Archive | gennaio, 2014

Com’è pensabile il rispetto delle leggi da parte di chi non rispetta nemmeno le unità di misura?

27 Gen

Chissà quanti sanno che dal primo gennaio 2000 in Italia è (ma forse, visto il contesto, sarebbe meglio dire sarebbe) obbligatorio l’uso delle unità di misura del Sistema Internazionale di unità di misura (SI).

Questo sistema, introdotto nel 1960 e adottato dal nostro Paese nel 1982, si basa su sette unità fondamentali (dette unità di misura di base), che sono: l’ampere (simbolo A) per la misura dell’intensità della corrente elettrica, la candela (simbolo cd) per la misura dell’intensità luminosa, il chilogrammo, o kilogrammo (simbolo kg) per la misura della massa, il kelvin (simbolo K) per la misura della temperatura termodinamica, il metro (simbolo m) per la misura della lunghezza, la mole (simbolo mol) per la misura della quantità di materia, il secondo (simbolo s) per la misura del tempo.

Delle sette unità di base, quella relativa alla massa è l’unica che contiene, nel proprio significante, un prefisso (chilo), la cui origine risale alla parola greca χίλιοι (mille).

Il sistema SI definisce anche i prefissi da premettere alle unità di misura per identificarne multipli e sottomultipli.

Così, per esempio, i nomi e i simboli dei multipli dell’unità di lunghezza vengono ottenuti premettendo alla parola metro i prefissi deca, etto, kilo (o chilo), mega, giga, tera, peta, exa, zetta, yotta e al simbolo m, rispettivamente, i simboli da, h, k, M, G, T, P, E, Z, Y.

Ciò nonostante, in questo Paese, refrattario come pochi a qualsiasi tipo di regola, accade che tanto le “autorità pubbliche” quanto i cosiddetti mezzi d’informazione continuino ad ignorare quello che da oltre trent’anni rappresenta il riferimento per esprimere le unità di misura e i relativi simboli. 

Ecco, per esempio, cartelli stradali nei quali compare, per indicare metro, il simbolo fantastico (nel senso di “inventato”) mt.

E che dire del largo uso che si fa di abbreviazioni come mln (per indicare “un milione”) e mld (per indicare “un miliardo”)?

Eppure, in materia monetaria, esistono precise regole di scrittura, ma a chi volete che importi!

Queste regole, per esempio, dicono che l’abbreviazione di milione è “Mio” e che quella di miliardo è “Mrd”, cosicché si deve (si dovrebbe) scrivere “10 Mio EUR” per “10 milioni di euro” e “15 Mrd EUR” per “quindici miliardi di euro” (EUR è il codice ISO di euro).

In questo boicottaggio attuato nei confronti del sistema SI fa eccezione il settore dell’informatica, nel quale si parla di megabyte e gigabyte.

La funzione delle leggi, delle regole, è quella d’indicare un comune riferimento alle persone che fanno parte di una comunità, al fine di rendere possibile una civile, e pacifica, convivenza.

Ciò però non è possibile in un luogo (per il quale non è applicabile la parola “Stato”) abitato da persone assolutamente refrattarie al concetto stesso di legge, quale riferimento comune, da tutti riconosciuto come tale.

Nel luogo chiamato Italia le leggi, come le regole, sono perfettamente inutili.

Quello che conta è il valore della frazione, non quello del solo numeratore

21 Gen

E così, stando a quello che in questi giorni si legge sui giornali, nel corso del 2013 l’Assemblea Regionale Siciliana è costata ai siciliani l’incredibile cifra di 165 milioni di euro.

Si tratta di una montagna di soldi, di una cifra sicuramente spropositata, ingiustificabile, che sconcerta non solo e non tanto per il suo valore considerato in termini assoluti ma, ancora di più, se viene rapportata a quello che i siciliani ricevono in cambio da questa istituzione, una macchina burocratica tanto elefantiaca quanto inefficiente.

Il vero problema, prima ancora che nella quantità di questi soldi, sta però nel fatto che a fronte di questa enorme spesa i siciliani vivano in condizioni non degne di un Paese civile.

A scandalizzare l’opinione pubblica, a cominciare da quella siciliana, dovrebbe essere non solo il fatto che questa struttura conti ben 1.800 (!) dirigenti (uno ogni 9 dipendenti) ma il rapporto tra il numero di dipendenti e il numero di abitanti e, ancor di più, quello tra quanto i siciliani spendono per mantenere la loro regione e la quantità (e la qualità) dei servizi sui quali possono contare.

Quello che trovo più scandaloso non sta tanto nella quantità di denaro che ogni mese entra nelle tasche dei dipendenti dell’Assemblea Regionale Siciliana, né nel livello di moralità di alcuni di loro, quanto piuttosto nella loro inutilità (almeno considerando la questione dal punto di vista di quei siciliani che non traggono alcun beneficio, diretto o indiretto, collegato a questo stato di cose).

Con quello che prendono i loro “governanti”, i siciliani dovrebbero infatti vivere in un paradiso e non in quell’inferno che è davanti agli occhi di tutto il mondo.

A conferma del fatto che il dato corretto al quale fare riferimento quando si analizza una spesa non è “quanto” si spende (il numeratore) ma il rapporto tra quello che si spende e il risultato che si ottiene (denominatore): più alto è questo rapporto più ingiustificata è la spesa.

Se spendere tanto per mantenere dei campioni può essere in qualche modo giustificato dai risultati che grazie a questi si ottengono, spendere tanto per mantenere delle nullità è assolutamente inconcepibile, è semplicemente da imbecilli, più che da cattivi amministratori.

E cosa accade in questo Paese di fronte a notizie come questa, come reagisce la cosiddetta “opinione pubblica”?

In questo Paese, dove un milione e passa di persone (in gran parte autentiche nullità, e questo nel migliore dei casi) vivono di politica, dove esistono regioni come la Sicilia che, più che parti di uno Stato, sono esse stesse uno Stato (inteso però non come lo strumento col quale una comunità si organizza per vivere pacificamente, ma come distributore di soldi, come una mammella da mungere), notizie come quella che mi ha spinto a scrivere questo post scivolano via come la pioggia su una lastra di vetro, per lasciare il posto ad altre simili, in una sequenza senza fine.

E allora mi chiedo che senso abbia portare notizie come questa a conoscenza dei cittadini se poi le coscienze di chi viene informato restano ferme, immobili, indifferenti.

A volte ho l’impressione che informare correttamente i cittadini di questo Paese, prima ancora di essere difficile, e in qualche caso anche rischioso, sia inutile.

A proposito della frana di Andora

19 Gen

Vedere la scena del treno Intercity “Milano-Ventimiglia” deragliato due giorni fa all’altezza di Andora (Savona) a causa di una frana caduta sul binario (in quel tratto il collegamento ferroviario tra l’Italia e la Francia è a binario unico!) e pericolosamente inclinato verso la scogliera è davvero impressionante, sembra di assistere alla scena di un film.

Ma, come si sa, tante volte la realtà supera la fantasia degli scrittori.

Anche in questo caso, come al solito in Italia, si piange sul latte versato, anche in quest’occasione ci si meraviglia (dopo che è accaduto) di un evento del quale tutto si può dire tranne che non fosse prevedibile.

Il vero dato del quale ci si dovrebbe piuttosto meravigliare è il numero basso di tali eventi, viste le modalità scellerate che caratterizzano la gestione delle risorse in questo Paese, questione resa ancora più complicata dall’impossibilità di affrontare simili problemi in modo serio, razionale, senza retorica, senza emotività, senza pre-giudizi di natura ideologica.

Quand’è, per esempio, che si comincerà a non leggere più sui giornali “danni causati dal maltempo” ma “danni causati da una gestione sciagurata del territorio”, che il maltempo casomai si limita a evidenziare, a ricordare, a chi ha preso certe decisioni, a chi dovrebbe fare cose che non è in grado di fare?

Osservando poi la “scena del delitto” mi son chiesto:

1. è vero che quella venutasi a creare negli anni in quel tratto di costa era una condizione di pericolo?

2. ma qualcuno, in questo Paese dove tutti si occupano di tutto ma dove alla fine non si capisce mai chi sia il responsabile, aveva considerato quali potevano essere le conseguenze che una tale situazione di pericolo poteva provocare?

3. esiste un’analisi del rischio collegato a questa condizione di pericolo ed alla gravità delle relative conseguenze?

4. se quest’analisi esiste, quali erano le misure di prevenzione adottate?

Sono queste le domande che qualcuno dovrebbe porre ed alle quali qualcun altro dovrebbe rispondere.

A proposito dell’incontro tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi

18 Gen

A proposito dell’incontro che sta per avere inizio tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi, vorrei come prima cosa far notare il modo col quale è stato presentato: più come l’incontro tra due persone che non come l’incontro tra i rappresentanti dei due principali partiti politici italiani.

C’è anche da dire che mentre Berlusconi, modello per milioni di italiani, è il vero rappresentante del suo partito, Renzi non si sa bene che cosa e, soprattutto, chi rappresenti.

Per quanto riguarda poi i tanti mal di pancia che l’annuncio di quest’incontro (l’annuncio, si badi bene, non l’esito) ha provocato, a me sembra che il cuore del problema, che è poi il vero cuore del “problema Renzi”, stia nel fatto che il nuovo segretario di quella variegata assemblea chiamata “Partito Democratico” mette in luce un dato caratteristico di gran parte di quelli che si riconoscono in quell’area politica che nel Parlamento italiano è rappresentata da chi siede nella parte che si trova, spalle ai banchi del governo, a sinistra.

Il dato identificativo di queste persone, loro autentico “marchio di fabbrica”, consiste nel rifiuto sistematico (perché estraneo al loro modo di pensare, alla loro visione del mondo) del concetto di “governo”.

Non accettano, rifiutano, di governare e lo fanno per gli stessi motivi per i quali rifiutano di “essere governati”.

Non c’è nulla di cui stupirsi pertanto se questa loro “coazione al rifiuto” li porta a rifiutarsi di seguire le decisioni prese dalla maggioranza del loro partito, tutte le volte che queste risultino in contrasto con le loro convinzioni.

Siamo davanti ad un fenomeno molto diffuso in Italia, Paese dove non a caso manca il senso dello Stato: il ribellismo.

La cosa strana è queste persone si dichiarino “democratiche”, termine che usano senza nemmeno rendersi conto che uno dei concetti-chiave della democrazia (alla quale, a parole, si richiamano) è quello di accettare le decisioni prese dalla maggioranza, anche se queste dovessero risultare diverse dalle proprie convinzioni.

Ma forse dietro le reazioni suscitate dall’annuncio di quest’incontro si nascondono anche motivi che hanno più a che fare con la psicologia umana che con la politica.

Renzi “non può” riuscire a fare una buona legge elettorale; bisogna impedirgli di raggiungere quest’obiettivo.

Se c’è una cosa che gl’incapaci non possono accettare è che qualcuno riesca a fare quello che loro, da incapaci, non sono mai riusciti a fare.

Il motivo è semplice: perché sarebbe provata la loro incapacità, la loro nullità, la loro natura di persone che non solo sono incapaci ma, per di più, cercano in tutti i modi di sabotare il lavoro degli altri.

E non si tratta solo di invidia, ma anche di rabbia, quella rabbia che gl’incapaci provano verso la propria incapacità di fare quello che altri sono in grado di fare.

Il vero obiettivo di queste persone è quello di nascondere la loro inettitudine, la loro incapacità, la loro nullità.

Ed è per questo che mettono i bastoni fra le ruote, è per questo che amano nascondersi dietro nobili scudi: per impedire che venga dimostrata la loro incapacità, la loro inutilità.

In Sicilia, di persone come queste si dice: Né cogghi né lassa cogghiri.

A proposito del trasporto ferroviario regionale italiano

17 Gen

E così, stando a quanto riportato in questi giorni dai giornali, tre regioni italiane (Abruzzo, Toscana, Veneto) hanno deciso di non rinnovare alla società Trenitalia  il contratto avente come oggetto il servizio di trasporto ferroviario regionale.

I motivi all’origine di questa decisione, che risale a circa un mese fa, sono collegati al livello di qualità del servizio messo a disposizione dei cittadini (in massima parte pendolari) che per i loro spostamenti utilizzano i treni regionali (a livello nazionale, questi cittadini sono poco meno di 3 milioni).

I disagi sofferti dagli utenti del servizio di trasporto ferroviario regionale fornito da Trenitalia, disagi all’origine delle decisioni delle tre regioni-committenti, sono principalmente i ritardi, il sovraffollamento e la sporcizia.

Al di là del fatto che trovo davvero strano che ad aver deciso di far giungere al loro comune fornitore un segnale forte sia stato un numero così esiguo di regioni (chi tace acconsente?), mi piacerebbe sapere quali sono, regione per regione, i reali concorrenti di Trenitalia, le alternative a disposizione della committenza.

Si dovrebbe supporre infatti che i presidenti delle tre regioni interessate abbiano in mano delle carte da giocare in questa partita che hanno deciso di giocare col loro attuale fornitore, a cominciare da quella più importante: valide alternative.

In caso contrario, qualora cioè Trenitalia dovesse risultare fornitore unico del servizio di trasporto ferroviario regionale (condizione, quella di fornitore unico, che una committenza avveduta dovrebbe assolutamente evitare), non vedo proprio, stante lo stato pietoso nel quale si trovano le regioni italiane, autentiche strutture fallimentari, come la situazione possa realmente migliorare per l’utenza solo in virtù di questa decisione.

Quello che intendo dire è che il vero problema, in Italia, non è la natura giuridica di chi fornisce un servizio pubblico (argomento sul quale tanto si dibatte, quasi sempre a sproposito), ma la mancanza di un’effettiva concorrenza.

Ricordo che vent’anni fa, quando la Grandi Navi Veloci subentrò alla Tirrenia come fornitore del servizio di collegamento marittimo tra Genova e Palermo, fu tanta la sorpresa nel vedere che era possibile, anche in Italia, viaggiare su una nave traghetto come persone civili.

All’inizio (soprattutto i primi anni) il miglioramento del livello della qualità del servizio fu evidente, reale; il cambiamento, in meglio, rispetto al monopolista pubblico, era davvero notevole.

Poi, col passare degli anni, soprattutto dopo l’uscita della famiglia Grimaldi dalla compagine societaria della Grandi Navi Veloci (società creata da Aldo Grimaldi nel 1992), ha avuto inizio una continua discesa del livello della qualità del servizio, complice la natura di monopolista del nuovo fornitore.

Il monopolio che la Tirrenia (società pubblica) aveva esercitato fino alla comparsa sulla scena della Grandi Navi Veloci era stato sostituito da quello del nuovo fornitore (società privata).

Siamo, come al solito, davanti alla solita questione nazionale: in questo Paese l’obiettivo dei ” nuovi” (fatte salve rare eccezioni) non è quello di fare meglio dei “vecchi”, ma semplicemente di sostituirsi a loro, per continuare a fare le solite cose.

A proposito del recente dibattito “A che punto sono mafia e antimafia”

14 Gen

Domenica scorsa si è svolto a Palermo, al cinema-teatro Golden, un incontro pubblico intitolato “A che punto sono mafia e antimafia”.

L’incontro, organizzato dal “Fatto Quotidiano”, era stato pensato per manifestare solidarietà ai magistrati della procura di Palermo, a cominciare da Nino Di Matteo.

Nel corso del suo intervento, Barbara Spinelli, una delle firme più prestigiose del quotidiano “la Repubblica”, ha ricordato l’aggettivo “indicibile”,  utilizzato da Loris D’Ambrosio nella sua “famosa” lettera del 18 giugno 2012 a Napolitano.

Ed è proprio quest’aggettivo che mi ha spinto a scrivere questo post.

A questo proposito, a me sembra che ad essere indicibile sia innanzitutto un dato, una verità così evidente che è davvero frustrante ricordarla ancora oggi, soprattutto a chi finge sistematicamente di “cadere dal pero”.

Queste parole di Paolo Borsellino la descrivono in maniera che più efficace non si può: “lo Stato e la Mafia sono due poteri che occupano lo stesso territorio. O si fanno la guerra o si mettono d’accordo”.

Premesso che non si può non essere d’accordo con iniziative quale quella promossa dal quotidiano diretto da Antonio Padellaro, va però detto, in maniera altrettanto esplicita, che non si può (anzi, non si deve) far finta che non esista un dato che è certamente fuori posto nell’immagine che manifestazioni come quella di domenica scorsa al cinema-teatro Golden di Palermo vorrebbero trasmettere all’esterno.

L’elemento estraneo, incoerente, che colgo in occasione di simili manifestazioni e che rafforza il mio profondo scetticismo verso questo genere di “esibizioni”, è sempre lo stesso, da tanti anni: chissà quante sono, mi dico in queste occasioni, anche tra quelle che a parole si dicono a favore della giustizia, anche tra quelle che partecipano alle varie manifestazioni contro la Mafia, le persone che nella loro vita di tutti i giorni “si mettono d’accordo”, in vari modi, sempre e comunque, pur di acquisire/conservare privilegi, con chi vive calpestando quei principi che hanno ispirato Paolo Borsellino!

E magari ce n’erano anche tra quelle presenti domenica al cinema-teatro Golden di Palermo.

Ridurre gli sprechi nel settore pubblico di questo Paese non è difficile, è impossibile

11 Gen

La classica motivazione alla quale chi amministra un’azienda pubblica italiana fa di solito ricorso per giustificare i prezzi richiesti ai cittadini per usufruire di un servizio pubblico è che questi prezzi devono coprire i costi relativi alla gestione di quel servizio.

Le entrate devono coprire le uscite, viene detto; la somma che viene richiesta ai cittadini per pagare il servizio deve cioè tener conto delle spese che quell’amministrazione sostiene per fornire quel servizio.

Un dato sul quale però regolarmente si sorvola è che in molti casi non vi è alcuna proporzione tra quanto viene richiesto ai cittadini per un servizio pubblico e il livello di qualità di questo servizio (che in alcuni casi è addirittura inesistente, se non in qualche colorato dépliant pubblicitario).

La raccolta dei rifiuti (vedi il caso di Palermo, città nella quale già parlare di “raccolta” è qualcosa privo di senso) e il trasporto pubblico urbano (vedi il caso di Genova, dove l’amministrazione pubblica non fa che scaricare sui cittadini le proprie incapacità), offrono due chiari esempi in proposito.

Soprattutto, questi due esempi mostrano chiaramente come l’aggettivo “pubblico” sia stato usato come scudo ideologico, come comodo riparo dietro il quale in realtà si nascondono, ben camuffate, sterminate sacche di privilegi.

Quello che le amministrazioni di questo Paese (tanto quelle centrali quanto quelle locali) si guardano bene dallo spiegare ai cittadini-utenti (e che invece una seria inchiesta giornalistica dovrebbe documentare) è il perché dei loro costi, i motivi per i quali i costi di certi servizi sono così elevati, soprattutto poi se confrontati col rapporto prezzo/qualità degli stessi servizi in altri Paesi.

Se si effettuasse un’analisi dettagliata di quei costi, se se ne evidenziasse in maniera chiara la reale composizione, verrebbe fuori un’anomalia che ormai non solo non viene più percepita come tale, ma che anzi si dà per scontato debba esserci, e cioè che una parte non marginale di quello che si paga in Italia per un servizio pubblico è un vero e proprio balzello, finalizzato al mantenimento di una pletora di parassiti.

Prendiamo il caso di un’azienda pubblica di servizi; uno degli elementi principali che compongono i costi di quell’azienda è dato dal costo del personale: più elevato è il numero delle persone (dal più basso al più in alto in grado) che quell’azienda impiega per fornire quel servizio più elevati saranno i costi, e quindi il prezzo che il cittadino-utente si troverà a dover pagare perché quell’azienda possa avere un bilancio in pari.

Se, per esempio, per svolgere in modo efficiente una certa attività occorrono 100 persone e invece quell’azienda pubblica ne impiega 140 (per vari motivi: o per motivi clientelari, o per la funzione di dépendance a disposizione di personaggi della politica, o perché quell’azienda è gestita da persone incapaci, o per inadeguatezza del personale, o per un insieme di questi fattori) è chiaro che il prezzo che il cittadino-utente è chiamato a pagare risulterà superiore a quello che invece pagherebbe se quell’azienda fosse composta da 100 persone.

Come conseguenza di questo “appesantimento”, una parte del prezzo che i cittadini pagano non è collegata al servizio, ma ad altri fattori (per esempio, all’incapacità di chi gestisce quell’azienda o alla funzione clientelare di questa).

Le conseguenze dell’appesantimento delle strutture pubbliche italiane diventano ancora più gravi, con inevitabili ripercussioni sulle somme che i cittadini devono pagare per mantenerle in vita, se al problema del sovradimensionamento si aggiunge quello di un ingiustificatamente elevato livello delle retribuzioni di persone che risultano pure incapaci di svolgere con efficienza le attività di cui sono responsabili (vedi il caso dei tanti apparati burocratici, centrali e periferici).

Accade quello che accade con le spese per il riscaldamento di una casa che non sia stata ben progettata e ben costruita, non avendo avuto cura di pensare “a monte” a come rendere minimo il fabbisogno di energia per riscaldarla.

La conseguenza è che il prezzo che i cittadini italiani pagano per riscaldare le loro abitazioni è superiore a quello che pagherebbero se solo l’approccio al problema fosse stato logico, razionale, e non viziato da un’incredibile serie di incongruenze.

L’esempio del riscaldamento delle abitazioni serve anche a rendersi conto di come la prima fonte di risparmio, la prima “risorsa” alla quale ricorrere (per di più senza spendere un euro) è rappresentata dall’eliminazione degli sprechi.

Se solo ci si convincesse del fatto che la prima cosa da fare è evitare di fare quello che è inutile fare (e per giunta costoso), per poi dedicarsi a fare  in modo efficiente quello che serve davvero!

Ciò però presuppone avere una scala di valori ed essere capaci di agire di conseguenza, in modo coerente.

Oltre che, ovviamente, uno Stato che non sia fondato sui privilegi, e quindi sull’inefficienza.

Proprio quello che manca in questo Paese.

Conzala comu vuoi, ca sempri cucuzza è (condiscila come vuoi, tanto sempre zucchina è)

7 Gen

Da circa vent’anni l’Italia soffre di una grave malattia, che è andata ad aggravare il quadro clinico, già non brillante, che caratterizza questo Paese.

Sto parlando del “falso modernismo”, vale a dire di quella particolare patologia che porta, per esempio, a far credere, a chi soffre di questo disturbo, che passare uno strato di vernice colorata sulle pareti di un edificio fatiscente renda quella costruzione “moderna”, dando l’illusione di nascondere, non facendo apparire le imperfezioni superficiali, le carenze sostanziali di cui soffre quell’edificio.

Moderna, si badi bene, non nuova, perché quello che conta, per chi soffre di “falso modernismo”, non è avere a propria disposizione qualcosa di nuovo ma dare l’impressione di essere, apparire, sempre al passo coi tempi (“nuovo” e “al passo coi tempi”, “moderno”, sono termini che non è affatto detto abbiano lo stesso significato).

Il “falso modernismo”, malattia causata da un pericoloso quanto banale virus, si è diffuso rapidamente in tutti i settori della vita italiana, sia di quella pubblica che di quella privata, complice la disponibilità di una tecnologia sempre più facile da usare, sempre più falsamente amichevole.

Simbolo per eccellenza di questa tecnologia sempre più illusoria è il telefono cellulare; questo strumento, caratterizzato da una multifunzionalità sempre più spinta (la modalità “telefono” è solo una delle tante oggi a disposizione dell’utente), dà soprattutto la possibilità di fare con estrema facilità una delle cose maggiormente richieste nella società dell’apparenza nella quale viviamo: fotografare (ormai la fotografia, un tempo un’arte, è stata ridotta a banale strumento al servizio di un esibizionismo sempre più sfrenato).

E non è certo casuale il fatto che fra le principali vittime del virus del “falso modernismo” vi siano le aziende venditrici di servizi, orientate come sono a proporre al cliente offerte sempre più “al passo coi tempi”, sempre più cariche di nuove illusioni.

L’aspetto divertente della faccenda (aspetto che in un Paese medievale come l’Italia diventa tragicomico) è vedere che ad offrire servizi che, sulla carta, farebbero pensare ad aziende organizzate in maniera estremamente efficiente, sono anche realtà affette da una stupidità direi quasi congenita quali, per esempio, quelle attraverso le quali lo Stato si interfaccia con i cittadini italiani.

In realtà, com’è possibile constatare nella vita di tutti i giorni, molte di queste aziende sono organizzate in una maniera che non potrebbe essere più lontana da quella che danno l’illusione di possedere.

Secondo la più classica tecnica del venditore, in questi ultimi venti anni ci si è concentrati sulla forma per nascondere la sostanza, si è puntato a far apparire più vicine ai clienti, più accattivanti, le aziende che vendono servizi anziché a rendere più efficienti i servizi a queste facenti capo.

Sembra di vedere all’opera quei commercianti di arance che, per far apparire più bella la merce che offrono ai clienti, le ricoprono di paraffina, nella convinzione che “apparire belle, lucide” equivalga ad “essere buone”.

In questo mondo in cui l’apparenza è tutto, in cui “parere” è “essere”, in cui usare un tono amichevole con tutti è visto come un obbligo, si è arrivati al punto che, nel ridicolo tentativo di voler sempre “far l’americano”, pensando in questo modo di essere “al passo coi tempi”, per indicare un’azienda non si usa più farne precedere il nome dall’articolo determinativo, ma la si chiama per nome, come si fa con le persone amiche: oggi non si dice più “la Fiat”, “l’Enel”, “le Poste”, ecc. ma Fiat, Enel, Poste (quest’ultima azienda, a proposito del “finto modernismo”, rappresenta forse l’esempio più lampante).

Il risultato di quest’operazione di maquillage è che oggi i cittadini italiani pagano, rispetto a ieri, un prezzo maggiore per servizi che, di fatto, sono di qualità inferiore e, in qualche caso, esistenti solo sulla carta, o meglio, solo sulla rete.

A proposito del fatto che non c’è maquillage che tenga se non c’è sostanza, un vecchio proverbio siciliano dice: conzala comu vuoi, ca sempri cucuzza è.

La zucchina (parlo di quella siciliana, lunga), cibo di poco valore per antonomasia, resta tale anche se la si condisce (nel vano tentativo di nobilitarla) nelle più svariate maniere.

Comunque la si condisca, una zucchina rimane sempre una zucchina.

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