Ridurre gli sprechi nel settore pubblico di questo Paese non è difficile, è impossibile

11 Gen

La classica motivazione alla quale chi amministra un’azienda pubblica italiana fa di solito ricorso per giustificare i prezzi richiesti ai cittadini per usufruire di un servizio pubblico è che questi prezzi devono coprire i costi relativi alla gestione di quel servizio.

Le entrate devono coprire le uscite, viene detto; la somma che viene richiesta ai cittadini per pagare il servizio deve cioè tener conto delle spese che quell’amministrazione sostiene per fornire quel servizio.

Un dato sul quale però regolarmente si sorvola è che in molti casi non vi è alcuna proporzione tra quanto viene richiesto ai cittadini per un servizio pubblico e il livello di qualità di questo servizio (che in alcuni casi è addirittura inesistente, se non in qualche colorato dépliant pubblicitario).

La raccolta dei rifiuti (vedi il caso di Palermo, città nella quale già parlare di “raccolta” è qualcosa privo di senso) e il trasporto pubblico urbano (vedi il caso di Genova, dove l’amministrazione pubblica non fa che scaricare sui cittadini le proprie incapacità), offrono due chiari esempi in proposito.

Soprattutto, questi due esempi mostrano chiaramente come l’aggettivo “pubblico” sia stato usato come scudo ideologico, come comodo riparo dietro il quale in realtà si nascondono, ben camuffate, sterminate sacche di privilegi.

Quello che le amministrazioni di questo Paese (tanto quelle centrali quanto quelle locali) si guardano bene dallo spiegare ai cittadini-utenti (e che invece una seria inchiesta giornalistica dovrebbe documentare) è il perché dei loro costi, i motivi per i quali i costi di certi servizi sono così elevati, soprattutto poi se confrontati col rapporto prezzo/qualità degli stessi servizi in altri Paesi.

Se si effettuasse un’analisi dettagliata di quei costi, se se ne evidenziasse in maniera chiara la reale composizione, verrebbe fuori un’anomalia che ormai non solo non viene più percepita come tale, ma che anzi si dà per scontato debba esserci, e cioè che una parte non marginale di quello che si paga in Italia per un servizio pubblico è un vero e proprio balzello, finalizzato al mantenimento di una pletora di parassiti.

Prendiamo il caso di un’azienda pubblica di servizi; uno degli elementi principali che compongono i costi di quell’azienda è dato dal costo del personale: più elevato è il numero delle persone (dal più basso al più in alto in grado) che quell’azienda impiega per fornire quel servizio più elevati saranno i costi, e quindi il prezzo che il cittadino-utente si troverà a dover pagare perché quell’azienda possa avere un bilancio in pari.

Se, per esempio, per svolgere in modo efficiente una certa attività occorrono 100 persone e invece quell’azienda pubblica ne impiega 140 (per vari motivi: o per motivi clientelari, o per la funzione di dépendance a disposizione di personaggi della politica, o perché quell’azienda è gestita da persone incapaci, o per inadeguatezza del personale, o per un insieme di questi fattori) è chiaro che il prezzo che il cittadino-utente è chiamato a pagare risulterà superiore a quello che invece pagherebbe se quell’azienda fosse composta da 100 persone.

Come conseguenza di questo “appesantimento”, una parte del prezzo che i cittadini pagano non è collegata al servizio, ma ad altri fattori (per esempio, all’incapacità di chi gestisce quell’azienda o alla funzione clientelare di questa).

Le conseguenze dell’appesantimento delle strutture pubbliche italiane diventano ancora più gravi, con inevitabili ripercussioni sulle somme che i cittadini devono pagare per mantenerle in vita, se al problema del sovradimensionamento si aggiunge quello di un ingiustificatamente elevato livello delle retribuzioni di persone che risultano pure incapaci di svolgere con efficienza le attività di cui sono responsabili (vedi il caso dei tanti apparati burocratici, centrali e periferici).

Accade quello che accade con le spese per il riscaldamento di una casa che non sia stata ben progettata e ben costruita, non avendo avuto cura di pensare “a monte” a come rendere minimo il fabbisogno di energia per riscaldarla.

La conseguenza è che il prezzo che i cittadini italiani pagano per riscaldare le loro abitazioni è superiore a quello che pagherebbero se solo l’approccio al problema fosse stato logico, razionale, e non viziato da un’incredibile serie di incongruenze.

L’esempio del riscaldamento delle abitazioni serve anche a rendersi conto di come la prima fonte di risparmio, la prima “risorsa” alla quale ricorrere (per di più senza spendere un euro) è rappresentata dall’eliminazione degli sprechi.

Se solo ci si convincesse del fatto che la prima cosa da fare è evitare di fare quello che è inutile fare (e per giunta costoso), per poi dedicarsi a fare  in modo efficiente quello che serve davvero!

Ciò però presuppone avere una scala di valori ed essere capaci di agire di conseguenza, in modo coerente.

Oltre che, ovviamente, uno Stato che non sia fondato sui privilegi, e quindi sull’inefficienza.

Proprio quello che manca in questo Paese.

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Una Risposta to “Ridurre gli sprechi nel settore pubblico di questo Paese non è difficile, è impossibile”

  1. jackthefelix73 gennaio 11, 2014 a 3:38 pm #

    Giudizi sacrosanti, ma posso dire che a monte c’è un aspetto secondo me ancor più importante di tutto: a cosa serve pagare le tasse (e che cifre…) se poi i servizi devono essere comunque coperti dalle tariffe?

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