Archivio | dicembre, 2013

A volte bisogna procedere imitando i gamberi

31 Dic

Chissà quante volte è capitato, a chi appartiene a quello sparuto gruppo di persone che ancora oggi continuano a praticare l’antica abitudine (ormai quasi del tutto scomparsa) d’inviare cartoline illustrate, di accorgersi, una volta esaurite le righe dove scrivere l’indirizzo del destinatario, di non avere più spazio a disposizione per un elemento di quell’indirizzo.

Le probabilità che si verifichi quest’inconveniente aumentano quando il destinatario della cartolina si trova in un altro Paese (aumenta infatti il numero degli elementi da indicare nello spazio dedicato all’indirizzo).

Per evitare di trovarsi in difficoltà occorre sapere utilizzare in modo ottimale lo spazio a disposizione.

La situazione che ci si trova a dover affrontare è identica a quella che si presenta ogniqualvolta si è chiamati ad utilizzare nel modo migliore possibile un numero limitato di risorse a disposizione, sia che si tratti di spazio, di tempo, di soldi, di fonti di energia, ecc.

In questi casi una tecnica efficace è quella di procedere a ritroso, come i gamberi: si parte cioè dalla fine, dal limite che non si può oltrepassare e, andando indietro, s’individua l’inizio, il punto dal quale si deve partire.

Un classico esempio di che cosa significhi “procedere come i gamberi” è fornito dalla progettazione di un nuovo impianto, quando si è chiamati a rispettare, pena il pagamento di grosse penali, una determinata data per la sua entrata in esercizio.

In questo caso quella data rappresenta il confine da rispettare, il limite che non si può oltrepassare.

Andando a ritroso, associando a ciascuna delle attività necessarie per la costruzione di quell’impianto il relativo tempo di esecuzione, si arriva a determinare quella che deve essere la data di inizio della prima attività.

Se, per fare un altro classico esempio, si deve prendere il treno che parte all’ora X del giorno Y dalla stazione Z, tenendo conto del tempo necessario per giungere nella stazione Z partendo dal luogo nel quale ci si trova (questo tempo dipende tanto dal giorno Y quanto dall’ora X), si arriva a determinare a che ora bisogna lasciare il posto dove si è.

In sostanza, il punto in cui bisogna cominciare a scrivere, in ciascuna delle apposite righe di una cartolina illustrata, gli elementi dell’indirizzo del destinatario, non è casuale.

Più che l’evasione quello che colpisce è il linguaggio del direttore del carcere

18 Dic

Quello che mi ha maggiormente colpito in quest’incredibile vicenda dell’evasione del pluriomicida non è che il direttore del carcere che ospitava l’uomo evaso abbia detto di non essere a conoscenza dei precedenti penali del detenuto  (ha detto: “Noi non sapevamo che aveva quei precedenti penali”), ma il modo di parlare, il linguaggio, di quel direttore.

In particolare, mi hanno colpito queste parole: “Come prassi abbiamo atteso dodici ore prima che scattasse il reato di evasione, poi abbiamo fatto la notizia di reato”.

Avete letto bene? Il direttore ci dice che, dal momento in cui si ha notizia di un’evasione (il detenuto è stato dichiarato “evaso” alle 21 di ieri), la procedura (“come prassi”) alla quale si fa riferimento prevede che , prima che scatti il reato, e quindi prima di poter lanciare l’allarme, debbano passare dodici ore (!).

Evidentemente ai geniali estensori di questa procedura non è minimamente passato per la mente che in dodici ore un pluriomicida armato possa benissimo uccidere ancora.

Ma il bello deve ancora venire.

In quella sua dichiarazione il direttore dice infatti che, dopo aver atteso che passassero le fatidiche dodici ore, “poi abbiamo fatto la notizia di reato”.

Non dice “abbiamo dato la notizia di reato”, dice “abbiamo fatto la notizia di reato”.

Ma le notizie si “danno”, non si “fanno”!

P.S. : se solo fossimo un Paese serio, il ministro della giustizia dovrebbe spiegare all’opinione pubblica come sia possibile, anche in Paese “straordinario” (nel senso di “fuori dal normale”) quale quello nel quale viviamo, che il direttore di un carcere dov’è detenuto un pluriomicida non conosca la storia del detenuto che ospitava nel suo carcere.

Non conta il pronto intervento ma la pronta risoluzione dei problemi

17 Dic

Quando si parla di “assistenza” (da quella tecnica post-vendita su prodotti e servizi rivolta ai clienti a quella che riguarda la salute dei cittadini) il concetto al quale si fa abitualmente riferimento, quello al quale si dà risalto, è il “pronto intervento”.

L’elemento sul quale viene concentrata l’attenzione generale è la rapidità con la quale si interviene a fronte di una richiesta d’assistenza.

Il dato che però viene sistematicamente ignorato è che intervenire prontamente, entro un limitato periodo di tempo dal momento della richiesta di assistenza, non significa, di per sé, essere capaci di risolvere con prontezza, una volta giunti sul posto, o comunque stabilito un contatto col richiedente, il problema per il quale era stato richiesto l’intervento.

Non si tiene mai conto del fatto che quello che serve a chi ha un problema (e che per tale motivo richiede che qualcuno intervenga in suo soccorso) è che quel problema gli venga risolto, e non semplicemente che si precipiti al suo fianco (o che con lui stabilisca un contatto) qualcuno che si limiti a constatare l’esistenza del motivo all’origine della richiesta di aiuto.

Sempre che, ovviamente, non si abbia a che fare con problemi che non ammettono soluzione, nel qual caso sono inutili tanto la richiesta di soccorso quanto il pronto intervento.

Nel caso di richiesta di assistenza per un principio d’incendio (per fare un classico esempio) l’intervento dei pompieri (che ovviamente è essenziale che sia il più tempestivo possibile) significa quasi sempre la risoluzione del problema, o quanto meno il contenimento dei danni.

In molti casi però (un problema al computer, un guasto alla linea telefonica, un problema di salute, ecc.) non è affatto detto che al “pronto intervento” corrisponda regolarmente la pronta risoluzione del problema.

Se per esempio, in caso di un principio d’infarto, ci si reca con tempestività in un pronto soccorso, non è detto che questa prontezza equivalga a “risolvere il problema”; la prontezza con la quale si interviene è condizione necessaria ma non è detto che sia anche sufficiente per la risoluzione del problema.

Quello che conta è la capacità, da parte di chi presta il soccorso, di evitare che l’infarto provochi la morte, conta cioè che quel pronto soccorso sia adeguatamente attrezzato (sia in termini di personale medico che di strumentazione).

Il concetto di “pronto intervento” viene largamente utilizzato nei contratti di fornitura di servizi; in questi  si legge che il fornitore si impegna ad “intervenire” entro tot ore dalla chiamata” (ad “intervenire”, non a “risolvere il guasto”).

Quello che manca, in quei contratti come nella vita di tutti i giorni, è il concetto di “risultato”; ci si concentra sull’azione, sulla presenza (non sui loro effetti), sull’essere vicini (non sull’essere utili), sul dare “conforto”, sul garantire assistenza, (non sul risolvere il problema).

Manca l’orientamento al risultato.

Quante volte si sente usare l’espressione “si è impegnato molto” riferita a persone che si sono date molto (inutilmente) da fare ma che si sono dimostrate incapaci di risolvere un problema?

Si punta su quel “si è impegnato molto” e si nasconde l’incapacità.

I problemi, se risolvibili, vanno risolti; non ci si deve abituare a convivere con essi.

Responsabilità: un concetto da inculcare fin dalle elementari

15 Dic

Più vado avanti negli anni e più mi convinco del fatto che elemento essenziale di una società civile, perché questa possa essere considerata una comunità degna di questo nome, è che gl’individui che la compongono siano individui responsabili, persone responsabilizzate, abituate a rispondere in prima persona delle proprie azioni.

Per costruirla (una società civile va creata, non è qualcosa che è presente spontaneamente in natura) la strada maestra da seguire è quella di diffondere il più possibile, a tutti i livelli, il concetto di responsabilità.

E quest’operazione va fatta partendo dalla scuola elementare, quando l’individuo è in fase di formazione.

Sarebbe meglio se a cominciarla, quest’operazione, fossero, ancora prima della scuola, i genitori, ma molto spesso proprio questi sono i primi irresponsabili nei quali s’imbatte un individuo.

Pensare di farlo dopo, quando la crosta s’è ormai formata, è perfettamente inutile.

Credo sia essenziale che gl’individui imparino (ed è bene che comincino a farlo quando sono piccoli) a rispondere, non solo delle loro azioni ma anche delle conseguenze che da queste derivano.

Ai futuri adulti dovrebbe però essere prima insegnato come prevedere le conseguenze delle loro azioni (e delle loro mancate azioni).

Solo così potranno un giorno essere chiamati, a ragione, davanti ad una situazione che fosse conseguenza del loro comportamento, a rispondere di ciò che da quello è dipeso.

P.S.: non è certo casuale il fatto che la parola “responsabile” derivi dal verbo latino respondere.

Ma a cosa serve un filtro che non filtra?

5 Dic

E così ieri siamo stati informati del fatto che i due elementi della vigente legge elettorale sui quali era stato richiesto alla Corte Costituzionale di pronunciarsi in merito alla loro conformità alla nostra Costituzione sono illegittimi.

Si tratta del premio di maggioranza e della mancanza delle preferenze.

Questo significa che le legge con la quale sono stati formati ben tre parlamenti (quelli del 2006, 2008 e 2013) era contraria alla legge fondamentale dello Stato italiano.

Ma in quale altro Paese, se non nella “terra dei cachi”, sarebbe mai stato possibile che l’organo preposto a fare le leggi fosse illegittimo?

E il bello è che hanno pure criticato Olli Rehn, reo di aver osato dichiarare di non fidarsi di questo Paese!

Andando a leggere la nostra Costituzione si vede che, secondo l’art. 91, il Presidente della Repubblica, prima di assumere le sue funzioni, presta giuramento di osservanza della Costituzione.

Ciò significa che egli è il garante della Costituzione.

Ma cosa vuol dire essere garante della Costituzione?

Dovrebbe significare, per esempio, impedire la promulgazione di leggi in contrasto con i suoi principi (non a caso tra i poteri del nostro Presidente della Repubblica c’è quello di rinviare al Parlamento una legge, qualora ritenga che in questa vi siano elementi incostituzionali).

In sostanza, essere garante della Costituzione significa svolgere la funzione di filtro.

Così come un filtro posto a monte di un sistema, a sua protezione, deve impedire che che vadano in circolazione sostanze nocive per quel sistema, allo stesso modo chi svolge la funzione di garante della Costituzione deve impedire che vengano promulgate leggi in contrasto con la nostra legge fondamentale.

Ma se un filtro lascia passare particelle che invece dovrebbe trattenere, a protezione di ciò che sta a valle, che filtro è?

Un conto è essere votati, un altro è fare ciò per cui si è stati votati

4 Dic

Se l’Italia fosse un Paese normale non dovrebbe risultare difficile per un politico che volesse davvero (non solo a parole) migliorare le condizioni di vita della maggioranza degli italiani conquistare il voto di una grande parte degli elettori.

In un Paese in cui un numero molto elevato di cittadini vive in condizioni indecorose, sia dal punto di vista del reddito che da quello del livello dei servizi pubblici di cui può disporre, sarebbe (dovrebbe essere) infatti sufficiente proporre un programma che preveda l’attuazione di alcune misure concrete volte a migliorare queste condizioni per ottenere una marea di voti e con questi essere legittimati a guidare un governo per realizzare tali misure.

Se, per esempio, un ipotetico politico, anziché perdersi in generici e irrealizzabili progetti, si concentrasse a pensare a come migliorare in concreto le condizioni di chi dispone di un reddito mensile netto inferiore a mille euro, di chi ogni giorno usa i mezzi pubblici per andare a lavorare o a studiare, di chi ogni giorno si rivolge ad un ospedale, di chi è in cerca di un dignitoso lavoro, di chi vorrebbe creare un’impresa, di chi ogni giorno ha a che fare con un ufficio della pubblica amministrazione (mi fermo qui, ma l’elenco potrebbe continuare a lungo), si accorgerebbe facilmente di quanto sia potente quest’esercito di cittadini elettori, il cui numero supera certamente quello di chi, direttamente o indirettamente, vive grazie alle tante inefficienze che caratterizzano il nostro Paese.

Solo che quest’ipotetico politico dovrebbe decidere, senza tentennamenti, di mettersi apertamente alla testa di quest’esercito di cittadini, senza cercare di piacere anche ad altri.

Dovrebbe cioè dichiarare da che parte sta, esplicitando in maniera chiara, netta, gl’interessi che intende tutelare e quelli che invece intende contrastare, senza curarsi, per esempio, dei voti dei tanti italiani che vivono grazie ad un sistema che favorisce forme d’intermediazione grazie alle quali troppi speculano sui bisogni di tante persone.

Quest’ipotetico politico dovrebbe indicare i provvedimenti che, una volta legittimato dal voto, non esiterà un solo giorno a prendere per rendere più efficiente la pubblica amministrazione, per far pagare le tasse a chi non le paga, per contrastare in maniera efficace la corruzione, in modo da poter disporre delle risorse necessarie per rendere più decorose e più sicure le città, per mettere in sicurezza il territorio, per rendere più decente il sistema dei trasporti pubblici, indicando anche in questo caso le misure che adotterà a tal proposito.

Sarebbe davvero singolare, davanti ad un politico che s’impegnasse in modo credibile per attuare, una volta eletto, un simile programma, che una grande quantità di cittadini non gli desse il voto; sarebbe davvero singolare continuare a vedere tanti italiani sicuramente non benestanti dare inspiegabilmente il loro voto a certi personaggi, i cui interessi sicuramente non coincidono con quelli di chi subisce quotidianamente le inefficienze del Paese.

Ma ci si illuderebbe se si pensasse che una volta ottenuti i voti necessari a governare la strada sarebbe spianata.

Il problema non sta nell’ottenere i voti, ma nell’usarli per fare ciò per cui quei voti erano stati chiesti e ottenuti.

Il vero problema di questo Paese non è infatti quello di riuscire ad ottenere i voti necessari per guidare un governo, ma quello di fare concretamente ciò che si era promesso di fare se si fosse stati eletti.

Questa “impossibilità di fare” dipende dal fatto che la vera forza, con buona pace dei tanti illusi, non sta affatto nei cittadini elettori ma nelle numerose corporazioni che ci sono in questo Paese, che, pur di difendere i loro privilegi, non hanno mai esitato ad impedire qualsiasi cambiamento che potesse in qualche modo danneggiare i loro interessi.

Se l’Italia fosse un Paese normale i cittadini che subiscono, che sono l’assoluta maggioranza, si organizzerebbero per bene per eleggere rappresentanti seri, affidabili, credibili (l’opposto dei demagoghi) e per dare loro gli strumenti necessari per cambiare rotta per davvero.

Solo che l’Italia non è un Paese normale.

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