Quello che conta è il valore della frazione, non quello del solo numeratore

21 Gen

E così, stando a quello che in questi giorni si legge sui giornali, nel corso del 2013 l’Assemblea Regionale Siciliana è costata ai siciliani l’incredibile cifra di 165 milioni di euro.

Si tratta di una montagna di soldi, di una cifra sicuramente spropositata, ingiustificabile, che sconcerta non solo e non tanto per il suo valore considerato in termini assoluti ma, ancora di più, se viene rapportata a quello che i siciliani ricevono in cambio da questa istituzione, una macchina burocratica tanto elefantiaca quanto inefficiente.

Il vero problema, prima ancora che nella quantità di questi soldi, sta però nel fatto che a fronte di questa enorme spesa i siciliani vivano in condizioni non degne di un Paese civile.

A scandalizzare l’opinione pubblica, a cominciare da quella siciliana, dovrebbe essere non solo il fatto che questa struttura conti ben 1.800 (!) dirigenti (uno ogni 9 dipendenti) ma il rapporto tra il numero di dipendenti e il numero di abitanti e, ancor di più, quello tra quanto i siciliani spendono per mantenere la loro regione e la quantità (e la qualità) dei servizi sui quali possono contare.

Quello che trovo più scandaloso non sta tanto nella quantità di denaro che ogni mese entra nelle tasche dei dipendenti dell’Assemblea Regionale Siciliana, né nel livello di moralità di alcuni di loro, quanto piuttosto nella loro inutilità (almeno considerando la questione dal punto di vista di quei siciliani che non traggono alcun beneficio, diretto o indiretto, collegato a questo stato di cose).

Con quello che prendono i loro “governanti”, i siciliani dovrebbero infatti vivere in un paradiso e non in quell’inferno che è davanti agli occhi di tutto il mondo.

A conferma del fatto che il dato corretto al quale fare riferimento quando si analizza una spesa non è “quanto” si spende (il numeratore) ma il rapporto tra quello che si spende e il risultato che si ottiene (denominatore): più alto è questo rapporto più ingiustificata è la spesa.

Se spendere tanto per mantenere dei campioni può essere in qualche modo giustificato dai risultati che grazie a questi si ottengono, spendere tanto per mantenere delle nullità è assolutamente inconcepibile, è semplicemente da imbecilli, più che da cattivi amministratori.

E cosa accade in questo Paese di fronte a notizie come questa, come reagisce la cosiddetta “opinione pubblica”?

In questo Paese, dove un milione e passa di persone (in gran parte autentiche nullità, e questo nel migliore dei casi) vivono di politica, dove esistono regioni come la Sicilia che, più che parti di uno Stato, sono esse stesse uno Stato (inteso però non come lo strumento col quale una comunità si organizza per vivere pacificamente, ma come distributore di soldi, come una mammella da mungere), notizie come quella che mi ha spinto a scrivere questo post scivolano via come la pioggia su una lastra di vetro, per lasciare il posto ad altre simili, in una sequenza senza fine.

E allora mi chiedo che senso abbia portare notizie come questa a conoscenza dei cittadini se poi le coscienze di chi viene informato restano ferme, immobili, indifferenti.

A volte ho l’impressione che informare correttamente i cittadini di questo Paese, prima ancora di essere difficile, e in qualche caso anche rischioso, sia inutile.

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