Archivio | ottobre, 2013

A proposito dell’ultima “Leopolda”

29 Ott

Effettivamente era lecito aspettarsi qualcosa di più dal discorso di domenica di Renzi, qualcosa di meno generico delle solite idee di cui il sindaco di Firenze infarcisce i suoi discorsi.

Meno frasi fatte, meno slogan, da una parte e, dall’altra, qualche proposta concreta, qualche esempio pratico in più, che indicassero alcune cose da fare: non temi generici sui quali discutere in modo generico, ma progetti utili alla comunità da mettere in esecuzione da qui a sei mesi, un anno, e le modalità per finanziarli (dove andare a prendere i soldi necessari).

Meno retorica (anche se quella di Renzi è ancora nettamente inferiore a quella, irraggiungibile, di Veltroni), meno ricerca del colpo ad effetto (come nel caso del riferimento al caso di Silvio Scaglia, trovata tipica del mondo dello spettacolo), e più riferimenti a cose concrete da fare, con indicazione di costi e tempi.

Per esempio, per rendere più concreto il suo discorso, sarebbe stato utile conoscere il punto di vista di Renzi su un argomento che occupa un posto centrale nel dibattito politico di questo Paese, quello della crescita economica.

A tale riguardo, sarebbe stato utile che Renzi si fosse pronunciato su un tema di cui si discute tanto in questi anni (anche se il più delle volte a sproposito), quello della cosiddetta “decrescita felice” (mai termine fu così sbagliato dal punto di vista della sua capacità comunicativa).

Sarebbe stato utile, a questo proposito, che Renzi avesse indicato i settori sui quali, secondo lui, si deve puntare (quelli da far crescere, sui quali concentrare gli investimenti), e quali settori vanno invece abbandonati.

E invece, dopo neanche 48 ore dalla chiusura dell’ultima “Leopolda”, ci troviamo a commentare le incredibili battute di D’Alema (“Mi ricorda un po’ quella pubblicità con Virna Lisi, con quella bocca può dire ciò che vuole “) e di Grillo ( “Io non penso nulla di Renzi, non si può pensare qualcosa di Renzi”), a conferma del fatto che quello che blocca questo Paese è la predominanza di quelli che hanno interesse a mantenere lo “status quo” (per motivi anche non coincidenti) su quelli che cercano, anche magari commettendo qualche errore, di migliorare le cose, di non rassegnarsi all’esistente.

Tornando a quello che Renzi ha detto nel suo intervento conclusivo alla “Leopolda”, ho notato come il riferimento all’esigenza di migliorare la macchina della giustizia di questo Paese, di renderla più vicina al concetto di “giustizia”, abbia suscitato una serie di reazioni nell’area politica alla quale il sindaco di Firenze appartiene.

Quello che trovo singolare è il fatto che in certi ambienti si continui a pensare che questa richiesta possa essere considerata espressione di interessi solo di una parte politica e non invece, come sarebbe logico aspettarsi, espressione di un’esigenza di tutto il Parlamento.

Ma poter contare su una macchina della giustizia efficiente non dovrebbe essere uno dei diritti fondamentali di una comunità?

Ancora con questa mistificazione del “servizio pubblico”

27 Ott

Una delle più ricorrenti mistificazioni (alterazioni a proprio vantaggio della verità) alle quali si ricorre in Italia è quella di far passare un’azienda di proprietà dello Stato per un’azienda che sia garanzia, per il semplice fatto di essere pubblica, di un servizio pubblico, che abbia cioè come suo obiettivo primario quello di soddisfare bisogni della collettività.

Quello che si vuol far credere, abusando della credulità di gran parte dei cittadini italiani, è che essere di proprietà pubblica significhi essere al servizio dei cittadini.

Come dovrebbe invece essere evidente (anche se una buona parte degli italiani preferisce sentire menzogne che lusingano anziché verità che fanno male ad ascoltarle), in realtà le cose sono diverse:  in Italia essere “pubblico” non significa affatto essere al servizio del pubblico.

La Rai, per fare un esempio tratto dall’attualità, è un’azienda che di “pubblico” ha solo la forma giuridica; di fatto si tratta di un’azienda in mano a dei privati, essendo, da sempre, alle dirette dipendenze dei partiti politici (come hanno recentemente ricordato, in un significativo disinteresse generale, le parole pronunciate dal suo direttore generale a proposito dell’impossibilità della sua (?) azienda di mettere sotto contratto Maurizio Crozza).

E i partiti politici altro non sono che associazioni di privati cittadini, tra i cui obiettivi primari non c’è di certo quello di soddisfare i bisogni della collettività.

Per non parlare poi di come la Rai dipenda dalla pubblicità, vale a dire da specifici interessi privati (a quelli sì che l’azienda radiotelevisiva “pubblica” di questo Paese presta attenzione!).

C’è però da dire che accanto ad aziende pubbliche che dipendono da interessi privati ce ne sono di private che si occupano di soddisfare bisogni, interessi della collettività.

Un esempio per tutte è il FAI (Fondo Ambiente Italiano), che da quasi quarant’anni salva, restaura, importanti tesori artistici e naturalistici di questo Paese, svolgendo egregiamente un importante servizio pubblico, al posto di tante, incapaci, inutili, istituzioni pubbliche.

A  conferma del fatto che a dire se un’azienda è pubblica o meno dovrebbe essere cosa fa e non la proprietà delle sue azioni.

Si può fare profitto anche riducendo i prezzi

24 Ott

Come è noto, il profitto di un’azienda nasce dalla differenza tra quanto i clienti pagano per i beni/servizi che quell’azienda mette sul mercato (il prezzo di vendita) e quanto quell’azienda spende per “confezionare” quei beni/servizi (il costo di produzione industriale).

Di solito, al fine di aumentare il proprio profitto, un’impresa tende ad allargare questo divario agendo secondo tre modalità: o aumentando il prezzo di vendita (a parità di costo di produzione) o diminuendo il costo di produzione (a parità di prezzo di vendita) , oppure ricorrendo a entrambe queste manovre.

In ogni caso con conseguenze negative per i clienti, che sempre più spesso si trovano nella paradossale situazione di dover pagare di più per avere in cambio meno.

Se nel primo caso le conseguenze negative sono facilmente (e immediatamente) percepibili da chi acquista, perché evidenti, nel secondo lo sono meno (sono “nascoste”, si vedranno col tempo).

Pensiamo, per esempio, alla riduzione dei costi di produzione che deriva da un abbassamento del livello di qualità del bene/servizio.

Questo abbassamento di livello può essere dovuto o ad una riduzione della quantità/qualità delle materie prime utilizzate nella produzione dei beni/servizi o ad una minore quantità/qualità del personale che l’azienda utilizza per produrre quei beni/servizi.

Gli esempi che la vita quotidiana ci offre sono talmente tanti che è impossibile elencarli tutti; basta, per dare un’idea, citarne alcuni: i prezzi dei trasporti pubblici, i prezzi delle assicurazioni, i ticket sanitari, le tariffe dei taxi, i prezzi dell’energia, ecc.

Un dato che, non a caso, non viene mai preso in considerazione, ma sul quale bisognerebbe invece riflettere, è che il legittimo obiettivo di un’azienda di vedere aumentati i propri profitti può benissimo essere raggiunto anche attraverso un’altra strada, poco battuta, che va incontro tanto agli interessi delle aziende quanto a quelli dei clienti: quella di abbassare i costi di produzione attraverso un uso razionale delle risorse effettivamente necessarie.

Percorrere questa strada presuppone però tante di quelle condizioni che, di fatto, in questo Paese, dove gli sprechi rappresentano la prima fonte di spesa, continuerà ad essere impercorribile.

Ne indico solo una: a gestire un’attività dovrebbe essere il più piccolo numero di persone in grado di farlo con efficacia.

Il bello è che l’azienda che riuscisse nell’impresa di ridurre al livello minimo compatibile con un livello accettabile i propri costi di produzione potrebbe vedere aumentati i propri profitti anche riducendo i prezzi!

Eliminare ciò che non va per giungere alla mèta

20 Ott

A volte evitare di fare è più importante di fare, soprattutto se così si evita di fare cose sbagliate (a maggior ragione se queste sono anche dannose).

Ed è proprio questo uno dei metodi più efficaci per giungere alla mèta.

Sapere cos’è esatto, cos’è giusto fare, è importante, ma sapere cos’è sbagliato, cos’è giusto non fare, lo è ancora di più.

Ovviamente, procedere “per eliminazione”, sgombrando cioè il campo delle possibilità da tutto quello che non serve, che è sbagliato, che è dannoso, presuppone essere in possesso di una capacità fondamentale: quella di saper riconoscere ciò che non serve, ciò che è sbagliato, ciò che è dannoso.

Un classico esempio di applicazione del metodo “per eliminazione” è fornito dal sudoku.

In questo gioco infatti il numero (compreso tra 1 e 9) da mettere in ciascuna casella bianca lo si individua procedendo per eliminazioni successive: il numero giusto, quello cioè consentito dalle regole del gioco, lo si ottiene eliminando tutti quelli che non possono essere giusti, sgombrando cioè il campo delle possibilità da ciò che è sbagliato, da ciò che non è consentito (a proposito, il sudoku è un gioco di logica e non di matematica, come molti credono).

A volte nella vita ci sono situazioni in cui non riusciamo a trovare le parole esatte per esprimere una determinata cosa che abbiamo in mente, ma ciò non vuol dire che non siamo in grado di dire ciò che quella cosa sicuramente non è.

Un altro degli esempi che meglio illustrano che cosa voglia dire procedere per eliminazione è costituito dalle opere di Michelangelo, che non a caso amava dichiararsi artista del levare, piuttosto che del mettere.

Per Michelangelo l’opera era il risultato finale di un processo di sottrazione (del marmo che imprigionava, nel blocco, il soggetto che l’artista aveva in mente).

Si racconta che a chi gli chiese come avesse fatto a scolpire il David, Michelangelo abbia risposto: Ho semplicemente tolto tutto ciò che non era il David.

Piccola proposta per far maturare il concetto di responsabilità

18 Ott

Mi piacerebbe che in questo Paese, dove impera la retorica, dove si parla tanto e si agisce poco, dove grandi delinquenti sono anche grandi dispensatori di consigli, di suggerimenti, trovasse ascolto una piccola, semplice proposta, che affido al mio blog: quella di raccogliere le firme per promuovere una legge d’iniziativa popolare che preveda che tutti i componenti di un governo siano chiamati a rispondere in prima persona dei danni provocati alla comunità dalle leggi da loro approvate.

Rendere l’autore di una scelta diretto responsabile delle conseguenze da quella derivanti e, in generale, prevedere efficaci disincentivi in grado di porre un freno a scelte irresponsabili, è, secondo me, la strada maestra da percorrere se si vuole far qualcosa per costruire una società meno ingiusta di quella nella quale viviamo, dove un gran numero di persone gode di assurde posizioni di privilegio e per di più non rende conto del proprio operato.

Basta pensare a tanti responsabili di grandi aziende (pubbliche e private) e alla burocrazia (centrale e periferica).

A rendere particolarmente ingiuste, e per questo ancora più inaccettabili, le forme di privilegio (proprie di una società medievale) che ogni giorno di più sono davanti ai nostri occhi è l’assoluta mancanza di reciprocità, di equilibrio, che le caratterizza (non a caso il simbolo della giustizia è una bilancia).

Quella che vorrei venisse colta è l’evidente asimmetria: se da una parte chi occupa certe posizioni gode del privilegio di guadagnare somme sicuramente elevate (in parecchi casi irragionevolmente elevate), dall’altra chi beneficia di questo privilegio non è chiamato a rispondere in prima persona delle conseguenze negative del proprio operato.

In Italia si parla tanto (giustamente) del mancato riconoscimento dei meriti delle persone e si indica questa mancanza (quella di non poter godere del diritto di vedere riconosciuti i propri meriti) come una delle cause dell’arretratezza che caratterizza il Paese.

Bisognerebbe però che accanto ai diritti trovassero posto anche i doveri.

Ci si dovrebbe, per esempio, rendere conto che un ruolo ancora più negativo, nel lungo elenco delle cause all’origine della degradata situazione italiana, ce l’ha la mancata sanzione dei demeriti, delle colpe, delle responsabilità.

Non sto parlando di chi commette un reato, sto parlando di chi, occupando posizioni di responsabilità (e questo tanto nel pubblico quanto nel privato), viene meno ai propri doveri d’ufficio e, come conseguenza, determina un danno per altri.

Non punire in maniera adeguata chi causa un danno è senz’altro più grave che non premiare chi contribuisce ad un’impresa positiva.

Se si vuole che qualcosa cambi per davvero in questo Paese c’è una cosa che bisogna assolutamente fare, prima di tante altre: “toccare le tasche” di chi si rende responsabile di un danno per la comunità.

Il codice di Hammurabi, risalente a circa 3.800 anni fa, fornisce un chiaro esempio di come per gli antichi il concetto della reciprocità facesse parte di quello di giustizia.

In quelle leggi vi era simmetria, reciprocità, tra il danno provocato e la pena;  un esempio classico è quello di una casa che crolla per colpa di chi l’aveva costruita.

Se il crollo provocava la morte del proprietario, il costruttore veniva punito con la morte; se a morire per colpa del costruttore era il figlio del proprietario della casa, a morire era il figlio del costruttore.

Come per tante cose della vita, sono gli antichi ad indicarci la strada da seguire.

E questa sarebbe la novità?

10 Ott

Eccoci alle prese con un nuovo caso di “scomunica” nel Movimento 5 Stelle.

L’ultimo (per ora) della serie riguarda due parlamentari (senatori) che avevano preso l’iniziativa (!), senza prima averne discusso in assemblea e quindi senza essere in possesso della preventiva autorizzazione del Movimento (le proposte devono prima essere discusse in assemblea e successivamente essere sottoposte, attraverso il web, all’approvazione del Movimento), di presentare un emendamento per abolire il reato d’immigrazione clandestina.

Non appena questa “botta di autonomia politica” è diventata di dominio pubblico, sul blog di Beppe Grillo è apparso un post, a firma dello stesso Grillo e di Casaleggio, nel quale si prendono le distanze dai due “liberi promotori” (indicati non come “senatori” ma come “portavoce del Movimento”), la cui iniziativa viene classificata, riducendone così la portata, come posizione del tutto personale.

Quello che mi ha colpito, in questo post, non è il richiamo (legittimo e, per certi versi, doveroso) al rispetto delle regole del Movimento, ma un passaggio, nel quale ho colto un elemento sul quale tutti dovrebbero riflettere attentamente.

Mi riferisco a quella parte del post nella quale si afferma che, se nel programma elettorale fosse stata inserita la proposta di abolizione del reato di clandestinità, il Movimento 5 Stelle avrebbe ottenuto percentuali da prefisso telefonico.

Questo vuol dire, al di là del caso specifico in questione, una cosa molto semplice: secondo i due fondatori del Movimento 5 Stelle, i temi di un programma elettorale vanno scelti in base alla loro capacità di attirare voti, non di migliorare il Paese.

Esattamente (per tornare al tema di quest’ultima “scomunica”) come la legge Bossi-Fini, nata solo per raccogliere facili voti.

E questa sarebbe la forza politica nuova?

Cosa risulta evidente nel disastro del Vajont

10 Ott

Il 9 ottobre dovrebbe essere giorno di lutto nazionale.

A partire da quella data, ogni 9 ottobre tutti gli uffici pubblici d’Italia avrebbero dovuto esporre il tricolore a mezz’asta.

E invece, negli anni, anche la vicenda del Vajont (caso esemplare come pochi di disastro evitabile, causato dal prevalere di interessi privati su quelli pubblici, dalla facoltà che ad alcuni soggetti viene consentita di farsi Stato) è stato trasformato in una delle tante occasioni in cui questo Paese esibisce quello che gli viene meglio, quello che gli è più congeniale: retorica e ipocrisia.

Fa semplicemente ridere che si parli delle vere responsabilità di quel disastro dopo cinquant’anni da quei fatti, quando tutto era chiaro già allora, prima che quei fatti accadessero.

Erano chiare, per esempio, le responsabilità di chi aveva deciso di costruire quella diga proprio in quel luogo, nonostante i pericoli derivanti dalla presenza di un’antica frana sul versante settentrionale del monte Toc (nomen omen), frana rivelatasi in seguito causa determinante del disastro.

Così come erano chiare le responsabilità di chi aveva rilasciato le autorizzazioni.

Ma, più ancora della posizione della diga, ad aver causato quel disastro fu la natura di autentici criminali di quelli che, nonostante i tanti inequivocabili segnali di allarme (che non facevano che confermare come la caduta di un’enorme frana fosse un evento altamente prevedibile), decisero di continuare in quell’impresa e di quelli che, con la loro complicità, con il loro vergognoso comportamento (che definire omertoso è poco), consentirono che ciò accadesse.

Se, come dovrebbe essere logico, la responsabilità di chi causa un evento disastroso (o per averlo provocato direttamente o per aver consentito che accadesse) fosse proporzionata alla gravità delle conseguenze di quell’evento, appare ancora più evidente la natura criminale di chi si è reso responsabile della morte di 2.000 (!) persone.

Se poi si considera quello che è accaduto dopo il 9 ottobre 1963 ci si rende conto dell’assoluta incapacità di questo Paese non solo di risalire alle reali responsabilità di certi eventi (disastri, stragi), ma anche di colpire duramente i responsabili.

Per non parlare delle larghe, diffuse, complicità sulle quali in questo Paese i criminali possono contare.

Ma c’è un altro dato che il disastro del Vajont mette in evidenza: l’ampia diffusione dell’incapacità di considerare i fatti per quello che sono, senza lasciarsi condizionare dalla fonte, difetto riscontrabile anche in professionisti dell’informazione, come Indro Montanelli.

Anziché analizzare i fatti che la giornalista Tina Merlin riportava ci si concentrò sul fatto che il giornale sul quale quella giornalista scriveva era l’Unità, vale a dire il giornale del Partito Comunista Italiano.

Fu proprio in conseguenza di questa incapacità, di questo difetto, che la vicenda del Vajont fu trasformata in un caso politico, con uno schieramento allineato sulla tesi dell’imprevedibilità, dell’inevitabile fatalità (la storiella della natura matrigna che si ribella all’uomo) e l’altro sul fronte opposto.

Come decretarono le sentenze definitive della magistratura (sulla base delle conclusioni di perizie indipendenti), il disastro del Vajont, uno dei più gravi disastri della storia, era un evento certamente prevedibile.

Un omaggio al grande Hitchcock

8 Ott

Ieri sera ho visto al cinema l’edizione restaurata di quello che considero uno dei film più belli di Alfred Hitchcock, “Il delitto perfetto”, girato esattamente sessant’anni fa.

Com’è noto, la storia è quella del tentativo, non riuscito, di un uomo di far uccidere sua moglie.

Per raggiungere il suo obiettivo l’uomo si dedica per quasi un anno alla messa a punto del suo progetto e, dopo essersi convinto di aver ideato un delitto perfetto, decide di dare attuazione al suo piano.

Non tiene però conto del fatto che il diavolo si nasconde nei dettagli (variante del più antico “Dio è nei dettagli“).

Non considera che, per quanto ben studiato possa essere un progetto, nella vita reale accadono inevitabilmente eventi inaspettati, non previsti, che possono portare al fallimento del progetto.

La scena chiave del film è quella in cui il marito, nel tentativo di inquinare le prove, fruga nelle tasche del killer (disteso per terra, morto) che aveva assoldato per uccidere la moglie, alla ricerca della chiave che questo aveva utilizzato per entrare nell’appartamento dove avrebbe dovuto compiere il delitto.

In quel momento il marito non ricorda (non aveva tenuto conto del fatto che in condizioni di forte emozione la memoria può venir meno) che una delle istruzioni che aveva dato al killer era stata proprio quella di riporre la chiave dell’appartamento, dopo aver aperto la porta, esattamente dove l’aveva trovata (sotto il tappeto della scala).

Ma, soprattutto, ragiona male e, ragionando male, commette l’errore fatale, che gli costerà la vita: crede cioè che la chiave che trova nella tasca del killer sia quella che questo aveva usato per aprire la porta dell’appartamento.

Non pensa minimamente al fatto, ovvio, che quella chiave poteva benissimo essere (come in effetti era) quella della casa del killer.

In questo ritenere che un elemento voglia dire qualcosa che in realtà non dice, in questo difetto di ragionamento, il marito commette un errore tanto banale quanto frequente: quello di trarre conclusioni sbagliate dall’osservazione di ciò che è davanti ai nostri occhi.

Non aveva considerato, mentre metteva a punto il delitto perfetto, che è impossibile pensare di poter prevedere, a mente fredda, come ci si comporterà in presenza di un forte stato emotivo, cioè a mente calda.

Lampedusa, ovvero un paradiso diventato inferno

5 Ott

Quello che è accaduto nel mare di Lampedusa non è che l’ultimo (per ora) dei tanti episodi che hanno visto le coste della Sicilia al centro di un fenomeno di enorme portata, che ha potuto continuare a crescere, fino a raggiungere le dimensioni così preoccupanti che ha raggiunto, anche per l’assenza, in tutti questi anni, di efficaci contromisure.

Che non sono certamente le ridicole leggi italiane, rivelatesi peraltro inutili, se non addirittura controproducenti (come spesso accade nella vita, le misure che tendono a reprimere finiscono per fare del male, e questo proprio alle persone che quelle stesse misure intendevano, in teoria, proteggere).

Se solo si fosse dotati di onestà intellettuale ci si renderebbe facilmente conto di un dato molto semplice, davanti agli occhi di tutti, così evidente da essere ignorato: l’Italia è un Paese assolutamente non in grado di gestire correttamente problemi complessi; se va in crisi quando ha davanti a sé problemi semplici, di ordinaria amministrazione, figurarsi quando si trova alle prese con problemi così complessi come quello dell’immigrazione.

Come noto, l’elemento che caratterizza i fenomeni complessi è l’elevato numero di interdipendenze che presentano, e quindi l’impossibilità di poter far ricorso, per cercare di analizzarli, ai classici, tanto consolatori, rapporti di causa-effetto (un effetto, una causa); sarebbe anche bene, a tal proposito, che ci si convincesse che credere che il mondo funzioni grazie a schemi semplici è una pia illusione.

Se solo si fosse dotati di onestà intellettuale ci si renderebbe poi anche conto di un altro dato, altrettanto chiaro: la mancanza del tanto invocato sostegno dell’Europa è segno evidente della scarsa considerazione che i Paesi che contano nutrono nei nostri confronti (e come meravigliarsene?).

Quello che risulta “scandaloso” ammettere è che l’Europa non considera l’Italia come una sua parte; è inutile cercare di negarlo.

Sarebbe meglio, molto meglio, studiare un po’ di storia e di geografia e, dopo aver capito (una volta per tutte) che il nostro Paese, per la sua posizione geografica, è (lo è sempre stato) naturalmente esposto alle migrazioni, concentrarsi su come gestire questo dato; i problemi vanno affrontati con intelligenza, non negati (o “respinti”).

Nella tempesta di retorica che in questi giorni si sta abbattendo su Lampedusa (a cominciare dalla proposta di candidarla per il premio Nobel della pace, proposta avanzata proprio da quelle stesse istituzioni che per anni l’hanno lasciata da sola a fronteggiare l’enorme problema dell’immigrazione), fa poi ridere la storiella dell’accoglienza “del nostro Paese”.

In realtà, ad avere accolto, ad avere assistito le persone che in tutti questi anni hanno raggiunto l’isola di Lampedusa, non è stato “il nostro Paese”, ma chi in quell’isola ci vive, e cioè i lampedusani.

In Italia le larghe intese sono la regola, non un’eccezione.

3 Ott

Il colpo di scena andato in onda al Senato in occasione delle dichiarazioni di voto sulla fiducia richiesta da Enrico Letta mi ha fatto venire in mente il finale del film “La stangata”: il personaggio interpretato da Robert Redford, dopo che tutti gli spettatori l’avevano dato per morto, si rialza e continua la sua parte, come se nulla fosse successo.

Il motivo è molto semplice: si trattava di una finzione, di una sceneggiata (un film all’interno di un film).

Proprio quello che è successo ieri nell’aula del Senato del Parlamento italiano, dove in realtà non è successo nulla: quella alla quale abbiamo assistito è una banale farsa, nient’altro che una farsa.

E come meravigliarsi? Quello che caratterizza l’Italia nel mondo non è forse la commedia?

Non dimentichiamo che siamo il Paese del melodramma, della sceneggiata, non della tragedia.

E come ha reagito, davanti a quest’ennesimo colpo di teatro, Enrico Letta?

Dopo aver commentato con un “grande” la performance di quell’insuperabile attore che è Silvio Berlusconi, il nostro premier ha detto che dal voto di fiducia la maggioranza che regge il suo governo è uscita rafforzata (!).

Sono curioso di vedere come risponderà ora il duo democristiano Letta-Alfano a quest’ultima mossa di Berlusconi (che, guarda caso, nella sua dichiarazione di voto, proprio alla vigilia della riunione della commissione di giustizia del Senato che dovrà decidere sulla sua eventuale decadenza da senatore, ha detto di sperare ancora in una pacificazione).

Il primo dei due si ritrova ad avere come alleato di governo una persona che in una recente telefonata ha usato, riferendosi a Napolitano (a chi cioè è il principale sponsor di questo governo), parole per le quali l’Ufficio Stampa del Quirinale ha parlato di “un’altra delirante invenzione volgarmente diffamatoria nei confronti del Capo dello Stato“; il secondo … (beh, basta vedere l’espressione del suo volto dopo l’intervento del suo capo).

Ma la cosa più divertente, in questa versione italiana di “Hollywood party”, è vedere quanti commentatori si siano lanciati in tutti questi anni (e continuino a farlo ancora oggi) in elaborate analisi politiche nel tentativo di trovare una spiegazione razionale in scelte di fronte alle quali è sempre più evidente che, più che di politologi, c’è bisogno di medici specialisti.

A rendere la situazione ancora più surreale ci sono poi i tanti sepolcri imbiancati che si mostrano indignati per il fatto che l’attuale governo veda seduti attorno allo stesso tavolo i due partiti che alle ultime elezioni si erano presentati come “alternativi” (in campagna elettorale il PD aveva dichiarato che mai e poi mai avrebbe utilizzato i voti per allearsi col PdL ).

E siccome l’ipocrisia dei farisei non ha limiti, il governo attualmente in carica viene presentato come “un’eccezione”.

Nel suo discorso di ieri, il giovane democristiano Enrico Letta ha poi detto che in un Paese normale non ci si dovrebbe scandalizzare se schieramenti avversari collaborano per il bene comune.

Ora, a parte il fatto che l’Italia non è un Paese normale, a parte il fatto che non si capisce come sia possibile che ancora oggi si abbia la faccia tosta di dire certe cose (davanti a scene di un Paese allo sfascio, letteralmente mangiato da quelli che hanno sempre sostenuto di “agire per il bene comune”), quello che Enrico Letta finge d’ignorare è che “cooperare nell’interesse del Paese” presuppone l’esistenza di un comune quadro di riferimento e che questo è la nostra Costituzione.

Ma come si fa a parlare di “cooperazione nell’interesse del Paese” se uno dei due cosiddetti “cooperanti” rappresenta (per le persone che ne fanno parte e per come agisce) la negazione dei principi sanciti nella nostra Costituzione?

La verità (che ovviamente i “cooperanti” terranno sempre nascosta) è che quello che li accomuna (perché qualcosa che li accomuna c’è) è l’interesse a conservare i privilegi di cui godono, non certo la volontà di onorare nei fatti i principi della Costituzione!

Come al solito, si usano nobili parole per coprire vergognosi accordi.

 

P.S.

Alcune zone di questo Paese (nelle quali “cambiamento” è soltanto una parola di undici lettere) sono la dimostrazione vivente di quanto in Italia sia radicato il concetto di “larghe intese”, dove per “larghe intese” si intende (e questo prima che venisse coniata questa espressione) quel sistema di potere nel quale le differenze di schieramento servono soltanto a chi vuole dare l’illusione (e a chi vuole essere illuso) che esistano interessi contrapposti, quando in realtà chi detiene il potere (mi riferisco a chi detiene il potere vero, non certo alla ridicola classe politica di questo Paese, semplice strumento operativo) è, proprio per il potere che detiene, in grado di indirizzare, di condizionare, le scelte dalle quali dipende il mantenimento di certe posizioni di potere, e questo indipendentemente dalla presenza sul territorio di schieramenti politici che si presentano come diversi (e che quindi possono anche esistere, tanto fanno solo scena).

Con buona pace di tutti quelli che, aspettando Godot, sprecano tempo ed energie nell’attesa che “arrivino i nostri”, che arrivi cioè qualcuno che in realtà non esiste.

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