Archivio | settembre, 2014

A proposito di certi intellettuali, tanto inutili quanto pericolosi

15 Set

A Palermo, in piazza Indipendenza, quasi all’angolo con Corso Calatafimi, il lungo rettilineo che, prosecuzione del Cassaro, sale verso Monreale, c’è una targa commemorativa, dedicata a Francesco Paolo Di Blasi.

Questo avvocato palermitano, teorizzatore di una limitazione dei privilegi del clero e della nobiltà siciliani, verso la fine del 1700 cercò di mettere in pratica nella sua città le idee messe in circolazione dalla rivoluzione francese.

Ma come spesso accade a certi intellettuali, soprattutto a quelli meridionali (che, privi come sono di concretezza, del senso della realtà, del concetto di fattibilità, non tengono conto della differenza che c’è tra un’idea e la sua realizzazione, risultando in tal modo non solo inutili ma anche pericolosi, per sé e per gli atri), non considerò il contesto nel quale si muoveva.

Ignorò, sopra ogni cosa, un fatto decisivo: l’Illuminismo, al quale si ispirava, non vi aveva creato nessuna forza capace di contrapporsi al sistema feudale, introdotto secoli prima dai Normanni.

E, come la Storia insegna, senza una solida base popolare le rivoluzioni sono illusorie e destinate inevitabilmente al fallimento.

Fu così che il 20 maggio 1795, dopo essere stato arrestato, processato e torturato, Francesco Paolo Di Blasi, all’età di 42 anni, venne decapitato nel luogo (all’epoca “piano di Santa Teresa”) dove oggi si trova quella targa commemorativa.

Quell’episodio, del quale parla Leonardo Sciascia nel suo “Consiglio d’Egitto”, ricorda (o, meglio, dovrebbe ricordare, visto che non se ne tiene mai conto) che perché un progetto, un’idea, si realizzi non è sufficiente volerlo, parlarne.

Occorre che, a monte, esistano i presupposti necessari perché possa materializzarsi; quel progetto deve cioè essere “realizzabile”, “praticabile”.

Sempre che, ovviamente, l’intenzione dell’ideatore sia quella di “fare” e non quella di limitarsi a “parlare”, a “dibattere”, a “ragionare”.

Lasciare che ad occuparsi di progettare il futuro siano persone prive del senso della realtà, persone che amano perdersi dietro ragionamenti cavillosi, incuranti del collegamento tra la parola e l’azione, sideralmente lontani dal Napoleone del 5 maggio, ritratto da Manzoni con quelle parole immortali (di quel securo il fulmine tenea dietro al baleno), persone che, di fronte ad un fenomeno descrivibile mediante una “gaussiana”, si perdono in infinite discussioni sulle “code” di quella curva, anziché concentrarsi sulla “pancia”, è il modo migliore per perpetuare la convinzione, errata, dell’immodificabilità dell’esistente e per favorire, in tal modo, quelli che vogliono mantenere in vita lo status quo.

Se da un lato l’azione deve essere sempre preceduta dal pensiero, da un’idea, da un progetto (“fare” solo per “fare” è infatti una cosa priva di senso), dall’altro però proporre progetti generici, staccati dalla realtà, irrealizzabili, solo per il gusto di “parlare”, significa dequalificare la parola al livello di chiacchiera.

E questo è ancora più grave.

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