Archivio | maggio, 2014

Un organismo che non si libera dei rifiuti che produce finisce per avvelenarsi

20 Mag

Le recenti notizie sull’Expo 2015 hanno fatto cascare dal pero i tanti osservatori delle cose italiane che evidentemente, dal pero sul quale hanno il loro punto d’osservazione, non vedono quello che è davanti agli occhi di chi vive in questo Paese.

Meravigliati, questi commentatori dell’ovvio hanno manifestato la loro incredulità e hanno subito aperto un originale dibattito: ma come, sono passati vent’anni da “mani pulite” e siamo ancora alle prese con lo stesso fenomeno?

Ma come è potuto accadere tutto ciò?

Ma com’è possibile che anche nella “seconda repubblica” ci siano appalti truccati, mazzette, intrallazzatori e via dicendo?

E tutti in coro a dire, sbigottiti: sembra proprio una fotocopia della “prima repubblica”!

Per poi lanciare domande da caffè sport (del tipo “chi era più forte, Coppi o Merckx?”), quali: “cos’è più grave, la tangentopoli del 1992 o lo scandalo dell’Expo di Milano”? Oppure: “che differenze ci sono fra il fenomeno del 1992 e quello di oggi”?

E siccome a certe persone il senso del ridicolo è qualcosa che manca del tutto, si arriva anche a sentir dire che ci troveremmo nientepopodimenoche alle soglie della “terza repubblica”.

Quello di cui questi osservatori “non vedenti” delle cose italiane non si rendono proprio conto è che lo Stato italiano è sempre lo stesso, fermo, immutabile, da 153 anni ad oggi, con una continuità che ha qualcosa davvero di particolare, di unico.

Manca infatti, nella storia dello Stato italiano (una storia senza soluzioni di continuità), quel naturale alternarsi di fasi di stabilità e rotture che caratterizza altri Stati, rispetto ai quali le differenze che segnano l’Italia vanno ben oltre il banale spread.

L’anomalia che caratterizza il nostro Stato, quella che rende impossibile un confronto con altre realtà, è la presenza nel suo interno, nella sua struttura, di una costante che permane nel tempo: la mancanza di discontinuità, di reali cesure, la mancanza di ricambio, in un eterno, perenne trasformismo, nel quale tutto viene riciclato, nel quale lo Stato italiano non si libera mai delle scorie, dei rifiuti che, come ogni organismo vivente (gli Stati sono organismi viventi), produce nel corso della sua storia.

E come potrebbe essere altrimenti, in uno Stato che, nella Repubblica nata nel secondo dopoguerra, mantenne ai propri vertici funzionari del regime fascista (regime che, a sua volta, aveva fatto ricorso a funzionari del precedente Stato liberale)?

Come potrebbe essere altrimenti, in uno Stato che adottò come sua costituzione quella di uno dei sette Stati preesistenti (il Regno di Sardegna)?

Come potrebbe essere altrimenti, in uno Stato il cui primo re decise di chiamarsi “secondo” e non “primo” (a evidenziare il fatto che più che del primo re di un nuovo Stato si trattava in effetti del secondo re di uno Stato precedente), a conferma del fatto che lo Stato italiano nacque non come realtà nuova ma come allargamento dello Stato piemontese, del quale rappresentava infatti una semplice continuazione?

A proposito dell’arroganza che accomuna certi poteri

10 Mag

In un’intervista del 1991 a Marcelle Padovani, Giovanni Falcone racconta di quella volta che ad un magistrato che, nel 1980, gli chiese di spiegargli cosa fosse la mafia, Frank Coppola, considerato uno dei boss mafiosi di maggior prestigio, rispose così: “Signor giudice, tre magistrati vorrebbero oggi diventare procuratore della Repubblica. Uno è intelligentissimo, il secondo gode dell’appoggio dei partiti di governo, il terzo è un cretino, ma proprio lui otterrà il posto. Questa è la mafia…”

Ad Adriano Sansa, sindaco di Genova dal dicembre 1993 al novembre 1997, licenziato poco prima della scadenza del suo mandato dal PDS (il maggior partito della “sua” coalizione) perché ritenuto colpevole di “insufficiente capacità d’interlocuzione”, alcuni esponenti del sistema di potere che da sempre comanda nella città della Lanterna arrivarono a dire, indicandogli un autista, che, se loro volevano, erano in grado di eleggere sindaco di Genova il primo autista che passava, a dimostrazione del loro potere.

In realtà, quell’incredibile espressione usata da mediocri funzionari di partito (“insufficiente capacità d’interlocuzione”) nascondeva la vera colpa della quale, agli occhi dei partiti, si era macchiato quella persona perbene di Adriano Sansa: non aver obbedito agli ordini dei partiti, aver tenuto distinti e separati quelli che sono interessi pubblici (gl’interessi della città) da quelli che sono invece interessi privati (quelli dei partiti, associazioni di privati cittadini che, dietro il paravento di mediatori fra Stato e cittadini, nascondono il perseguimento di vantaggi personali ).

Come non notare le evidenti analogie fra le due organizzazioni per quanto riguarda la concezione del potere?

Come non vedere che entrambe considerano “cosa loro” le istituzioni pubbliche di questo Paese?

Un conto è essere un rappresentante, un altro essere legittimato come interlocutore

6 Mag

Gl’incredibili fatti accaduti l’altro giorno a Roma, in occasione della finale di Coppa Italia di calcio, hanno mostrato al mondo intero lo stato penoso nel quale si trova il Paese dove viviamo.

Quei fatti, al di là della loro oscenità, mettono in primo piano, in maniera drammatica, un tema che in una democrazia rappresentativa quale quella nella quale viviamo riveste un’importanza notevole.

Il tema è quello della legittimità delle trattative che si intavolano con una controparte per giungere ad un accordo.

In particolare, la questione riguarda un aspetto molto preciso, e cioè se sia sempre e comunque lecito intavolare una trattativa con chiunque si presenti come “rappresentante” di qualcuno, giustificando tale comportamento col semplice fatto che l’interlocutore sia un “rappresentante”.

Sono molti in Italia quelli che ritengono che essere un “rappresentante” costituisca, di per sé, titolo sufficiente per ricoprire il ruolo di controparte in una trattativa.

Secondo costoro non importa chi sia quel rappresentante, quale sia la sua storia, né quali siano gl’interessi che rappresenta; ciò che lo rende una legittima controparte è il semplice fatto che dietro di lui ci sono delle persone che accettano di essere da lui rappresentate.

Trovo che questo punto di vista, questo non tener conto di chi sia l’interlocutore, costituisca l’humus culturale dal quale traggono alimento fatti come quello di sabato scorso a Roma, fatti che poi, una volta accaduti, destano meraviglia, sdegno, sorpresa, anche in quegli stessi che, col loro comportamento, li hanno resi possibili.

E a nulla vale sottolineare come quello di sabato scorso ricordi fatti analoghi accaduti più volte in passato.

Due esempi, fra i tanti, di trattative indecenti con quelli che in Italia passano per “tifosi” di calcio: la trattativa svoltasi nel 2004 allo stadio Olimpico di Roma e quella di Genova del 2012.

A Roma, in occasione del derby del maggio 2004, la partita fu fermata dai “tifosi”, dopo la diffusione di una voce infondata, quella della morte di un bambino investito da una macchina della polizia.

A Genova, nell’aprile 2012, alcuni “tifosi” del Genoa interruppero per 40 minuti la partita col Siena e obbligarono i giocatori della “loro” squadra, ritenuti indegni (il Genoa stava perdendo 4 a 0), a togliersi la maglia.

La cosa incredibile è che la trattativa di sabato scorso, così come quelle del 2004 e del 2012, non è avvenuta in un luogo segreto, al riparo da occhi indiscreti, ma all’aperto, davanti a decine di migliaia di spettatori (termine che poche altre volte è risultato così adeguato per descrivere il comportamento di chi ha assistito passivamente a quelle incredibili scene).

A tutti quegli ipocriti (e sono tanti) che, in occasioni simili, cascano immancabilmente dal pero vorrei far notare che un Paese nel quale chi dovrebbe stare in galera non solo ne sta tranquillamente fuori ma per di più viene considerato legittimato a trattare, in quanto “rappresentante” di vaste fette di italiani (siano essi elettori o “tifosi” di calcio), non è un Paese civile.

La verità è che lo Stato italiano (parlo di quello reale, non di quello idealizzato, che come tale esiste solo nella fantasia) non è (e questo fin dalla sua nascita) “altra” cosa rispetto a chi, in teoria, dovrebbe essere suo nemico.

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