Archive | aprile, 2014

Genova e il 25 aprile 1945, oltre la retorica

28 Apr

Ahi Genovesi, uomini diversi/d’ogne costume e pien d’ogne magagna,/perché non siete voi del mondo spersi?

Queste parole (Inferno, canto XXXIII), con le quali Dante ha manifestato il suo profondo sdegno nei confronti dei genovesi, bollati come traditori, gente di cui non fidarsi, mi sono tornate in mente la scorsa settimana, in occasione delle celebrazioni in ricordo del 25 aprile 1945, data che per gl’italiani rappresenta il simbolo della fine della seconda guerra mondiale e dell’occupazione tedesca.

E proprio pensando a Genova ed a quel 25 aprile riflettevo su come a volte possa accadere che una stessa caratteristica, giudicata generalmente negativa (come nel caso della “diversità” dei genovesi evidenziata in quella famosa invettiva dantesca), possa invece, in un certo contesto, in determinate condizioni, rivelarsi elemento favorevole, utile, tutt’altro che negativo.

Come, cioè, alcune caratteristiche degli esseri umani vadano messe in relazione con l’ambiente e col momento storico nel quale vivono; come, a seconda del contesto, il loro valore cambi.

Limitarsi a dire che ogni città italiana è diversa dalle altre è dire un’ovvietà assoluta.

E come potrebbe essere altrimenti, in questo strano puzzle chiamato Italia, che va dalle Alpi a Lampedusa?

Il problema, quando si parla di diversità, è che molto spesso si commette il grossolano (e grave) errore di connotare di negatività quelle che sono invece semplici differenze.

Inviterei a questo proposito i lettori di questo post a cercare di cogliere le peculiarità che rendono ogni luogo un luogo unico (e quindi inevitabilmente diverso da tutti gli altri) e a domandarsi il perché di queste diversità.

Ritornando alla famosa “diversità” di Genova, trovo che la peculiarità di questa città vada ricercata nel carattere dei suoi abitanti, in quella loro proverbiale chiusura, diffidenza, ritrosia, in quel loro temperamento schivo (generalmente scambiato per superbia), in quel suo essere una città selvatica (secondo la definizione datane da Paolo Conte in quella splendido affresco che è “Genova per noi”), in quella predisposizione naturale dei suoi abitanti alla ribellione, all’insubordinazione, caratteristica della quale tanto si parla, quasi sempre però in maniera superficiale.

Così come alcune piante, per crescere, hanno bisogno di trovare un ambiente, un terreno, un clima, a loro favorevoli, allo stesso modo i fatti, per poter accadere in un determinato luogo (e così segnare la Storia di quel luogo) hanno bisogno che quel luogo sia caratterizzato da elementi a loro “favorevoli”.

E l’elemento che caratterizza un luogo, che lo rende “diverso” da tutti gli altri, è dato principalmente dal carattere delle persone che in quel luogo vivono, conseguenza e al tempo stesso causa dei fatti che lì (e non in altri luoghi) accadono.

Ogni luogo (come ogni individuo) è inevitabilmente, naturalmente, “diverso” da qualunque altro, per i fatti che ne hanno segnato la Storia: quel che accade oggi non è altro che la conseguenza di quel che è accaduto nel passato.

Ed è proprio a questa predisposizione naturale alla ribellione, che rende praticamente impossibile governare chi ce l’ha e che rende i genovesi così diversi, che si devono quei fatti che ogni anno, da 69 anni a questa parte, vengono con tanto orgoglio (e con tanta retorica) ricordati.

Come noto, Genova è la sola città d’Europa ad essersi liberata da sola nella primavera del 1945.

Il 27 aprile 1945, quando la V armata americana entrò a Genova, trovò una città libera.

Il dato sul quale però non viene mai posta la dovuta attenzione, quello che caratterizza l’unicità di Genova, non sta nel fatto di avere a che fare con una città che è stata capace di liberarsi da sola ma nel fatto che solo in questa città le truppe naziste si sono arrese ai partigiani, con ciò non consentendo agli alleati (ed alla classe politica che in Italia ha rivestito il ruolo del potere ufficiale) di esercitare nei suoi confronti quella parte che è stata invece esercitata nei confronti delle altre città italiane.

Ma chi ama la libertà, chi è indipendente per natura, sa bene per il compimento di certi gesti, di certi comportamenti, c’è un prezzo da pagare.

Sa bene che in un Paese come l’Italia certi valori (quali appunto la libertà, l’indipendenza), di cui pure tanto si chiacchiera, in realtà sono combattuti, contrastati.

E Genova, ancora oggi, continua a pagare un prezzo per essere stata la sola città che ha visto le truppe tedesche arrendersi ai partigiani.

E sempre a proposito di dati sui quali non viene mai posta la dovuta attenzione, come non considerare il valore (non soltanto simbolico) della differenza (di natura militare e sociale) fra chi firmò, in nome del Regno d’Italia, il 3 settembre 1943, a Cassibile, l’armistizio (nella sostanza, un atto di resa) nei confronti degli Alleati anglo-americani e chi firmò, in nome del Comitato di Liberazione Nazionale per la Liguria, il 25 aprile 1945, a Genova, l’atto di resa delle truppe tedesche?

A proposito del concetto di “responsabilità”

7 Apr

Quante volte capita di sentire, da parte dei personaggi della classe politica italiana, riferita alle possibili conseguenze di certi comportamenti di loro colleghi, l’espressione “se ne assumeranno la responsabilità”?

Ciò che a mio avviso conferisce a queste parole (che nelle intenzioni di chi le pronuncia dovrebbero suonare come una minaccia) un valore di assoluta comicità, è la consapevolezza (non solo da parte di chi ne è il destinatario, che delle eventuali conseguenze negative del proprio operato se ne infischia nella maniera più assoluta) della loro assoluta insignificanza.

Da qui, l’indifferenza generale con la quale quell’espressione viene accolta.

Semplici suoni, ecco cosa sono quelle parole (“se ne assumeranno la responsabilità”).

Niente di più che contenitori privi di contenuto, della stessa consistenza dell’aria che esce dai polmoni di chi le pronuncia.

Il termine che, nella mente dell’autore di queste “minacce”, dovrebbe incutere timore è quel “responsabile”.

Non capisce invece (o forse non se ne rende nemmeno conto) che in Italia questa parola ha un significato che è ben lontano da quello che si vorrebbe far credere che abbia.

In Italia il termine “responsabile” identifica quasi sempre una persona che, nell’ambito di un’organizzazione aziendale, percepisce, per il semplice fatto di essere chiamato tale, uno stipendio maggiore di chi quella qualifica non ce l’ha.

Ci sono però casi nei quali l’equivoco di far coincidere in modo meccanico il concetto di responsabilità con la quantità di danaro che si percepisce per la propria attività non esiste.

Parlo, per esempio, del caso della giustizia, settore nel quale essere “responsabile” significa essere “destinatario di sanzioni”; “responsabile”, in una struttura organizzativa aziendale, è, per un giudice, chi è destinatario di sanzioni, non chi usa quella qualifica solo per giustificare quanto guadagna in quell’azienda.

Il giudice che interviene in caso di incidente sul lavoro individua facilmente chi è “responsabile”: va a vedere chi sono i soggetti che, secondo le leggi che si applicano a quel caso, sono destinatari di sanzioni e analizza il comportamento da essi tenuto, quello che hanno, o non hanno, fatto.

Come si vede, la differenza non è di poco conto.

In genere, nel mondo del lavoro, soprattutto nella pubblica amministrazione, la gran parte di quelli che vengono identificati come “responsabili” (quelli cioè che in virtù di questa qualifica guadagnano di più) sono in realtà dei soggetti assolutamente irresponsabili.

E questo non solo perché non sono destinatari di sanzioni, ma per una ragione ancora più profonda: perché non rispondono del loro comportamento, perché non rendono conto del loro operato.

E l’origine di ciò sta nel fatto che, nella stragrande maggioranza dei casi, il lavoro non viene considerato come un’attività finalizzata al raggiungimento di un preciso risultato, ma solo, più semplicemente e più genericamente, come lo svolgimento di determinati compiti (le cosiddette “mansioni”).

Quello che manca, nella maggior parte del mondo del lavoro dipendente, è il concetto di “risultato”.

Prendiamo, per esempio, il settore della scuola, dove quello che conta è soltanto il numero di ore di lezione.

Nessuno, mai, che chiami gl’insegnanti a rispondere del livello di competenza degli studenti della scuola media italiana evidenziato dal rapporto Ocse-Pisa.

Chi è “responsabile” della preparazione degli studenti? Chi risponde di questo bel risultato?

Il punto è che in Italia, Paese refrattario come pochi al rispetto delle regole, manca un concetto-chiave, quello che in inglese viene definito accountability.

E questo in un Paese dove non si fa che ricorrere all’uso di termini inglesi.

Solo che del mondo anglosassone si importano le parole, non i concetti, i contenitori, non i contenuti.

Ci sono casi poi in cui (in alcuni settori del mondo del lavoro) si fa ricorso al lavoro per obiettivi: a inizio anno vengono fissati dei traguardi e a fine i risultati ottenuti vengono confrontati con quelli attesi.

A parte il fatto che spesso la definizione degli obiettivi, dei risultati attesi, sui quali misurare la responsabilità, non risponde ai dovuti criteri di trasparenza, quello che rende poco seri questi meccanismi è il fatto che il loro funzionamento è unidirezionale: il responsabile, se raggiunge gli obiettivi prefissati, viene premiato, ma non rende conto del loro mancato raggiungimento.

Non esiste cioè alcuna responsabilità per chi non raggiunge gli obiettivi che gli sono stati assegnati.

Adottare l’accountability, chiamare cioè i responsabili a rispondere del risultato raggiunto, significa invece prevedere conseguenze sia positive (premi) che negative (sanzioni).

Il responsabile deve essere destinatario non solo di premi ma anche di sanzioni.

Se no, il peggio che gli possa capitare è “non vincere”.

Come nella battuta di Totò, che inventa una regola per la quale non perde mai: qua vinciamo, qua perdi.

A proposito del recente viaggio di Barack Obama in Italia

1 Apr

Se c’è un episodio per il quale la recente visita di Barack Obama a Roma verrà ricordata negli anni, questo è sicuramente l’incontro col Papa.

Non certo l’incontro con Napolitano, né tanto meno quello con Renzi, episodi di livello decisamente inferiore (entrambi ignorati dai giornali americani).

Ad essersi incontrati in Vaticano sono stati infatti due personaggi indiscutibilmente “straordinari”, con l’aggettivo “straordinario” usato in questo caso, come in poche altre occasioni, nel pieno del suo significato di “fuori dall’ordinario”, dal “solito”, dal “comune”.

Da una parte un papa assolutamente lontano dalla tradizione millenaria della Chiesa cattolica romana, e questo non solo per il fatto di provenire da un Paese così lontano da Roma come l’Argentina.

Dall’altra il primo afroamericano nella carica di presidente degli Stati Uniti d’America.

Del soggiorno romano di Barack Obama ha colpito molto la sua visita, in forma privata, del Colosseo, monumento simbolo di Roma.

Ed è stato quello che ha detto in questa occasione che mi ha spinto a scrivere questo post.

Mentre infatti visitava l’anfiteatro Flavio, il più grande del mondo, Barack Obama ha commentato dicendo, fra l’altro: “è più grande di un campo da baseball”.

Ma come si fa, mi son detto, a mettere a confronto un monumento come il Colosseo (inaugurato dall’imperatore  Tito nell’80 d.C.) con un banale stadio da baseball?

Mentre riflettevo su questo commento, mi sono ricordato di un episodio del quale sono stato testimone tanti anni fa.

Mi trovavo a Segesta , davanti a quello che è probabilmente il tempio meglio conservato di quelli ancora presenti in Sicilia, muti testimoni della presenza greca nell’isola.

Accanto a me un gruppo di turisti americani, giunti a bordo di un pullman turistico.

Risuonano ancora nelle mie orecchie le parole che udii pronunciare a quei turisti, parole con le quali forse intendevano descrivere l’emozione suscitata in loro dalla vista di quello splendido monumento: “sembra proprio la Casa Bianca”.

Ma come si fa, mi chiesi allora e mi chiedo ancora oggi, a pensare di poter confrontare cose così diverse?

Come si fa a considerare “simili” un tempio dorico del V secolo avanti Cristo e una costruzione neoclassica, ispirata all’architettura palladiana, del 1792?

Credo che alla base di questa confusione vi sia la cultura, ormai sempre più imperante, del vivere in superficie, cultura antitetica a quella della profondità.

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