Il muro della vergogna della Vucciria di Palermo

9 Feb

Leggendo sui media il resoconto di quello che è accaduto nei giorni scorsi a Palermo, in via Argenteria, nel quartiere dove una volta sorgeva il mercato della Vucciria (sorgeva perché quello di oggi porta solo il nome, per di più usurpandolo, di quello che era il mercato di Palermo) sono stato assalito da una montagna di sensazioni, di sentimenti, di emozioni.

Mi si sono passate velocemente davanti agli occhi, come in un flashback, le immagini della Vucciria della mia infanzia (fine anni cinquanta), quando nelle sue stradine, sfavillanti di luci (ricordo le migliaia lampadine, accese anche di giorno, appese sotto i teloni che ricoprivano i banchi sui quali era esposta la merce), di colori, inondate di profumi, risuonavano le famose abbanniate.

A quei tempi aveva ancora un senso dire quannu s’asciucanu i balati ‘ra Vucciria (espressione che i palermitani usavano quando volevano dire che la cosa della quale si parlava non sarebbe mai potuta accadere).

Oggi, per rivedere quel “mondo” ormai scomparso, faccio ricorso ad un poster del quadro che Renato Guttuso dipinse nel 1974.

La cosa che m’intristisce di più osservando com’è ridotta oggi Palermo è che la notizia di quello che è accaduto nei giorni scorsi in via Argenteria segue di poco quella della fine di un altro luogo della mia infanzia, Villa d’Orleans, dove ogni giorno mia mamma portava me e mio fratello (sento ancora il verso dei pavoni).

Nei mesi scorsi ho cominciato a scrivere un libro su Palermo.

A spingermi è stata la voglia di parlare di alcuni lati caratteristici dei palermitani, per far conoscere, a chi ne avesse voglia, a chi ne fosse incuriosito, la città dove sono nato e cresciuto, al di là dei soliti, logori, stereotipi, ai quali si ricorre sempre, tanto da parte dei palermitani quanto da parte di chi palermitano non è.

Rileggendo quello che ho scritto mi sto però rendendo conto che la città della quale parlo, quella della quale descrivo alcuni luoghi-simbolo, non esiste più; la mia Palermo, quella della mia infanzia, della mia gioventù, è ormai soltanto un ricordo lontano.

Quello che allora provo è però qualcosa che va oltre la classica nostalgia dei tempi andati, oltre il ricordo del mio “posto delle fragole”.

All’inizio è rabbia, indignazione, sentimenti che però poi cambiano, si trasformano, per lasciare posto dapprima ad un enorme, ma transitorio, desiderio.

Il desiderio è quello che un giorno questo degrado (delle coscienze prima che degli edifici, morale prima che fisico) abbia termine, desiderio che sono ben cosciente non sarà mai soddisfatto ma che proprio per questo a volte diventa molto forte; assomiglia tanto a quel sentimento che si prova per qualcosa che sappiamo essere inevitabile ma che non per questo risulta accettabile, a quello che si prova nei confronti di qualcosa che sappiamo non potremo mai avere e che proprio per questo aumenta indefinitamente.

Come dicevo, questo desiderio dura solo poco tempo; poi tutto finisce in un misto di tristezza e di malinconia.

Si potrebbe dire (in parte a ragione) che non è che la Palermo della mia infanzia fosse proprio una città dove tutto andava bene, un luogo nel quale si viveva come nel migliore dei mondi possibili.

Certamente è vero, però, a proposito di quegli anni, va detto che sono anni che hanno segnato un punto di svolta, un vero spartiacque. Da allora in poi Palermo è cambiata, e certamente non in meglio.

Quella di oggi è di gran lunga più povera, anche se quasi tutti dispongono di iPad, iPhone e altri simboli della tecnologia.

Chissà se queste mie parole riusciranno a trasmettere a chi le leggerà il loro senso reale, che va oltre il rimpianto dell’infanzia, oltre la ricerca del tempo perduto e che ha a che fare con qualcosa che poteva essere e che non è stato.

Anche se non posso non pensare a Francesco Guccini, quando, nella sua struggente canzone “Il pensionato”, dice di quando lui e Bologna eran più giovani di adesso (verso modificato, nel mio caso, in di quando lui e Palermo eran più giovani di adesso).

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