La potenza creatrice delle differenze

8 Ago

Nel libro della Genesi c’è scritto: allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente.

La vita è quindi conseguenza di un soffio, di un leggero vento, di un movimento d’aria.

Non a caso la parola che in greco si utilizza per dire vento è άνεμος (così come non è un caso che in dialetto siciliano per dire “vita mia” si usi l’espressione ciatu miu).

Ma qual è la causa dello spostamento naturale di masse d’aria (cioè del vento), spostamento essenziale alla nascita ed al mantenimento della vita?

Si tratta della differenza di pressione che, per effetto dell’insolazione, viene a stabilirsi tra zone a più alta e zone a più bassa pressione.

E che cos’è che genera il movimento naturale dell’acqua da un punto ad un altro?

È la pendenza, vale a dire una differenza dei livelli ai quali si trovano quei due punti.

Come è noto, analogamente a quanto avviene in idraulica, dove il flusso d’acqua che si determina per una differenza di livello tra due punti (per esempio tra due serbatoi) può determinare il compimento di un lavoro (azionando le pale di una turbina), allo stesso modo le cariche elettriche che si muovono tra due punti per effetto della differenza tra i due livelli di potenziale ai quali questi si trovano costituiscono una corrente elettrica (che può essere utilizzata per alimentare un motore).

In ogni caso, all’origine del movimento, cioè della vita, c’è sempre una differenza.

E che cos’è che determina la nascita di una discussione, che mantiene viva una relazione, che arricchisce il nostro bagaglio di conoscenza, se non la presenza di differenti punti di vista?

L’uniformità, l’omologazione, il pensiero unico, tutti fenomeni caratterizzati da assenza di movimento di pensiero, di scambio di opinioni, di differenti punti di vista, tutti esempi di piatta monotonia, sono chiari segni di mancanza di vita, cioè di morte (la morte celebrale, vale a dire la mancanza di attività elettrica celebrale, è evidenziata e certificata da un elettroencefalogramma piatto).

Il beneficio che può derivare da una differenza (soprattutto quando questa è netta), sia che si tratti di differenza di livelli, di stati d’animo, di punti di vista, di sapore (si pensi all’agrodolce, frutto dell’unione tra lo zucchero e l’aceto) è così importante, così forte, che in qualche caso, sapendo utilizzare bene i meccanismi attraverso i quali questa è in grado di produrre i suoi effetti, è possibile non solo produrre energia elettrica ma anche arrivare a creare piacevoli sensazioni di piacere, quel piacere che gli esseri umani vanno cercando, molto spesso invano, per tutta la vita.

Lo sanno bene le religioni, che non a caso hanno inventato uno strumento molto efficace, il digiuno.

Ma qual è il meccanismo attraverso il quale questo strumento produce i suoi benefici effetti, dando una rassicurante sensazione di piacere?

Alla base c’è la creazione di un precedente stato di malessere, derivante dal venir meno di un elemento essenziale (il cibo), ben sapendo che poi, una volta eliminato lo stato di disagio volutamente creato, il ritorno alla condizione nella quale ci si trovava in precedenza verrà vissuto non come il semplice ripristino di uno stato antecedente ma come motivo di un grande piacere.

Ecco quindi il meccanismo: se voglio far stare bene una persona devo prima farla stare male, molto male, privandola di un elemento-base (per esempio il cibo, o la libertà), essenziale al suo benessere, elemento del quale è (dovrebbe essere) scontato disponga; in sostanza, devo riuscire a far considerare fonte di piacere quella che non è nient’altro che una condizione normale, nella quale gli esseri umani dovrebbero trovarsi naturalmente.

In questo modo il piacere non deriva dal soddisfacimento di un desiderio, dall’ottenimento di qualcosa che appaga i sensi o lo spirito, dalla conquista di qualcosa che va ad aggiungersi a quello che già si ha, ma dal riacquistare qualcosa di essenziale che era già nostro e del quale siamo stati volutamente privati.

Del piacere come cessazione del dolore ne ha parlato tanto e profondamente Giacomo Leopardi; basta pensare a “La quiete dopo la tempesta”, a quelle parole (piacere figlio d’affanno, uscir di pena è diletto fra noi) con le quali ci viene detto che proprio nello stare male c’è il necessario presupposto per poi stare bene.

Sembra quasi di assistere al gioco dell’oca; solo che in questa particolare versione del gioco quello che ci fa contenti non deriva dall’essere andati avanti, dall’aver conquistato caselle, ma dall’aver fatto ritorno alla nostra casella di partenza (dopo esserne stati a forza allontanati), casella che alla fine non solo non lasceremo mai ma dalla quale considereremo piacevole non muoverci.

Qual è il risultato finale? L’accettazione della condizione nella quale ci si trova.

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