Tra chiacchiere e documenti c’è una bella differenza

11 Feb

Il modo col quale i media italiani stanno trattando il contenuto dell’ultimo libro del giornalista americano Alan Friedman (“Ammazziamo il Gattopardo”) la dice lunga su che cosa s’intenda in questo Paese per “informazione”.

Come noto, questo libro (in uscita domani) si trova al centro dell’attenzione perché in esso l’autore ha reso di dominio pubblico la notizia dei contatti che, nell’estate del 2011 (alcuni mesi prima cioè della caduta del governo Berlusconi), ci furono tra Giorgio Napolitano e Mario Monti.

Questa notizia, inizialmente presentata come uno scoop, è stata subito dopo (forse perché qualcuno s’era reso conto di quelle che avrebbero potuto essere le conseguenze) minimizzata, sterilizzata, degradata: la gran parte dei giornali italiani ne ha parlato come di una non notizia, alcuni addirittura come di un “segreto di Pulcinella”.

Lo stesso “Corriere della Sera”, che solo ieri l’aveva pubblicata e presentata come uno scoop, oggi (!) è uscito con un editoriale (dal titolo “l’emergenza dimenticata”) nel quale praticamente sconfessa se stesso (definendo quella pubblicata il giorno prima una notizia inesistente, altro che scoop!).

Lo “scandalo” provocato da Alan Friedman col suo “Ammazziamo il Gattopardo” non sta però nell’aver portato al centro dell’attenzione pubblica un fatto del quale prima di oggi nessuno fosse a conoscenza (in tanti infatti si sono subito affrettati a dire che quella dei contatti, nell’estate del 2011, tra Giorgio Napolitano e Mario Monti era una notizia già ampiamente nota, anche in quella famosa estate), ma nell’averlo reso di dominio pubblico, fornendo per di più prove documentali al riguardo.

Due considerazioni in proposito:

la prima riguarda il fatto che un conto è “dire” che un fatto esiste, un altro è fornire la prova documentale dell’esistenza di quel fatto (un fatto non esiste semplicemente perché qualcuno ne parla); evidentemente a molti critici di Friedman sfugge la differenza che passa tra “parlare di un fatto” e “documentare un fatto”.

la seconda riguarda “chi” deve essere informato dell’esistenza di certi fatti; quello che in questo Paese sfugge a molti, giornalisti e non, è che a dover essere informati correttamente di ciò che accade non sono soltanto gli appartenenti ad una cerchia, più o meno ristretta, di persone ma i cittadini, quei cittadini dei quali tanti parlano solo per pura demagogia, quei cittadini che per potere scegliere correttamente devono essere messi in condizione di farlo (conoscere per deliberare, diceva Luigi Einaudi).

E qual è la funzione della stampa, se non quella d’informare correttamente i cittadini, tutti i cittadini?

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