A proposito dell’ultima alluvione di Genova

12 Ott

Eccoci qua, alle prese ancora una volta con un’alluvione.

E come sempre più spesso accade, anche in questo caso si gioca con le parole, per creare una realtà virtuale, con la quale sostituire quella reale.

Ecco che allora, nel tentativo volto, da una parte, ad ingigantire la portata del fenomeno meteorologico “alluvione” e, dall’altra, a diminuire le responsabilità di chi, con sempre maggiore evidenza, risulta incapace di gestire il territorio, si ricorre, incuranti del ridicolo, a termini quali “bomba d’acqua” e, più recentemente, “temporale autorigenerante”.

La realtà, quella vera, è che ancora una volta i cittadini di questo Paese devono fare i conti con i danni che un’alluvione è in grado di provocare se ad esserne colpita è una città italiana, in particolare se si tratta di una città fragile come Genova, devastata da cinquant’anni di edilizia selvaggia.

Ad aver però attirato la mia attenzione, in occasione dell’alluvione che ha colpito Genova nella notte tra il 9 e il 10 ottobre, non sono stati i sempre più penosi tentativi di scaricabarile di responsabilità messi in atto dai rappresentanti delle istituzioni locali, né quelli, inscenati sempre dagli stessi, di cercare di nascondersi dietro procedure complesse, farraginose, inapplicabili.

No, quello che l’altro giorno mi ha colpito è aver sentito il sindaco Marco Doria, una persona che in ogni caso considero una persona perbene, dire che se il Comune di Genova non ha adottato, quando sarebbe stato il caso (anche se forse, vista la tempistica, si sarebbe trattato di un’iniziativa inutile), le misure previste in caso di allerta meteo, è stato perché nessuno aveva segnalato lo stato di allerta.

Il motivo per il quale quelle parole hanno attirato la mia attenzione è perché le ritengo rivelatrici di un’idea, di un modo di pensare, di una mentalità, che considero inquietanti, perché vedo in esse i segni di qualcosa di surreale, di paradossale.

L’idea, cioè, che l’esistenza o meno di un fatto reale vada collegata ad un “comunicato ufficiale” e non invece, com’è ovvio che sia, alla sua osservazione, al suo accadere nella realtà, all’esserne persino testimoni diretti.

Che la situazione, nella tarda serata dello scorso giovedì, fosse da stato di allerta, era un fatto; tutti, a Genova, intorno alle ore 23 del 9 ottobre, sono stati testimoni oculari di uno “stato di allerta”.

Soprattutto quei genovesi che abitano nella zona della bassa Val Bisagno, nei luoghi dove si è verificata l’esondazione del torrente Bisagno.

Lo stato di allerta meteo era nei fatti; per rendersene conto bastava vederlo, non c’era bisogno di attendere un “comunicato ufficiale dell’autorità competente”.

E invece, secondo quelle parole, il sindaco di Genova, pur in presenza di segnali evidenti, come quelli che la realtà inviava in quelle ore, da “stato di allerta”, non poteva adottare le misure previste in caso di dichiarazione formale di stato di allerta perché l’autorità competente, quest’oracolo moderno, non aveva parlato.

No, lui doveva agire, coma ha agito, come semplice ingranaggio di una macchina (la burocrazia), autentica “entità superiore”.

Non importa se la “macchina” dalla quale dipendono le sorti di milioni di esseri umani è una “creatura” mostruosa, ottusa, arrogante, autoreferenziale, inutilmente complessa, inefficiente, com’è la burocrazia di questo Paese.

Nessuna iniziativa autonoma, nessuna assunzione di responsabilità personale, solo il rigido rispetto delle procedure.

Come ho detto prima, nelle ultime ore di giovedì 9 ottobre la situazione era già talmente compromessa che, anche se fossero state adottate, a quell’ora, anche in mancanza di una dichiarazione ufficiale di stato di allerta, le misure previste dalla procedura sarebbero risultate inutili (lo capisce chiunque che, perché abbia senso, uno stato di allerta deve essere dichiarato con largo anticipo rispetto al manifestarsi dell’evento per il quale dovrebbero scattare adeguate misure di protezione).

Quello che però trovo inquietante in questa vicenda è quello che intravedo dietro certe parole, dietro certi segni: una mentalità che fa pensare al Sant’Uffizio, al processo di Kafka, ai regimi totalitari, a qualcosa cioè che non solo tende a creare realtà virtuali, inesistenti nella realtà dei fatti, ma che arriva a negare l’esistenza della realtà vera, reale, osservabile da tutti, sotto gli occhi di tutti.

La realtà, invece, è indipendente, autonoma, non ha bisogno di “comunicati ufficiali” che ne confermino l’esistenza.

Ciò che è reale esiste comunque, a prescindere da tutto e da tutti.

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