Tanti mezzi di comunicazione ma poca comunicazione.

1 Ott

Lo scorso mese si è svolta a Camogli, deliziosa località della riviera ligure di levante, la prima edizione del festival della comunicazione, primo evento del genere organizzato in Italia.

Il successo di questa iniziativa, in termini di numero di presenze ai vari incontri, conferma quanto interesse il tema della comunicazione sia in grado di suscitare, quanto grande, diffuso, sia il bisogno delle persone di “ascoltare”.

Ma siamo sicuri che quando si parla di comunicazione s’intenda, da parte di tutti, la stessa cosa, che cioè tutti quanti attribuiscano alla parola “comunicazione” lo stesso significato?

In merito, ho molti, e seri, dubbi.

In uno dei numerosi incontri del festival di Camogli, Umberto Eco ha ricordato a questo proposito (citando Sant’Agostino) che comunicare significa attivare nella mente di qualcuno l’idea che c’era nella nostra mente.

Comunicare, quindi, non vuol dire, come banalmente si crede, stabilire un contatto con un altro, e basta, ma produrre, nella mente del nostro interlocutore, un preciso risultato: attivare, in quella, l’idea che c’era nella nostra mente.

Comunicare non indica pertanto “compiere un’azione” ma “raggiungere un obiettivo”, “ottenere un risultato”.

E la differenza non è cosa di poco conto!

Il mezzo (quello col quale si comunica) non va mai confuso col fine (quello che si vuole raggiungere tramite quel mezzo).

Al di là del mio profondo scetticismo sul fatto che possa realizzarsi, se non in casi assolutamente eccezionali, quel che diceva Sant’Agostino, c’è una domanda che, quando si parla di comunicazione, non viene mai presa in considerazione, domanda che considero non solo importante, ma essenziale, e cioè: ammesso e non concesso (come direbbe Totò) che la comunicazione riesca ad attivare nella mente di chi viene raggiunto da un messaggio (“comunicare” significa “trasmettere”) l’idea che c’era nella mente di chi quel messaggio l’ha inviato, cosa fanno gli “ascoltatori”, dopo, di quello che hanno ascoltato?

Cosa c’è dopo l’ascolto?

Che uso si fa, per esempio, di ciò di cui si viene a conoscenza nei casi in cui ciò che si comunica è un’informazione?

E, ripeto, sempre che si riesca nell’impresa di riuscire a superare l’ostacolo dell’incomunicabilità (tema al centro di tanti film di Michelangelo Antonioni).

Comunicare, allo scopo di entrare in contatto con altri (per cos’altro, se no?), ha senso solo se si accetta il fatto che, a fronte del contatto così creato, i “messaggi” veicolati producano un effetto nella mente del destinatario.

Che senso ha voler comunicare se poi si vuole restare esattamente come si era prima?

Nessuno.

Eppure si continuano a costruire vie di comunicazione, e mezzi per “trasportare” messaggi, senza però curarsi di quello al quale tutto questo dovrebbe servire: far circolare idee.

Proprio quelle che mancano.

Si mettono in comunicazione persone che non hanno nulla da dire, nulla da comunicare; è come costruire autostrade, ponti, e farli percorrere da mezzi (camion, auto) che non contengono nulla, che non trasportano nulla.

Così come accade in tante altre circostanze, si parla di comunicazione in mancanza dei necessari presupposti.

O perché i messaggi, vuoi per via del loro contenuto (spesso assente), vuoi per come vengono trasmessi, risultano incapaci di attivare le menti dei destinatari o perché le menti dei destinatari risultano incapaci di reagire secondo le aspettative di chi invia i messaggi.

Il risultato è quello di avere molto rumore e poco segnale.

Molto rumore per nulla, direbbe Shakespeare.

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