Un Paese incapace d’essere serio

2 Ago

E così, dopo una camera di consiglio incredibilmente lunga (sette ore per decidere su un banale caso di frode fiscale), la Corte di Cassazione ha confermato il giudizio di colpevolezza emesso nei mesi scorsi dalla Corte d’Appello di Milano nei confronti di Silvio Berlusconi a conclusione del cosiddetto “processo Mediaset”.

La cosa che più mi colpisce di questa vicenda, come di tutte quelle altre che hanno riguardato e continuano a riguardare Silvio Berlusconi, è la dipendenza della classe politica di questo Paese dalle sentenze emesse dal vertice della giurisdizione ordinaria, la sua incapacità di agire in maniera autonoma rispetto alla magistratura, secondo un proprio codice, che non fosse semplicemente quello penale.

Che cosa ha aggiunto questa sentenza a ciò che già si sapeva su Silvio Berlusconi, se non un formale “timbro tondo”?

Ma è mai possibile che ci si debba affidare alle sentenze di terzo grado per decidere sulla ammissibilità di una persona a ricoprire cariche pubbliche?

Neanche se la Corte di Cassazione fosse l’oracolo di Delfi!

Ma che Paese è mai quello nel quale si deve far ricorso ad una legge per affermare la non candidabilità di un condannato in via definitiva a cariche elettive e di governo?

Quali sono i criteri seguiti dai partiti politici italiani nella selezione dei loro candidati?

In generale, la cosa che trovo assolutamente incomprensibile di questo Paese, inaccettabile, priva di logica, di buon senso, è la convinzione che a stabilire l’ammissibilità o meno di ogni cosa debba essere una legge, per cui una cosa va fatta soltanto se c’è una legge che la impone o non va fatta soltanto se c’è una legge che la vieta.

Trovo che sia allucinante, oltre che ben triste, vivere in un mondo in cui a guidare le persone nelle loro scelte sia sempre una legge, dove sia considerato lecito compiere qualunque azione, tenere qualunque comportamento, purché non ci sia una specifica norma a vietarlo.

A conferma di quanto questa convinzione sia largamente diffusa ricordo che in più occasioni, nel corso della mia attività lavorativa, allorché facevo presente l’inopportunità (essendo, prima di tutto, illogiche) di alcune scelte, mi veniva obiettato che in fondo non c’era alcuna legge che le vietasse.

Troppo spesso purtroppo non ci si rende conto del rischio che si corre quando, ignorando le conseguenze che possono derivare da certe scelte, si agisce contro la logica, contro il buon senso, e questo anche se ciò dovesse avvenire nel pieno rispetto di ciò che non è vietato da una specifica norma di legge.

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