Archive | febbraio, 2014

Altro che “uno vale uno”

20 Feb

Quello che è avvenuto ieri, in occasione dell’incontro tra Matteo Renzi e Beppe Grillo, oltre a confermare la deriva presa dalla politica italiana, ridotta ormai a puro spettacolo, dimostra come dietro il famoso slogan dell’uno vale uno, così tanto strombazzato a destra e a manca, si nasconda in realtà una concreta disuguaglianza, una netta disparità di trattamento.

Da una parte infatti c’è la popolazione del movimento 5 stelle e dall’altra c’è Beppe Grillo, che più che un leader politico è un idolo.

Nei giorni scorsi la base del movimento si era espressa, seppure con una debole maggioranza, a favore di un incontro tra Grillo e Renzi, dall’altra una singola persona (Grillo) ha deciso di utilizzare quell’incontro, approfittando del voto della base, per perseguire un obiettivo personale, per un fine sul quale la famosa base non aveva detto la sua.

A decidere come utilizzare quell’incontro, a stabilire che quell’incontro andasse a finire come si è visto, è stata così una sola persona, che ha agito senza che vi fosse stata alcuna indicazione a tal riguardo da parte della base.

Chissà per esempio quanti sono, fra quelli della base del movimento 5 stelle che si erano espressi a favore di quell’incontro, quelli che avrebbero voluto che quell’occasione fosse utilizzata in un altro modo, con un’altra strategia.

Una strategia finalizzata a stanare Renzi, a far emergere, in streaming, le tante contraddizioni, le tante incongruenze, che segnano il governo che sta per nascere.

E invece no, uno ha deciso per tutti, prescindendo dalla volontà della popolazione del movimento.

Altro che la tanto sbandierata uguaglianza, altro che “uno vale uno”, banale slogan accreditato di un significato inesistente.

E questa sarebbe la classe dirigente imprenditoriale di questo Paese?

16 Feb

Certo che le parole pronunciate l’altro giorno da John Elkann (“Molti giovani non colgono le tante possibilità di lavoro che ci sono o perché stanno bene a casa o perché non hanno ambizione”) non sono solo offensive nei confronti di milioni di ragazzi e ragazze di questo Paese ma fanno disperare della possibilità, per l’Italia, di avere una classe dirigente degna di questo nome.

In quelle parole, di una banalità assoluta, più che il segno di un enorme vuoto culturale, di un vero e proprio abisso, più che la manifestazione di un’assoluta incapacità di lettura della realtà e forse di una scarsa considerazione (per non dire disprezzo) della società, vedo, molto chiaro, il segno di quel “familismo amorale” di cui parlava il politologo statunitense Banfield alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso.

Secondo quel concetto, al quale abitualmente si ricorre nel vano tentativo di dare una spiegazione alla storica arretratezza (sociale ed economica) del Sud dell’Italia, segno caratteristico del “familismo amorale” è il perseguimento di un interesse a breve termine per la propria famiglia, senza alcun riguardo per gl’interessi dell’intera società.

E che cos’ha fatto per tanti anni la famiglia alla quale appartiene questo giovanotto?

Ma l’aspetto più incredibile di questa vicenda, quello che ne fa un classico paradosso, è che a parlare di meritocrazia siano individui assolutamente privi di meriti personali, individui che occupano posizioni di potere solo per la loro nascita (come se questo Paese fosse una monarchia, e nemmeno “illuminata”, altro che repubblica, altro che Costituzione!), individui capaci solo di ridicole generalizzazioni di fronte alle quali non si sa se piangere o se ridere.

Purtroppo c’è poco da ridere.

Questa è la classe dirigente imprenditoriale di questo Paese, per molti versi ancora peggiore di quella politica.

Con l’aggravante che questi imprenditori, che in molti casi di imprenditori hanno solo il nome, dispongono di un potere che dura indefinitamente.

La cosa però che mi fa più tristezza nel sentire le incredibili parole pronunciate da questo nipote di Gianni Agnelli è ricordare la coda che quella fredda sera del 24 gennaio 2003 tanti operai Fiat (i veri autori materiali del famoso “boom”) fecero per vedere la salma di suo nonno, come se si trattasse della salma di un re amato dal suo popolo.

E quel ricordo diventa ancora più triste se penso che quegli operai che, nonostante il freddo di quella sera d’inverno, stavano in coda all’aperto, era formata, per gran parte, da emigranti del Sud (giunti tanti anni prima a Torino con la sola famosa valigia di cartone) e che da quella città, così estranea, così fredda, così lontana dal loro mondo, quegli stessi operai che ora ne onoravano il re (molti, per sentirsi parte di quel mondo, diventarono tifosi della Juventus), furono trattati con disprezzo, emarginati.

Tra chiacchiere e documenti c’è una bella differenza

11 Feb

Il modo col quale i media italiani stanno trattando il contenuto dell’ultimo libro del giornalista americano Alan Friedman (“Ammazziamo il Gattopardo”) la dice lunga su che cosa s’intenda in questo Paese per “informazione”.

Come noto, questo libro (in uscita domani) si trova al centro dell’attenzione perché in esso l’autore ha reso di dominio pubblico la notizia dei contatti che, nell’estate del 2011 (alcuni mesi prima cioè della caduta del governo Berlusconi), ci furono tra Giorgio Napolitano e Mario Monti.

Questa notizia, inizialmente presentata come uno scoop, è stata subito dopo (forse perché qualcuno s’era reso conto di quelle che avrebbero potuto essere le conseguenze) minimizzata, sterilizzata, degradata: la gran parte dei giornali italiani ne ha parlato come di una non notizia, alcuni addirittura come di un “segreto di Pulcinella”.

Lo stesso “Corriere della Sera”, che solo ieri l’aveva pubblicata e presentata come uno scoop, oggi (!) è uscito con un editoriale (dal titolo “l’emergenza dimenticata”) nel quale praticamente sconfessa se stesso (definendo quella pubblicata il giorno prima una notizia inesistente, altro che scoop!).

Lo “scandalo” provocato da Alan Friedman col suo “Ammazziamo il Gattopardo” non sta però nell’aver portato al centro dell’attenzione pubblica un fatto del quale prima di oggi nessuno fosse a conoscenza (in tanti infatti si sono subito affrettati a dire che quella dei contatti, nell’estate del 2011, tra Giorgio Napolitano e Mario Monti era una notizia già ampiamente nota, anche in quella famosa estate), ma nell’averlo reso di dominio pubblico, fornendo per di più prove documentali al riguardo.

Due considerazioni in proposito:

la prima riguarda il fatto che un conto è “dire” che un fatto esiste, un altro è fornire la prova documentale dell’esistenza di quel fatto (un fatto non esiste semplicemente perché qualcuno ne parla); evidentemente a molti critici di Friedman sfugge la differenza che passa tra “parlare di un fatto” e “documentare un fatto”.

la seconda riguarda “chi” deve essere informato dell’esistenza di certi fatti; quello che in questo Paese sfugge a molti, giornalisti e non, è che a dover essere informati correttamente di ciò che accade non sono soltanto gli appartenenti ad una cerchia, più o meno ristretta, di persone ma i cittadini, quei cittadini dei quali tanti parlano solo per pura demagogia, quei cittadini che per potere scegliere correttamente devono essere messi in condizione di farlo (conoscere per deliberare, diceva Luigi Einaudi).

E qual è la funzione della stampa, se non quella d’informare correttamente i cittadini, tutti i cittadini?

Il muro della vergogna della Vucciria di Palermo

9 Feb

Leggendo sui media il resoconto di quello che è accaduto nei giorni scorsi a Palermo, in via Argenteria, nel quartiere dove una volta sorgeva il mercato della Vucciria (sorgeva perché quello di oggi porta solo il nome, per di più usurpandolo, di quello che era il mercato di Palermo) sono stato assalito da una montagna di sensazioni, di sentimenti, di emozioni.

Mi si sono passate velocemente davanti agli occhi, come in un flashback, le immagini della Vucciria della mia infanzia (fine anni cinquanta), quando nelle sue stradine, sfavillanti di luci (ricordo le migliaia lampadine, accese anche di giorno, appese sotto i teloni che ricoprivano i banchi sui quali era esposta la merce), di colori, inondate di profumi, risuonavano le famose abbanniate.

A quei tempi aveva ancora un senso dire quannu s’asciucanu i balati ‘ra Vucciria (espressione che i palermitani usavano quando volevano dire che la cosa della quale si parlava non sarebbe mai potuta accadere).

Oggi, per rivedere quel “mondo” ormai scomparso, faccio ricorso ad un poster del quadro che Renato Guttuso dipinse nel 1974.

La cosa che m’intristisce di più osservando com’è ridotta oggi Palermo è che la notizia di quello che è accaduto nei giorni scorsi in via Argenteria segue di poco quella della fine di un altro luogo della mia infanzia, Villa d’Orleans, dove ogni giorno mia mamma portava me e mio fratello (sento ancora il verso dei pavoni).

Nei mesi scorsi ho cominciato a scrivere un libro su Palermo.

A spingermi è stata la voglia di parlare di alcuni lati caratteristici dei palermitani, per far conoscere, a chi ne avesse voglia, a chi ne fosse incuriosito, la città dove sono nato e cresciuto, al di là dei soliti, logori, stereotipi, ai quali si ricorre sempre, tanto da parte dei palermitani quanto da parte di chi palermitano non è.

Rileggendo quello che ho scritto mi sto però rendendo conto che la città della quale parlo, quella della quale descrivo alcuni luoghi-simbolo, non esiste più; la mia Palermo, quella della mia infanzia, della mia gioventù, è ormai soltanto un ricordo lontano.

Quello che allora provo è però qualcosa che va oltre la classica nostalgia dei tempi andati, oltre il ricordo del mio “posto delle fragole”.

All’inizio è rabbia, indignazione, sentimenti che però poi cambiano, si trasformano, per lasciare posto dapprima ad un enorme, ma transitorio, desiderio.

Il desiderio è quello che un giorno questo degrado (delle coscienze prima che degli edifici, morale prima che fisico) abbia termine, desiderio che sono ben cosciente non sarà mai soddisfatto ma che proprio per questo a volte diventa molto forte; assomiglia tanto a quel sentimento che si prova per qualcosa che sappiamo essere inevitabile ma che non per questo risulta accettabile, a quello che si prova nei confronti di qualcosa che sappiamo non potremo mai avere e che proprio per questo aumenta indefinitamente.

Come dicevo, questo desiderio dura solo poco tempo; poi tutto finisce in un misto di tristezza e di malinconia.

Si potrebbe dire (in parte a ragione) che non è che la Palermo della mia infanzia fosse proprio una città dove tutto andava bene, un luogo nel quale si viveva come nel migliore dei mondi possibili.

Certamente è vero, però, a proposito di quegli anni, va detto che sono anni che hanno segnato un punto di svolta, un vero spartiacque. Da allora in poi Palermo è cambiata, e certamente non in meglio.

Quella di oggi è di gran lunga più povera, anche se quasi tutti dispongono di iPad, iPhone e altri simboli della tecnologia.

Chissà se queste mie parole riusciranno a trasmettere a chi le leggerà il loro senso reale, che va oltre il rimpianto dell’infanzia, oltre la ricerca del tempo perduto e che ha a che fare con qualcosa che poteva essere e che non è stato.

Anche se non posso non pensare a Francesco Guccini, quando, nella sua struggente canzone “Il pensionato”, dice di quando lui e Bologna eran più giovani di adesso (verso modificato, nel mio caso, in di quando lui e Palermo eran più giovani di adesso).

A proposito di “opposizione”

1 Feb

Forse mai come in questi mesi si è così tanto parlato in Italia di “opposizione”.

Quello che mi colpisce in tutta questa montagna di opinioni, quello che trovo sia il punto debole alla base di tanti discorsi, è che si voglia far credere (e questo non solo da parte di chi sta all’opposizione) che opporsi significhi, per ciò stesso, avere ragione.

In questa grande confusione trovo forti analogie con un altro grosso equivoco, quello ingenerato da certe trasmissioni televisive che, trent’anni fa, cominciarono ad entrare nelle case degli italiani.

A proposito di questo genere di trasmissioni, di questo modo di utilizzare il mezzo “televisione”, se da un lato non gli si può negare il merito di aver dato voce (nel senso proprio del termine) a persone che mai avevano avuto, prima di allora, la possibilità di farsi sentire, dall’altro non gli si può non imputare la responsabilità di aver ingenerato nella testa di milioni di italiani una falsa convinzione (che permane ancora oggi): credere che dar voce alla “gente comune” voglia dire ascoltare cose sensate, corrette, se non addirittura “la verità”.

La falsa uguaglianza “voce della gente comune = verità” si ripresenta nella versione “opposizione = verità”.

Il tema è molto importante e proprio per questo andrebbe affrontato in modo serio, laico, razionale (cosa sempre più difficile in questo Paese) ma, soprattutto, senza pre-giudizi.

Secondo uno dei più diffusi fra questi, la bontà di una tesi viene fatta discendere non dal suo contenuto ma dalla parte politica dalla quale proviene.

Molti, poi, fra quelli che oggi, parlando in difesa della democrazia, reclamano, in nome della rappresentatività popolare, la bontà del voto di preferenza (nella falsa convinzione che oggi “voto di preferenza” equivalga a “bene”), sono dimentichi del fatto che proprio il “popolo”, quello stesso “popolo” del quale si proclamano difensori, anni fa aveva manifestato chiaramente la propria contrarietà nei confronti di questa modalità di voto (solo ieri “voto di preferenza” equivaleva a “male”).

La domanda, casomai, alla quale tutti dovrebbero cercare di dare un’accettabile risposta (tanto quelli che oggi sono al governo quanto quelli che oggi stanno all’opposizione) è come fare ad assicurare una rappresentanza politica la più ampia possibile senza però che da questa derivi un sistema bloccato.

Sembra proprio che non ci si renda conto che chi ha l’onore e l’onere di governare (soprattutto in un Paese refrattario ad essere governato come il nostro) deve scegliere, decidere, agire (senza lasciarsi condizionare da chi non vorrebbe vedere intaccati i propri interessi, soprattutto se consolidati).

Quello che, purtroppo, manca in questo Paese non è chi si oppone a chi sta al governo ma una vera visione alternativa di gestione del potere.

“Opposizione”, in Italia, è stata infatti spesso soltanto un paravento, uno scudo, dietro il quale si nascondeva chi, in realtà, voleva semplicemente sostituirsi (o mettersi accanto) a chi in quel momento stava al governo, per poter fare le stesse cose, godere degli stessi privilegi, di quei privilegi che, a parole, affermava di voler combattere.

E come potrebbe non essere così, dal momento che l’italiano è geneticamente portato a “mettersi d’accordo”, a trattare (com’è ridicolo, a questo proposito, sentire ancora parlare di “presunta” trattativa Stato-Mafia), a cercare, sempre e comunque, una soluzione di compromesso.

L’opposizione, quella vera, è una cosa seria, presuppone persone adulte, preparate, soprattutto culturalmente attrezzate.

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