Archivio | giugno, 2014

Ma quale imprevedibilità!

14 Giu

E così da oggi l’Italia ha un nuovo commissario straordinario, l’ennesimo “stregone” dal quale questo Paese si aspetta che arrivi il “miracolo”, l’ennesimo “eroe solitario” al quale l’italiano affida il compito di rimediare ai mali procurati dai propri comportamenti, che lo stesso italiano però non smette di mettere in atto, comportamenti ai quali evidentemente non sa, non intende, rinunciare.

L’ultimo “incaricato di funzioni straordinarie” è Raffaele Cantone, l’uomo al quale Matteo Renzi ha affidato il compito di “cacciare i corrotti”, di “cacciare i mercanti dal tempio”.

Ancora una volta s’interviene dopo l’esplosione di uno scandalo (quello dell’Expo di Milano), ancora una volta si agisce sulla spinta dell’emotività.

A parte il fatto che la logica vorrebbe che ai mercanti non fosse consentito l’ingresso nel tempio, che cioè i corrotti non arrivassero ad occupare quei posti dai quali poi devono essere cacciati, quest’ultima nomina conferma l’impossibilità, in questo Paese, di associare il funzionamento corretto di un’istituzione pubblica a concetti quali “ordinario”, “normale”, “semplice”.

In Italia, evidentemente, non è possibile (e forse neanche concepibile) che possa funzionare correttamente qualcosa di “ordinario” (e anche lo “straordinario” non ha però dato garanzie in tal senso).

La nomina di Cantone, inoltre, non solo è l’ennesima conferma dell’assoluta incapacità della pubblica amministrazione italiana di prevenire, ma sancisce anche la nullità dell’Authority sugli appalti, organismo che, al di là del nome altisonante, si è rivelato uno dei tanti carrozzoni inutili di questo Paese, una delle numerose fonti di spreco del denaro della collettività.

L’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture era stata istituita nel 1999, proprio per vigilare sugli appalti pubblici, uno dei settori più esposti al rischio di corruzione.

I fatti hanno dimostrato che in tutti questi anni abbiamo avuto (e mantenuto) un organismo di vigilanza che, come tanti altri, non ha vigilato.

Il recente scandalo dell’Expo e, ancora di più, i fatti del Mose di Venezia, evidenziano poi, come meglio non si potrebbe, quali sono i mali profondi che caratterizzano gli appalti in Italia.

In primo luogo, quelli più evidenti, più indiscutibili, sono sicuramente il sensibile aumento, rispetto alle previsioni contrattuali, dei costi di realizzazione delle opere e l’allungamento, indefinito, dei tempi di esecuzione (di questo secondo fenomeno sono spesso testimoni oculari gli stessi cittadini italiani).

In tanti anni si è cercato di porre rimedio a questi mali, ma le cure previste si sono rivelate inutili, assolutamente inefficaci, tutte incapaci di ridurre il fenomeno, quanto meno a livelli fisiologici, sopportabili.

Evidentemente la strada da percorrere è un’altra, ma altrettanto evidentemente sono in pochi quelli che se ne rendono conto e ancora meno quelli che hanno intenzione di andare in fondo alla questione, di risolvere “alla radice” il problema.

Quando ci si trova davanti a un problema e l’intenzione è quella di risolverlo (in molti casi non è così, i problemi sono qualcosa con cui si preferisce convivere), logica vorrebbe che, dopo averlo analizzato a fondo, dopo averne individuate le cause, si agisse con decisione per la loro rimozione.

E quali sono le cause all’origine dell’aumento dei costi e dell’allungamento dei tempi di esecuzione delle opere?

Dove questi mali (che rappresentano un grosso problema per la comunità) affondano le loro radici?

Sicuramente le procedure farraginose (ma, più ancora, le menti malate che le hanno concepite), spesso così contorte da risultare inapplicabili, contribuiscono al problema: basti pensare che in molti casi (come in quello dell’Expo) lo Stato italiano deve derogare a quelle procedure che lui stesso s’è dato, segno evidente della loro inapplicabilità.

Ma non è lì che vanno individuate le cause primarie (anche se bisognerebbe procedere con decisione ad una drastica riduzione del numero delle norme e ad una loro scrittura in un italiano semplice, chiaro, comprensibile).

Come ho avuto modo di constatare direttamente nel corso della mia attività lavorativa, i germi che sono all’origine dei mali che si manifestano nella fase esecutiva di un appalto si annidano nelle fasi che precedono l’apertura dei cantieri; mi riferisco in primo luogo alla fase di progettazione delle opere (quasi sempre i progetti risultano non adeguatamente definiti, in quantità e qualità) e al sistema di qualificazione delle imprese esecutrici (basato più su aspetti formali che non su elementi empirici).

A questi vanno poi aggiunte le enormi carenze all’interno del committente, quasi sempre privo di adeguate capacità di verifica.

Ed è proprio su questa mancanza di capacità di verifica da parte del committente che affonda le proprie radici uno dei più classici strumenti ai quali, nella fase esecutiva di un appalto, ricorrono le imprese esecutrici per rifarsi degli sconti (i cosiddetti “ribassi”) grazie ai quali erano risultate aggiudicatarie di quell’appalto: le varianti in corso d’opera.

Come ho avuto modo di constatare, molto spesso, proprio a causa dell’inadeguatezza del committente, vengono fatti passare per “varianti in corso d’opera” fatti che in realtà tali non sono.

Per esempio, dietro quelle che vengono definite “cause imprevedibili” (l’esistenza di cause imprevedibili è uno dei presupposti di ammissibilità di una variante in corso d’opera) si nascondono quelle che in realtà sono gravi carenze professionali, tanto delle imprese esecutrici (spesso prive di capacità tecniche adeguate alle opere da realizzare), quanto del committente (al cui interno le carenze di capacità di verifica, ancora più evidenti, non consentono di smascherare varianti false).

Sic stantibus rebus, il verificarsi di fatti dai quali derivano notevoli danni (non solo di natura economica) per la collettività è una cosa assai facilmente prevedibile (per non dire certa).

Quanti posti di lavoro superflui, quanto lavoro senza senso

6 Giu

L’altro giorno mi sono recato in un ufficio della Pubblica Amministrazione (avevo bisogno di alcune informazioni).

Varcato l’ingresso mi sono imbattuto in un banco, dietro il quale c’erano due impiegati.

Siccome viviamo in un Paese nel quale da vent’anni non si fa che vendere fumo, atteggiandosi ridicolmente a ciò che non si è, sopra quel banale banco faceva bella mostra di sé la scritta front-office (evidentemente chiamarlo “banco informazioni” sarebbe stato troppo semplice e, soprattutto, troppo chiaro).

Accanto a quel banco c’era una porta, sulla quale era scritto, a caratteri cubitali, coordinatore front-office.

Al di là del fatto che pensare al coordinamento di due impiegati è qualcosa di incredibile, vediamo adesso qual è la funzione di quel front-office.

Ebbene, la procedura pensata dalla Pubblica Amministrazione prevede che, dopo essere stati invitati a mettersi in coda, i clienti (così ormai vengono chiamati i cittadini italiani negli uffici pubblici), una volta raggiunto il bancone e aver indicato ad uno di quei due impiegati il motivo per il quale si erano recati in quel luogo, ricevano dalle mani di uno dei due un biglietto sul quale è indicato il numero dello sportello al quale rivolgersi (dopo aver atteso il proprio turno) per ottenere quelle informazioni per le quali si erano recati in quell’ufficio.

E così in quell’ufficio si fa una prima coda per sapere dove farne (in quello stesso ufficio) una seconda!

Sarebbe sufficiente installare, ben visibile all’ingresso di quell’ufficio, un distributore di biglietti ed una chiara tabella con indicati, per ogni tipologia d’informazione, il tasto da premere per ottenere il biglietto col numero dello sportello al quale rivolgersi (come avviene da tempo, per esempio, negli uffici postali).

Mentre mi trovavo in coda (la prima) ho notato che in quel microcosmo la Pubblica Amministrazione italiana aveva creato tre posti di lavoro, tutti e tre assolutamente inutili (difficile dire quale lo sia di più, fra quei due “distributori di biglietti” e il loro coordinatore).

E quanti sono, mi son detto, i microcosmi simili presenti in tutta Italia, quanti i posti di lavoro superflui sparsi da Aosta a Ragusa?

Ricordo quando, anni fa, al Cairo per lavoro, mi recai nella sede di una delle più importanti società egiziane.

Quando, dopo aver lasciato i miei documenti in portineria, mi diressi all’ascensore per andare nell’ufficio dove ero atteso, notai che, una volta apertesi le porte dell’ascensore, all’interno di esso c’era, seduto su una piccola sedia, un dipendente di quella società, addetto ad un compito davvero particolare: il suo lavoro consisteva nel premere il pulsante corrispondente al numero del piano al quale si era diretti.

Che dire di più?

Perché a Palermo qualunque attività è destinata a non durare a lungo

2 Giu

Sul lato ovest della via Ruggero Settimo di Palermo fino a poco tempo fa c’era un luogo-simbolo della città: il bar Pinguino (a proposito, Settimo è un cognome e non, come mi è capitato di leggere, anche in pubblicazioni “serie”, un aggettivo numerale ordinale).

Ho scritto “c’era” perché nei giorni scorsi anche questo locale ha cessato di vivere; anche lui è entrato a far parte del già ricco album dei ricordi della Palermo di un tempo ormai perduto.

Caratteristica di questo storico locale era “l’autista”, una particolare bibita digestiva alla quale si ricorreva per trovare un efficace rimedio contro l’acidità di stomaco, condizione abbastanza frequente con la cucina palermitana, particolarmente “pesante”.

Quella che, subito dopo che il barista aveva versato nel bicchiere la punta di un cucchiaino di bicarbonato, avveniva nello stomaco di chi beveva “un autista”, era una violenta reazione chimica, così rapida che quasi sempre il “paziente” non riusciva ad uscire dal locale prima di “emettere” il prodotto dell’esplosione che quella bevanda aveva innescato.

Il nome “autista” deriva dal fatto che questa bibita-medicina fu messa a punto, tanti anni fa, proprio per dar sollievo ad un autista che, dopo aver mangiato “pesante”, entrava nel bar Pinguino per chiedere un aiuto per digerire.

Entrava in quel bar come se entrasse in una farmacia.

Si racconta che un barman, dopo vari tentativi, riuscì finalmente a mettere a punto la giusta ricetta medica, un vero e proprio preparato galenico.

Da quel giorno quella bibita si chiamò, per tutti, “autista”.

Dopo questa chiusura, anche del Pinguino, d’ora in poi, si parlerà soltanto al passato, secondo un’usanza molto diffusa fra i siciliani.

Quello che più mi ha colpito, quando giorni fa ho letto della fine di questo bar, è che questa ha seguito di poco più di un mese quella di un altro dei luoghi-simbolo della città che fu: il bar Mazzara, quello dove Tomasi di Lampedusa scrisse diverse pagine del suo Gattopardo.

Pensando a quante chiusure di locali storici sono avvenute a Palermo negli ultimi tempi e a come queste si vadano facendo sempre più frequenti, si ha come l’impressione che Palermo stia precipitando, che stia franando (e non solo in senso metaforico), che stia cambiando sempre più velocemente pelle, che si stia trasfigurando.

Non voglio dire che il cambiamento che, ormai da parecchi anni, sta interessando la città sia in peggio (ognuno lo giudichi come vuole, secondo i propri parametri, secondo le proprie priorità), voglio solo dire che quella che è in atto, visibile agli occhi di tutti, non è una cosa di poco conto, ma una vera e propria trasformazione irreversibile; sta accadendo, a Palermo, quello che a volte accade in seguito ad una violenta eruzione vulcanica: il paesaggio cambia, si formano nuove isole, ne scompaiono altre, ecc.

A proposito dei motivi all’origine della chiusura del Pinguino, ho letto che in tanti hanno chiamato in causa (come nel caso di altre) la crisi economica, in particolare quella di questi ultimi anni.

A me sembra invece che, più che ad un fatto contingente (penso a tutte le attività cessate a Palermo a partire dagli anni settanta, in periodi in cui non c’erano certo crisi alle quali potersi appellare), questa chiusura, così come quella del bar Mazzara e di tante altre attività, sia collegata al fatto che il capoluogo siciliano è un luogo non adatto per attività imprenditoriali e che le ultime chiusure ne siano un’ulteriore conferma.

Penso che se da un lato si sia rivelata terreno adatto per la pomelia, dall’altro Palermo abbia dimostrato di non esserlo affatto per l’imprenditoria.

Non si può non constatare come molte attività, anche fra quelle che, pur tra mille difficoltà, sono riuscite a decollare (e gli esempi, nella storia della città, non mancano di certo), non abbiano poi però trovato attorno un terreno adatto nel quale poter mettere radici profonde, necessarie per poter durare a lungo.

Ed è proprio questa incapacità/impossibilità di durare nel tempo, questa mancanza di continuità, l’elemento che, secondo me, caratterizza molte attività imprenditoriali palermitane (e non solo).

Quante sono, per esempio, le attività avviate da imprenditori palermitani negli ultimi cento anni ad essere oggi ancora in vita?

Quante quelle che sono sopravvissute alla scomparsa di chi le aveva avviate?

Tanti, troppi, sono gli esempi di attività, anche importanti, che non hanno retto al tempo (a volte sono durate soltanto il tempo di una generazione), perché non si colga in questo il segno di qualcosa di non contingente, ma di permanente.

Il mio pensiero non si ferma però di fronte all’incapacità di gestire in modo professionale un’attività, alla mancanza di libera iniziativa, alla sempre più diffusa improvvisazione, alla tendenza quasi naturale a dipendere dalla sfera pubblica, e quindi dalla politica, tutti aspetti che pure sono evidenti e che sicuramente contribuiscono a questa mancanza di capacità di durare a lungo.

Penso piuttosto a qualcosa di più profondo, di più radicato nel modo col quale viene vissuta la vita in Sicilia, e a Palermo in particolare.

A qualcosa che, come una maledizione divina, sembra condannare qualunque attività nata a Palermo a non durare a lungo; è come se la mitica Lachesi avesse stabilito che ad ogni iniziativa nata all’ombra di Monte Pellegrino dovesse toccare poco filo della vita.

Mettendo però da parte il mito e chiamando invece in causa i fatti concreti, quelli con i quali bisogna fare i conti, penso che gli avvenimenti che hanno segnato la storia della loro terra abbiano introdotto nell’animo dei siciliani, come se si trattasse di un virus, un senso di sfiducia nel futuro, nel progresso, nella storia, nella possibilità dell’uomo d’incidere nella vita, sua e di chi gli sta intorno, per migliorarne le condizioni.

Il risultato di questa inoculazione è che, col tempo, i siciliani hanno perso il senso stesso del futuro, diventato ormai un concetto estraneo, un qualcosa che nessuno di loro considera, a cui nessuno crede.

Pur tenendo presente quanto sia pericoloso (oltre che sbagliato) generalizzare, penso però che almeno su alcune cose (poche) si possa convenire; come, per esempio, sul fatto che nel palermitano sia ben radicata (questa sì che ha attecchito, come la pomelia) la tendenza a vivere con la testa rivolta all’indietro, a magnificare il tempo che fu (reso ancora più bello dalla sua lontananza), a non considerare il tempo di là da venire.

Non è forse vero che (certamente non per caso) il dialetto siciliano è privo del tempo futuro?

E non è forse vero che le parole servono a descrivere qualcosa che esiste?

E allora, a che serve una parola se il concetto che questa dovrebbe esprimere, descrivere (come nel caso del futuro per i siciliani), non esiste?

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