In Italia il numero dei “comandanti” è indipendente da quello dei “comandati”

8 Mar

Le strutture (centrali e periferiche) attraverso le quali si articola lo Stato italiano (Ministeri, Regioni, Province, Comuni, ecc.), così come le società da queste controllate o partecipate, si caratterizzano, oltre che per la loro bassa efficienza, per lo spropositato numero di dirigenti.

E però, di fronte a questo dato, non ci si deve stupire più di tanto, visto il forte condizionamento esercitato in questo Paese dalla politica.

Allo stesso modo, non ci si deve meravigliare se a volte nelle organizzazioni delle grandi aziende controllate o partecipate dallo Stato si creino strutture senza alcuna logica aziendale (ma non prive di una loro logica).

Occorre infatti tener conto del fatto che alcune strutture nascono non per rispondere ad una reale, concreta, esigenza aziendale ma, più semplicemente, per giustificare il fatto che alcune persone possano ricoprirvi il ruolo di dirigente.

Una funzione importante di alcune aziende (soprattutto di quelle più grandi) è infatti quella di dépendance del potere politico: la logica alla quale rispondono non è interna all’azienda, ma esterna ad essa.

Il percorso che si segue non è finalizzato a soddisfare un bisogno generale, ma a soddisfarne uno particolare, personale; l’obiettivo non è quello di migliorare l’efficienza dell’organizzazione ma quello di “sistemare” qualcuno (indipendentemente dalle ricadute di questo tipo di scelte sull’efficienza, a conferma del fatto che di questa in realtà nessuno si cura).

Secondo logica, una struttura (la risposta cioè ad un preesistente bisogno) precede la scelta di chi la dirige; in molti casi invece la segue (il bisogno viene allora creato apposta, nel tentativo di dare una giustificazione ex post ad una struttura inutile, superflua).

Quante volte, nel mondo del lavoro, mi è capitato di vedere delle cose assolutamente inutili, superflue, e non invece le risposte che la situazione richiedeva!

Ovviamente, in un tale sistema è assolutamente privo di senso cercare competenza nelle persone a capo di queste inutili realtà.

L’assurdità di strutture con un numero di dirigenti sproporzionato a quello delle persone a loro sottoposte può anche arrivare al punto di crearne alcune formate dal solo responsabile.

Credo risulti superfluo sottolineare quanto lo sproporzionato numero di dirigenti e la scarsa efficienza siano elementi fra loro fortemente interdipendenti.

Un mio precedente post lo avevo dedicato ad una notizia che confermava quest’antica e ben consolidata abitudine.

Avevo parlato dell’incredibile numero di dirigenti (1.800, vale a dire uno ogni nove dipendenti) della Regione Siciliana e avevo osservato come questo numero fosse ancora più scandaloso in quanto assolutamente sproporzionato al livello della qualità dei servizi a disposizione dei siciliani.

Ma siccome il presente non è altro che la conseguenza del passato, è nel passato che bisogna ricercare le origini di quel che accade oggi.

Ecco perché è importante studiare la Storia, stando però attenti a non fermarsi a quella ufficiale.

Prendiamo, per esempio, la spedizione dei Mille, episodio tanto famoso quanto sovrautilizzato dalla retorica nazionale e ancora oggi pieno di punti oscuri.

Già allora era all’opera la sempre viva abitudine di sfruttare le occasioni che la Storia presenta per acquisire dal potente di turno nomine, cariche, posti, privilegi, secondo quello spirito feudale che si perpetua nei secoli (ben evidenziato dal famoso “todos caballeros” di Carlo V).

Già in quel maggio del 1860 era chiara la tendenza a strutturare le organizzazioni pubbliche in modo che da esse derivino tanti posti di comando, ad utilizzare ciò che è pubblico a fini privati.

La sproporzione che vediamo oggi nella Regione Siciliana ripropone un fenomeno già presente 154 anni fa nell’esercito garibaldino, che contava un numero di ufficiali chiaramente sproporzionato alla sua reale consistenza.

L’esercito di Garibaldi contava infatti più di seimila ufficiali, a fronte di una forza complessiva che non arrivava a venticinquemila uomini (un rapporto di 1 a 4, contro quello di 1 a 30 che caratterizzava gli eserciti dell’epoca).

Si tenga conto che oggi (dati 2011), nelle Forze Armate italiane il rapporto fra generali e militari è di 1 a 418, a fronte di quello di 1 a 1.555 degli Stati Uniti d’America.

Come si vede, si continua ad assistere allo stesso spettacolo: gli attori cambiano, ma non il copione.

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