E questa sarebbe la classe dirigente imprenditoriale di questo Paese?

16 Feb

Certo che le parole pronunciate l’altro giorno da John Elkann (“Molti giovani non colgono le tante possibilità di lavoro che ci sono o perché stanno bene a casa o perché non hanno ambizione”) non sono solo offensive nei confronti di milioni di ragazzi e ragazze di questo Paese ma fanno disperare della possibilità, per l’Italia, di avere una classe dirigente degna di questo nome.

In quelle parole, di una banalità assoluta, più che il segno di un enorme vuoto culturale, di un vero e proprio abisso, più che la manifestazione di un’assoluta incapacità di lettura della realtà e forse di una scarsa considerazione (per non dire disprezzo) della società, vedo, molto chiaro, il segno di quel “familismo amorale” di cui parlava il politologo statunitense Banfield alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso.

Secondo quel concetto, al quale abitualmente si ricorre nel vano tentativo di dare una spiegazione alla storica arretratezza (sociale ed economica) del Sud dell’Italia, segno caratteristico del “familismo amorale” è il perseguimento di un interesse a breve termine per la propria famiglia, senza alcun riguardo per gl’interessi dell’intera società.

E che cos’ha fatto per tanti anni la famiglia alla quale appartiene questo giovanotto?

Ma l’aspetto più incredibile di questa vicenda, quello che ne fa un classico paradosso, è che a parlare di meritocrazia siano individui assolutamente privi di meriti personali, individui che occupano posizioni di potere solo per la loro nascita (come se questo Paese fosse una monarchia, e nemmeno “illuminata”, altro che repubblica, altro che Costituzione!), individui capaci solo di ridicole generalizzazioni di fronte alle quali non si sa se piangere o se ridere.

Purtroppo c’è poco da ridere.

Questa è la classe dirigente imprenditoriale di questo Paese, per molti versi ancora peggiore di quella politica.

Con l’aggravante che questi imprenditori, che in molti casi di imprenditori hanno solo il nome, dispongono di un potere che dura indefinitamente.

La cosa però che mi fa più tristezza nel sentire le incredibili parole pronunciate da questo nipote di Gianni Agnelli è ricordare la coda che quella fredda sera del 24 gennaio 2003 tanti operai Fiat (i veri autori materiali del famoso “boom”) fecero per vedere la salma di suo nonno, come se si trattasse della salma di un re amato dal suo popolo.

E quel ricordo diventa ancora più triste se penso che quegli operai che, nonostante il freddo di quella sera d’inverno, stavano in coda all’aperto, era formata, per gran parte, da emigranti del Sud (giunti tanti anni prima a Torino con la sola famosa valigia di cartone) e che da quella città, così estranea, così fredda, così lontana dal loro mondo, quegli stessi operai che ora ne onoravano il re (molti, per sentirsi parte di quel mondo, diventarono tifosi della Juventus), furono trattati con disprezzo, emarginati.

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