezzo.

Non conosce, per esempio, il valore di pensare con intelligenza, di essere curiosi, di avere lo stimolo della conoscenza, di andare alla ricerca del perché delle cose, di vivere una vita autentica, originale, non secondo quel che si dice e quel che si fa.

Uno che non dava molta importanza agli aspetti pratici di quello che insegnava era certamente Euclide.

Si racconta che quando un suo allievo gli chiese a cosa servisse studiare la geometria, quale fosse l’utilità pratica di tutti quei teoremi, il grande matematico gli fece dapprima dare una moneta, visto che quel ragazzo aveva bisogno di trarre guadagno da ciò che imparava, e quindi lo fece cacciare via, dal momento che, con quella domanda, quel ragazzo si era dimostrato incapace di comprendere il significato e il valore senza prezzo del sapere.

Povero Van Dyck, vittima ignara del virus dell’ignoranza

22 Ago

Quest’estate mi trovavo a Palermo, in giro per il centro, alla ricerca dei tanti tesori di questa particolarissima città.

Una mattina, era la fine giugno, mi trovavo nell’oratorio del Rosario di San Domenico, dove ero andato per vedere alcuni dei famosi stucchi di Giacomo Serpotta e ammirare la famosa pala “La Madonna del Rosario e Sante Siciliane”, di Antoon van Dyck.

Per una più approfondita conoscenza della storia dell’oratorio e delle opere in esso contenute ho utilizzato un’audio-guida.

E proprio mentre ero intento a seguire quello che la voce registrata diceva, sono stato colpito dal modo col quale veniva pronunciato il cognome del pittore fiammingo; dall’audio-guida, infatti, si ascoltava incredibilmente “van daik”.

In quel momento il senso di bellezza, di armonia, suscitato da quella visita è stato inquinato dall’ascolto di quella pronuncia.

Fortunatamente quel disturbo è durato solo un paio di secondi, mentre quella che è rimasta, anche dopo quella visita, è la sensazione, netta, del contrasto che vedo spesso tra la bellezza di alcuni luoghi e la trascuratezza, l’approssimazione, l’ignoranza, che li circonda.

Ma se proprio non si vuole pronunciare “van dik” (ritenendo questa pronuncia troppo “popolare”, mentre invece si vuol dar dimostrazione di “aver studiato”), che almeno si usi l’olandese “van deik”, anziché quella ridicola forma inglese, imitazione approssimativa della pronuncia fiamminga.

Ho voluto raccontare questo piccolo episodio (che mi fa venire in mente “L’aria del continente”, di Nino Martoglio) per mettere in evidenza la ridicola mania, tipica questa sì di una mentalità provinciale, di una forma di sudditanza psicologica (altro che dimostrazione di “aver studiato”), di usare a sproposito (anche quando non ce n’è assolutamente bisogno) termini anglosassoni, illudendosi, così facendo, di dare un certo “tono” a quel che si dice o a quel che si scrive, di sembrare ciò che in realtà non si è.

Non a caso questo virus si è così largamente diffuso in un luogo in cui atteggiarsi, apparire, è tutto.

Ma perché non ci si informa perbene prima di parlare?

21 Ago

Secondo una consolidata abitudine di questo Paese, evidentemente molto difficile da modificare, sempre più frequenti sono le discussioni, a volte interminabili, che vengono avviate senza che prima si siano ben analizzati gli argomenti sui quali si forniscono opinioni.

L’inevitabile conseguenza di questo modo di procedere è quella di arricchire la già ricca collezione di chiacchiere da caffè fatte passare per seri dibattiti.

Eppure, con l’avvento di Internet, non si può certo dire che manchino gli strumenti per informarsi.

Casomai a mancare è, molto spesso, la capacità critica di districarsi nel mare di informazioni che la rete è in grado di fornire, la capacità di separare il grano dal loglio.

L’ultimo esempio di questa interminabile collezione riguarda la presunta incandidabilità di Silvio Berlusconi.

Secondo quanto infatti sostenuto da tanti superficiali (anche se molto seguiti) commentatori, l’applicazione della cosiddetta legge Severino comporterebbe la decadenza automatica di Silvio Berlusconi dalla carica di senatore.

Se, anziché schierarsi subito a prescindere, ci si fosse preoccupati di andare a leggere il testo finale di quella legge, ci si sarebbe resi conto che questo, allo scopo di non andare contro l’articolo 66 della Costituzione (e quindi di non dare adito al ricorso, da parte della Giunta del Senato, alla Corte Costituzionale), non prevede affatto la decadenza automatica.

Il Parlamento conserva quindi intatta la propria sovranità sui parlamentari, e quindi la facoltà di deliberare, cioè di decidere, con un voto politico, sull’eventuale decadenza di Silvio Berlusconi dalla carica di senatore.

Ma perché, prima di parlare su un dato argomento, non ci si informa bene?

Altro che ritorno all’autorizzazione a procedere

17 Ago

Sull’onda degli sviluppi delle vicende giudiziarie che da quasi vent’anni tengono bloccato, in ostaggio, un intero Paese (pur trattandosi di specifici problemi che riguardano una sola persona), si ritorna a parlare di ripristinare l’istituto dell’autorizzazione a procedere nei confronti dei parlamentari, istituto abolito in Italia nel 1993.

Se da una parte, considerando la questione da un punto di vista storico, l’autorizzazione a procedere era nata con l’obiettivo di preservare le prerogative parlamentari contro la pratica degli arresti arbitrari di oppositori politici, dall’altra era ormai diventato troppo evidente l’uso strumentale che si era fatto di questo strumento.

Ritornare oggi a interrogarsi sull’opportunità di ripristinare quell’istituto abolito vent’anni fa, ritenere cioè che possa risultare opportuno (per chi?) restituire alla classe politica di questo Paese il potere di stabilire se la magistratura possa procedere nei confronti di un parlamentare sul quale esistono chiari indizi di colpevolezza per gravi reati è quanto di più ipocrita, pilatesco, possa esserci.

Ma come si fa a pensare di lasciare alla classe politica di questo Paese (sto parlando di quella attuale, quella costituita dai soggetti che oggi siedono in Parlamento, non di una classe politica ipotetica, quella di un Parlamento ideale, esistente solo nella fantasia) il compito di agire per ripristinare la legalità, o di adottare criteri di selezione della classe politica basati sul possesso di requisiti d’indiscusso livello, da tutti riconoscibili?

Ma come si fa a non rendersi conto che a spingere per la reintroduzione dell’autorizzazione a procedere non sono certo i nobili motivi per i quali a suo tempo si ritenne opportuno introdurre quello strumento, ma quelli, ben più concreti e meschini, dietro ai quali si nasconde l’idea che un parlamentare, in quanto tale, possa essere considerato legibus solutus?

Credo che l’origine di questo giochino stia tutta  nel far finta, da un lato, di fidarsi della capacità degli italiani-elettori di fare buon uso del voto (mai fiducia fu così mal riposta) e nell’enfatizzare ad arte, dall’altro, l’importanza del voto (fino ad arrivare a farne uno strumento capace di cancellare i reati).

Non parlo dell’importanza del voto in generale, del valore della democrazia in generale; dico semplicemente che gli italiani, nella loro grande maggioranza, hanno dimostrato più volte di non essere adatti alla democrazia.

Considero il suffragio universale in Italia lo strumento attraverso il quale si è consentito l’ingresso in politica di personaggi che altrove, nei Paesi all’altezza della democrazia, sarebbero ai margini della società civile.

La potenza creatrice delle differenze

8 Ago

Nel libro della Genesi c’è scritto: allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente.

La vita è quindi conseguenza di un soffio, di un leggero vento, di un movimento d’aria.

Non a caso la parola che in greco si utilizza per dire vento è άνεμος (così come non è un caso che in dialetto siciliano per dire “vita mia” si usi l’espressione ciatu miu).

Ma qual è la causa dello spostamento naturale di masse d’aria (cioè del vento), spostamento essenziale alla nascita ed al mantenimento della vita?

Si tratta della differenza di pressione che, per effetto dell’insolazione, viene a stabilirsi tra zone a più alta e zone a più bassa pressione.

E che cos’è che genera il movimento naturale dell’acqua da un punto ad un altro?

È la pendenza, vale a dire una differenza dei livelli ai quali si trovano quei due punti.

Come è noto, analogamente a quanto avviene in idraulica, dove il flusso d’acqua che si determina per una differenza di livello tra due punti (per esempio tra due serbatoi) può determinare il compimento di un lavoro (azionando le pale di una turbina), allo stesso modo le cariche elettriche che si muovono tra due punti per effetto della differenza tra i due livelli di potenziale ai quali questi si trovano costituiscono una corrente elettrica (che può essere utilizzata per alimentare un motore).

In ogni caso, all’origine del movimento, cioè della vita, c’è sempre una differenza.

E che cos’è che determina la nascita di una discussione, che mantiene viva una relazione, che arricchisce il nostro bagaglio di conoscenza, se non la presenza di differenti punti di vista?

L’uniformità, l’omologazione, il pensiero unico, tutti fenomeni caratterizzati da assenza di movimento di pensiero, di scambio di opinioni, di differenti punti di vista, tutti esempi di piatta monotonia, sono chiari segni di mancanza di vita, cioè di morte (la morte celebrale, vale a dire la mancanza di attività elettrica celebrale, è evidenziata e certificata da un elettroencefalogramma piatto).

Il beneficio che può derivare da una differenza (soprattutto quando questa è netta), sia che si tratti di differenza di livelli, di stati d’animo, di punti di vista, di sapore (si pensi all’agrodolce, frutto dell’unione tra lo zucchero e l’aceto) è così importante, così forte, che in qualche caso, sapendo utilizzare bene i meccanismi attraverso i quali questa è in grado di produrre i suoi effetti, è possibile non solo produrre energia elettrica ma anche arrivare a creare piacevoli sensazioni di piacere, quel piacere che gli esseri umani vanno cercando, molto spesso invano, per tutta la vita.

Lo sanno bene le religioni, che non a caso hanno inventato uno strumento molto efficace, il digiuno.

Ma qual è il meccanismo attraverso il quale questo strumento produce i suoi benefici effetti, dando una rassicurante sensazione di piacere?

Alla base c’è la creazione di un precedente stato di malessere, derivante dal venir meno di un elemento essenziale (il cibo), ben sapendo che poi, una volta eliminato lo stato di disagio volutamente creato, il ritorno alla condizione nella quale ci si trovava in precedenza verrà vissuto non come il semplice ripristino di uno stato antecedente ma come motivo di un grande piacere.

Ecco quindi il meccanismo: se voglio far stare bene una persona devo prima farla stare male, molto male, privandola di un elemento-base (per esempio il cibo, o la libertà), essenziale al suo benessere, elemento del quale è (dovrebbe essere) scontato disponga; in sostanza, devo riuscire a far considerare fonte di piacere quella che non è nient’altro che una condizione normale, nella quale gli esseri umani dovrebbero trovarsi naturalmente.

In questo modo il piacere non deriva dal soddisfacimento di un desiderio, dall’ottenimento di qualcosa che appaga i sensi o lo spirito, dalla conquista di qualcosa che va ad aggiungersi a quello che già si ha, ma dal riacquistare qualcosa di essenziale che era già nostro e del quale siamo stati volutamente privati.

Del piacere come cessazione del dolore ne ha parlato tanto e profondamente Giacomo Leopardi; basta pensare a “La quiete dopo la tempesta”, a quelle parole (piacere figlio d’affanno, uscir di pena è diletto fra noi) con le quali ci viene detto che proprio nello stare male c’è il necessario presupposto per poi stare bene.

Sembra quasi di assistere al gioco dell’oca; solo che in questa particolare versione del gioco quello che ci fa contenti non deriva dall’essere andati avanti, dall’aver conquistato caselle, ma dall’aver fatto ritorno alla nostra casella di partenza (dopo esserne stati a forza allontanati), casella che alla fine non solo non lasceremo mai ma dalla quale considereremo piacevole non muoverci.

Qual è il risultato finale? L’accettazione della condizione nella quale ci si trova.

Ma almeno un magistrato deve aver prima superato un concorso pubblico

5 Ago

Nel suo comizio di ieri Silvio Berlusconi è tornato, per l’ennesima volta, a cavalcare quello che è da sempre uno dei suoi temi preferiti nella sua ventennale battaglia contro la magistratura di questo Paese.

Ha infatti accusato i magistrati italiani di essere titolari di un potere assolutamente sproporzionato rispetto ai titoli in virtù dei quali ne sono venuti in possesso.

Cosa sono infatti, per Silvio Berlusconi, i magistrati italiani se non dei semplici impiegati dello Stato, detentori di un enorme potere acquisito solo per aver vinto un concorso pubblico?

Vorrei prendere spunto da questo argomento per far notare che, quanto meno, l’ingresso in magistratura avviene sulla base di un criterio oggettivo (a meno che non ci si trovi di fronte al solito concorso truccato).

Nulla si dice però su quelli che sono i criteri adottati dai partiti/movimenti politici di questo Paese per selezionare quelli che vengono poi pomposamente definiti “rappresentanti del popolo”, sia che questi vengano “nominati” dal vertice del partito/movimento sia che vengano “eletti” (si fa per dire) dal popolo.

Si badi bene a questo proposito che anche quando i cittadini-elettori vengono chiamati a scegliere (in latino eligere) il loro candidato (e non invece semplicemente a barrare con una X una delle tante caselle presenti in una scheda elettorale), quella che viene fatta passare per una loro libera scelta (una scelta, per essere effettivamente tale, deve essere libera, priva di condizionamenti) è in realtà una scelta vincolata, essendo infatti limitata ai candidati che risultano presenti in lista.

E chi l’ha compilata questa lista, se non il partito/movimento, vale a dire un gruppo di privati cittadini, i quali in tal modo esercitano un potere condizionante (potere peraltro acquisito non si sa bene come), di gran lunga superiore a quello esercitato dai cittadini-elettori?

Se ci si stupisce del potere che viene esercitato da chi ha semplicemente vinto un concorso, a maggior ragione ci si dovrebbe stupire del potere, ancora più grande, che viene esercitato da chi (non si capisce in possesso di quale merito, di quale competenza) fa le leggi che poi i magistrati sono chiamati ad applicare.

P.S.

Chi dice di volersi occupare di come funziona la macchina giustizia in questo Paese, per renderla più efficiente, più al servizio del cittadino, farebbe bene a tener conto che la situazione nella quale questa si trova è quella evidenziata dalla posizione occupata dal “Bel Paese” nella classifica “Doing Business 2013”, messa a punto dalla Banca Mondiale.

In questa classifica, stilata sulla base della durata di una normale controversia di carattere commerciale, l’Italia occupa, tra i 185 Paesi presi in esame, il posto n. 160.

I problemi di cui soffre il nostro Paese sono, purtroppo, ben più seri di quelli di cui ci si interessa da vent’anni a questa parte, complice un’informazione asservita a quei poteri che impediscono un reale cambiamento.

Il grande Totò e l’incapacità di reazione di questo Paese

4 Ago

Come ho già avuto modo di evidenziare in questo mio blog, se c’è una caratteristica dell’Italia che considero altamente negativa, dannosa, che ha sicuramente favorito la crescita e la diffusione di un degrado culturale, sociale, economico che sembra non aver limiti e che tanto ha contribuito a ridurre l’intero Paese in quello stato pietoso nel quale da tempo si trova, questa è senza dubbio l’assenza (per incapacità ma anche per mancanza di volontà) di adeguate reazioni da parte delle nostre istituzioni alle continue provocazioni provenienti da parte di rappresentanti della classe politica e, in parecchi casi, da parte di esponenti, anche di primo piano, del Parlamento e perfino del Governo.

Che dire, per esempio, della mancanza di risposte alle tante, ripetute, provocazioni, offese, che da vent’anni a questa parte vengono rivolte alle istituzioni di questo Paese, ai suoi simboli, a tanti suoi cittadini, da parte degli esponenti della Lega Nord?

Come ci si può allora indignare se poi, in questo vuoto, si arriva, da parte di questo partito, alle incredibili offese rivolte nei giorni scorsi a un ministro della Repubblica, il ministro Kyenge?

E che dire delle incredibili offese che, ancora in questi giorni, continuano ad essere indirizzate alla Magistratura italiana da parte di Silvio Berlusconi e del suo partito, e questo senza che, né oggi né in tutti questi anni, si sia mai mossa una foglia?

E che dire infine dell’incredibile comportamento del Partito Democratico, che oggi, come ieri e come sempre da quando esiste (ma poi esiste per davvero?) sta alla finestra, aspettando non si capisce cosa (Godot?).

La mancata reazione del PD mi fa venire in mente la famosa scenetta nella quale Totò, alla domanda di Castellani sul perché non avesse reagito agli schiaffi che uno sconosciuto, avendolo scambiato per un certo Pasquale, gli aveva dato, rispondeva serafico, come se la cosa non lo riguardasse: Chissà sto stupido dove vuole arrivare. Per concludere con l’irresistibile battuta: E che me frega a me, che so Pasquale io?

In effetti chi si domanda come sia possibile che il Partito Democratico stia continuamente alla finestra, che lasci che le istituzioni di questo Paese vengano offese impunemente, senza mettere in atto pronte ed adeguate risposte politiche, commette un grave errore, quello di pensare che questo partito rappresenti effettivamente, al di là delle solite affermazioni piene di vuota retorica, “un’altra cosa”.

In realtà, come da tempo dovrebbe essere chiaro, chi da vent’anni continua ad offendere impunemente le istituzioni di questo Paese lo fa perché sa di poterselo permettere, perché tanto sa benissimo che nessuno in Italia ha la capacità, e ancora prima l’intenzione, la volontà, di difendere l’onore delle istituzioni, l’onore di quelle istituzioni che spesso occupa con disonore.

Un Paese incapace d’essere serio

2 Ago

E così, dopo una camera di consiglio incredibilmente lunga (sette ore per decidere su un banale caso di frode fiscale), la Corte di Cassazione ha confermato il giudizio di colpevolezza emesso nei mesi scorsi dalla Corte d’Appello di Milano nei confronti di Silvio Berlusconi a conclusione del cosiddetto “processo Mediaset”.

La cosa che più mi colpisce di questa vicenda, come di tutte quelle altre che hanno riguardato e continuano a riguardare Silvio Berlusconi, è la dipendenza della classe politica di questo Paese dalle sentenze emesse dal vertice della giurisdizione ordinaria, la sua incapacità di agire in maniera autonoma rispetto alla magistratura, secondo un proprio codice, che non fosse semplicemente quello penale.

Che cosa ha aggiunto questa sentenza a ciò che già si sapeva su Silvio Berlusconi, se non un formale “timbro tondo”?

Ma è mai possibile che ci si debba affidare alle sentenze di terzo grado per decidere sulla ammissibilità di una persona a ricoprire cariche pubbliche?

Neanche se la Corte di Cassazione fosse l’oracolo di Delfi!

Ma che Paese è mai quello nel quale si deve far ricorso ad una legge per affermare la non candidabilità di un condannato in via definitiva a cariche elettive e di governo?

Quali sono i criteri seguiti dai partiti politici italiani nella selezione dei loro candidati?

In generale, la cosa che trovo assolutamente incomprensibile di questo Paese, inaccettabile, priva di logica, di buon senso, è la convinzione che a stabilire l’ammissibilità o meno di ogni cosa debba essere una legge, per cui una cosa va fatta soltanto se c’è una legge che la impone o non va fatta soltanto se c’è una legge che la vieta.

Trovo che sia allucinante, oltre che ben triste, vivere in un mondo in cui a guidare le persone nelle loro scelte sia sempre una legge, dove sia considerato lecito compiere qualunque azione, tenere qualunque comportamento, purché non ci sia una specifica norma a vietarlo.

A conferma di quanto questa convinzione sia largamente diffusa ricordo che in più occasioni, nel corso della mia attività lavorativa, allorché facevo presente l’inopportunità (essendo, prima di tutto, illogiche) di alcune scelte, mi veniva obiettato che in fondo non c’era alcuna legge che le vietasse.

Troppo spesso purtroppo non ci si rende conto del rischio che si corre quando, ignorando le conseguenze che possono derivare da certe scelte, si agisce contro la logica, contro il buon senso, e questo anche se ciò dovesse avvenire nel pieno rispetto di ciò che non è vietato da una specifica norma di legge.

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