Rileggendo Calvino

27 Set

I libri, soprattutto alcuni classici, non vanno letti, vanno riletti.

Meglio poi se tra una rilettura e l’altra passa un po’ di tempo: solo con gli anni, infatti, si può acquisire quell’esperienza della vita che ce ne fa comprendere meglio, più a fondo, il significato (ho scritto si può perché non è affatto detto che con gli anni quell’esperienza che serve a diventare adulti, e non semplicemente grandi, la si acquisisca per davvero; in molti casi si invecchia e si muore senza mai essersi realmente evoluti intellettualmente).

Purtroppo la conoscenza che la maggioranza delle persone ha di alcuni classici della letteratura è assolutamente superficiale, limitata com’è ad un periodo della vita (quello studentesco) nel quale generalmente non si possiedono, per ovvi motivi d’età, gli strumenti necessari per riuscire a cogliere il senso di ciò che un autore ha affidato al suo scritto.

Come si fa, per esempio, a sostenere di conoscere opere come “I Promessi Sposi” o come “Antigone”, se la conoscenza che se ne ha si limita alla lettura di alcuni brani sui banchi di scuola, se non si ha avuto modo di “sperimentare” quello che Manzoni e Sofocle hanno detto con queste opere?

Leggere un libro, a maggior ragione se si tratta di un classico, è un’attività che non si limita alla semplice lettura delle parole contenute nelle sue pagine; significa capire quello che l’autore vuol dire, scoprire quel che si cela dietro le parole che ha usato.

Ed è bello, mentre si è intenti a leggere, individuare collegamenti, analogie, con altri libri e accorgersi che anche noi che in quel momento stiamo leggendo proviamo, o abbiamo provato, sensazioni, emozioni, simili a quelle che l’autore ci trasmette, scoprendo così di non essere soli in questo mondo.

C’è poi un altro elemento che gioca a sfavore della lettura dei classici limitata al periodo degli studi: quello di averli letti per dovere, laddove invece la lettura deve essere un piacere, non un dovere.

Rileggevo l’altro giorno “Lezioni Americane”, di Italo Calvino, opera (uscita postuma) nella quale l’autore parla di alcuni valori letterari da conservare nel terzo millennio.

Le pagine di questo libro sulle quali, sempre, si concentra maggiormente la mia attenzione (e alle quali ad ogni rilettura dedico sempre più tempo) sono quelle che riguardano il tema della leggerezza e quello dell’importanza delle parole che si usano per comunicare.

Coltivare la leggerezza (che Calvino opportunamente invita a non confondere con l’inconsistenza, così come la rapidità non va confusa con la velocità) vuol dire soprattutto cercare di eliminare quanto più possibile peso alle cose, tendere alla loro essenza.

Trovo molto bello, a proposito della leggerezza, il ricorso al mito di Perseo e il richiamo che Calvino fa, attraverso questo personaggio della mitologia, dell’importanza dell’agire per via indiretta.

Rileggendo il capitolo dedicato all’esattezza, quello nel quale Calvino parla dell’importanza delle parole, mi rendo conto che col passare degli anni sono sempre più numerose le circostanze che confermano quanto siano importanti le parole che usiamo; bisognerebbe sempre ricordare che sono proprio le parole che, come le tracce per un investigatore, permettono di risalire alle cose, a quello che le cose, mute, comunicano.

A proposito del ruolo ricoperto dalle parole, della loro sacralità, penso al valore che le lettere dell’alfabeto hanno nella religione ebraica e all’importanza che questa, come quella islamica, dà alla parola scritta, considerata espressione diretta di Dio.

Trovo molto bello, ritornando al capitolo dedicato al tema della leggerezza, il riferimento che Calvino fa a Lucrezio, per il quale le lettere sono simili ad atomi in continuo movimento che, combinandosi tra di loro, danno vita alle parole (mi ricorda quello che Borges dice nelle sue “Finzioni”), analogamente a quanto avviene con i corpi, la cui formazione è frutto della combinazione degli atomi (trovo interessante a questo proposito notare il fatto che la parola latina elementum, così come quella greca στοιχεῖον, significa tanto lettera (come elemento della parola) che elemento).

L’ultima parte di “Lezioni Americane” è dedicata al tema della molteplicità/complessità, tema che, soprattutto in un mondo come quello attuale, che non comprendiamo, caratterizzato da elementi che non vediamo, dalla complessità (non c’è mai un’unica causa all’origine di ciò che accade sotto i nostri occhi), trovo molto affascinante.

Mi vengono in mente le parole di “Bartali”, di Paolo Conte: è tutto un complesso di cose che fa sì che io mi fermi qui.

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