Altro che ritorno all’autorizzazione a procedere

17 Ago

Sull’onda degli sviluppi delle vicende giudiziarie che da quasi vent’anni tengono bloccato, in ostaggio, un intero Paese (pur trattandosi di specifici problemi che riguardano una sola persona), si ritorna a parlare di ripristinare l’istituto dell’autorizzazione a procedere nei confronti dei parlamentari, istituto abolito in Italia nel 1993.

Se da una parte, considerando la questione da un punto di vista storico, l’autorizzazione a procedere era nata con l’obiettivo di preservare le prerogative parlamentari contro la pratica degli arresti arbitrari di oppositori politici, dall’altra era ormai diventato troppo evidente l’uso strumentale che si era fatto di questo strumento.

Ritornare oggi a interrogarsi sull’opportunità di ripristinare quell’istituto abolito vent’anni fa, ritenere cioè che possa risultare opportuno (per chi?) restituire alla classe politica di questo Paese il potere di stabilire se la magistratura possa procedere nei confronti di un parlamentare sul quale esistono chiari indizi di colpevolezza per gravi reati è quanto di più ipocrita, pilatesco, possa esserci.

Ma come si fa a pensare di lasciare alla classe politica di questo Paese (sto parlando di quella attuale, quella costituita dai soggetti che oggi siedono in Parlamento, non di una classe politica ipotetica, quella di un Parlamento ideale, esistente solo nella fantasia) il compito di agire per ripristinare la legalità, o di adottare criteri di selezione della classe politica basati sul possesso di requisiti d’indiscusso livello, da tutti riconoscibili?

Ma come si fa a non rendersi conto che a spingere per la reintroduzione dell’autorizzazione a procedere non sono certo i nobili motivi per i quali a suo tempo si ritenne opportuno introdurre quello strumento, ma quelli, ben più concreti e meschini, dietro ai quali si nasconde l’idea che un parlamentare, in quanto tale, possa essere considerato legibus solutus?

Credo che l’origine di questo giochino stia tutta  nel far finta, da un lato, di fidarsi della capacità degli italiani-elettori di fare buon uso del voto (mai fiducia fu così mal riposta) e nell’enfatizzare ad arte, dall’altro, l’importanza del voto (fino ad arrivare a farne uno strumento capace di cancellare i reati).

Non parlo dell’importanza del voto in generale, del valore della democrazia in generale; dico semplicemente che gli italiani, nella loro grande maggioranza, hanno dimostrato più volte di non essere adatti alla democrazia.

Considero il suffragio universale in Italia lo strumento attraverso il quale si è consentito l’ingresso in politica di personaggi che altrove, nei Paesi all’altezza della democrazia, sarebbero ai margini della società civile.

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