Un conto è essere un rappresentante, un altro essere legittimato come interlocutore

6 Mag

Gl’incredibili fatti accaduti l’altro giorno a Roma, in occasione della finale di Coppa Italia di calcio, hanno mostrato al mondo intero lo stato penoso nel quale si trova il Paese dove viviamo.

Quei fatti, al di là della loro oscenità, mettono in primo piano, in maniera drammatica, un tema che in una democrazia rappresentativa quale quella nella quale viviamo riveste un’importanza notevole.

Il tema è quello della legittimità delle trattative che si intavolano con una controparte per giungere ad un accordo.

In particolare, la questione riguarda un aspetto molto preciso, e cioè se sia sempre e comunque lecito intavolare una trattativa con chiunque si presenti come “rappresentante” di qualcuno, giustificando tale comportamento col semplice fatto che l’interlocutore sia un “rappresentante”.

Sono molti in Italia quelli che ritengono che essere un “rappresentante” costituisca, di per sé, titolo sufficiente per ricoprire il ruolo di controparte in una trattativa.

Secondo costoro non importa chi sia quel rappresentante, quale sia la sua storia, né quali siano gl’interessi che rappresenta; ciò che lo rende una legittima controparte è il semplice fatto che dietro di lui ci sono delle persone che accettano di essere da lui rappresentate.

Trovo che questo punto di vista, questo non tener conto di chi sia l’interlocutore, costituisca l’humus culturale dal quale traggono alimento fatti come quello di sabato scorso a Roma, fatti che poi, una volta accaduti, destano meraviglia, sdegno, sorpresa, anche in quegli stessi che, col loro comportamento, li hanno resi possibili.

E a nulla vale sottolineare come quello di sabato scorso ricordi fatti analoghi accaduti più volte in passato.

Due esempi, fra i tanti, di trattative indecenti con quelli che in Italia passano per “tifosi” di calcio: la trattativa svoltasi nel 2004 allo stadio Olimpico di Roma e quella di Genova del 2012.

A Roma, in occasione del derby del maggio 2004, la partita fu fermata dai “tifosi”, dopo la diffusione di una voce infondata, quella della morte di un bambino investito da una macchina della polizia.

A Genova, nell’aprile 2012, alcuni “tifosi” del Genoa interruppero per 40 minuti la partita col Siena e obbligarono i giocatori della “loro” squadra, ritenuti indegni (il Genoa stava perdendo 4 a 0), a togliersi la maglia.

La cosa incredibile è che la trattativa di sabato scorso, così come quelle del 2004 e del 2012, non è avvenuta in un luogo segreto, al riparo da occhi indiscreti, ma all’aperto, davanti a decine di migliaia di spettatori (termine che poche altre volte è risultato così adeguato per descrivere il comportamento di chi ha assistito passivamente a quelle incredibili scene).

A tutti quegli ipocriti (e sono tanti) che, in occasioni simili, cascano immancabilmente dal pero vorrei far notare che un Paese nel quale chi dovrebbe stare in galera non solo ne sta tranquillamente fuori ma per di più viene considerato legittimato a trattare, in quanto “rappresentante” di vaste fette di italiani (siano essi elettori o “tifosi” di calcio), non è un Paese civile.

La verità è che lo Stato italiano (parlo di quello reale, non di quello idealizzato, che come tale esiste solo nella fantasia) non è (e questo fin dalla sua nascita) “altra” cosa rispetto a chi, in teoria, dovrebbe essere suo nemico.

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