Un organismo che non si libera dei rifiuti che produce finisce per avvelenarsi

20 Mag

Le recenti notizie sull’Expo 2015 hanno fatto cascare dal pero i tanti osservatori delle cose italiane che evidentemente, dal pero sul quale hanno il loro punto d’osservazione, non vedono quello che è davanti agli occhi di chi vive in questo Paese.

Meravigliati, questi commentatori dell’ovvio hanno manifestato la loro incredulità e hanno subito aperto un originale dibattito: ma come, sono passati vent’anni da “mani pulite” e siamo ancora alle prese con lo stesso fenomeno?

Ma come è potuto accadere tutto ciò?

Ma com’è possibile che anche nella “seconda repubblica” ci siano appalti truccati, mazzette, intrallazzatori e via dicendo?

E tutti in coro a dire, sbigottiti: sembra proprio una fotocopia della “prima repubblica”!

Per poi lanciare domande da caffè sport (del tipo “chi era più forte, Coppi o Merckx?”), quali: “cos’è più grave, la tangentopoli del 1992 o lo scandalo dell’Expo di Milano”? Oppure: “che differenze ci sono fra il fenomeno del 1992 e quello di oggi”?

E siccome a certe persone il senso del ridicolo è qualcosa che manca del tutto, si arriva anche a sentir dire che ci troveremmo nientepopodimenoche alle soglie della “terza repubblica”.

Quello di cui questi osservatori “non vedenti” delle cose italiane non si rendono proprio conto è che lo Stato italiano è sempre lo stesso, fermo, immutabile, da 153 anni ad oggi, con una continuità che ha qualcosa davvero di particolare, di unico.

Manca infatti, nella storia dello Stato italiano (una storia senza soluzioni di continuità), quel naturale alternarsi di fasi di stabilità e rotture che caratterizza altri Stati, rispetto ai quali le differenze che segnano l’Italia vanno ben oltre il banale spread.

L’anomalia che caratterizza il nostro Stato, quella che rende impossibile un confronto con altre realtà, è la presenza nel suo interno, nella sua struttura, di una costante che permane nel tempo: la mancanza di discontinuità, di reali cesure, la mancanza di ricambio, in un eterno, perenne trasformismo, nel quale tutto viene riciclato, nel quale lo Stato italiano non si libera mai delle scorie, dei rifiuti che, come ogni organismo vivente (gli Stati sono organismi viventi), produce nel corso della sua storia.

E come potrebbe essere altrimenti, in uno Stato che, nella Repubblica nata nel secondo dopoguerra, mantenne ai propri vertici funzionari del regime fascista (regime che, a sua volta, aveva fatto ricorso a funzionari del precedente Stato liberale)?

Come potrebbe essere altrimenti, in uno Stato che adottò come sua costituzione quella di uno dei sette Stati preesistenti (il Regno di Sardegna)?

Come potrebbe essere altrimenti, in uno Stato il cui primo re decise di chiamarsi “secondo” e non “primo” (a evidenziare il fatto che più che del primo re di un nuovo Stato si trattava in effetti del secondo re di uno Stato precedente), a conferma del fatto che lo Stato italiano nacque non come realtà nuova ma come allargamento dello Stato piemontese, del quale rappresentava infatti una semplice continuazione?

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