Archive | luglio, 2014

A Palermo “l’altro” è un concetto estraneo alla cultura di molti dei suoi abitanti

30 Lug
Quest’estate, come non mi capitava da tanto tempo, sto trascorrendo un periodo significativamente lungo a Palermo, la città dove sono nato e cresciuto e che ho lasciato da ragazzo, tanti anni fa.
Per muovermi in centro preferisco andare a piedi; ci sarebbero, in teoria, i mezzi pubblici (ai quali ricorro abitualmente, sia in Italia che all’estero) ma, tenuto conto dei tempi di attesa alle fermate e di quelli di percorrenza, entrambi indeterminati, muoversi a piedi è senz’altro la soluzione migliore.
Mi capita comunque, anche se raramente, di dover fare ricorso all’auto e in quelle occasioni, prima di mettere in moto, faccio sempre il pieno di pazienza, che in questi casi rappresenta un elemento molto importante, quasi quanto il carburante.
Guidare l’auto a Palermo significa però non solo avere a che fare col traffico di una città caotica, una città nella quale il numero delle auto in circolazione è decisamente sproporzionato rispetto a quelli che sono gli spazi disponibili.
Guidare l’auto a Palermo significa, soprattutto, prima di tutto, sperimentare quello che è il modo di pensare di gran parte dei palermitani, quella che è la loro mentalità.
Ci si accorge, per esempio, che per molti palermitani il rispetto delle regole (mi riferisco alle regole del vivere civile, quelle sulle quali si regge una comunità e non ad altre, particolari, che invece a Palermo godono di grande rispetto) è un concetto assolutamente estraneo al loro modo di pensare, di agire, d’intendere la vita.
A Palermo le regole che sono alla base del vivere civile rappresentano qualcosa che appartiene al mondo della fantasia: strisce pedonali, semafori, divieti di sosta (soprattutto quello di lasciare l’auto in doppia fila), corsie riservate, gestione dei rifiuti, rispetto del silenzio nei condomini dopo una certa ora, ecc. sono tutte cose perfettamente inutili.
Aspettarsi che queste regole vengano rispettate è come pensare d’intendersi con chi parla un’altra lingua: una cosa priva di senso.
Guidando l’auto a Palermo ci si rende conto, in particolare, che molti dei suoi abitanti considerano se stessi come i padroni del mondo attorno a loro, convinti come sono di essere in diritto di disporre a loro piacimento degli spazi all’interno dei quali si muovono, assolutamente indifferenti alle esigenze degli altri.
Già, gli altri. Ma chi sono “gli altri” per la gran parte dei palermitani? Sono esseri che semplicemente non esistono.
Tutto ciò che è al di fuori del loro “io”, della loro persona, dei loro interessi, è qualcosa che non esiste; la massima giuridica latina tamquam non esset rende molto bene l’idea di che cosa sia “l’altro” per gran parte dei palermitani.

L’unica forma di comunità che molti palermitani concepiscono è quella della propria famiglia, del proprio clan, della propria cosca.
L’altro, per molti palermitani, è come il mare d’inverno di Enrico Ruggeri: “un concetto che il pensiero non considera”.

A proposito della funzione dei cimiteri

28 Lug

All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne confortate di pianto è forse il sonno della morte men duro?” (“Dei Sepolcri”, Ugo Foscolo).

Anche se inutili per i morti, i cimiteri e le tombe hanno però, secondo Foscolo, una loro utilità, almeno per i vivi: rappresentano infatti il luogo dove gli esseri umani possono recarsi per poter coltivare l’illusione di “parlare” con i propri cari non più vivi.

La domanda che mi son sempre fatta a questo proposito non ha però a che fare con questo evidente e insopprimibile bisogno d’illusione, un’illusione tanto vana ma non per questo meno resistente (gli esseri umani hanno bisogno di certe illusioni per poter vivere, così come hanno bisogno dell’aria per respirare), ma col fatto che per poter “parlare” con i propri cari ci si debba recare in un determinato luogo, appunto in un cimitero.

Questa cosa proprio non la capisco; quella di doversi recare in un cimitero per “parlare”, per “confidarsi” con un morto, per chiedergli aiuto, per cercare conforto, è proprio una cosa che non riesco a spiegarmi.

Non pretendo certo di trovare un senso dove questo non c’è, ma almeno una spiegazione comprensibile, anche se priva di senso logico.

Ma cosa c’è in un cimitero, nel luogo dove sono state sepolte le persone a noi care?

Cosa c’è, oltre al ricordo di quelle sepolture, di quei momenti così pieni di dolore?

Niente, solo terra, polvere e marmi.

Per ricordare una persona a noi cara, per poterci “parlare”, per potercisi “confidare”, non è assolutamente necessario recarsi nel cimitero dove è stata sepolta.

Ciò che rimane delle persone a noi care, che ci hanno voluto veramente bene, alle quali noi abbiamo voluto veramente bene, il loro ricordo, fa parte di noi, vive in noi, è dentro di noi, in nessun luogo esterno a noi.

Recarsi in un determinato luogo (il cimitero dov’è avvenuta la sepoltura di una persona a noi cara) per poterci “parlare”, per poterle “dire” che non l’abbiamo dimenticata,  che è sempre nel profondo del nostro cuore, è una cosa assolutamente priva di senso, una delle tante cose senza senso di cui è piena la vita di tante persone.

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