Archivio | novembre, 2014

Romanengo, una bella e preziosa realtà genovese

30 Nov

Nella città di Genova esiste, dal 1780, una gran bella realtà, famosa in tutto il mondo per la produzione di frutta candita, confetti, prodotti di zucchero, marmellate, liquori, sciroppi, cioccolato.

Si tratta della confetteria Romanengo, una ditta che da quasi duecento anni mantiene, immutati nel tempo, la stessa denominazione (“Pietro Romanengo fu Stefano”) e lo stesso marchio (una colomba che tiene col becco un ramoscello d’ulivo).

Quella del confettiere (divenuto poi anche cioccolatiere), così come quella della conservazione della frutta attraverso il processo di canditura (la frutta candita è da sempre il principale ramo di attività della ditta Romanengo) è un’arte e come tale è definita dalla famosa Encyclopédie, secondo la quale quella del confiseur è “l’arte di fare delle confetture di tutte le qualità e molti lavori di zucchero“.

Al lontano 1829 risale l’iscrizione della ditta “Pietro Romanengo fu Stefano” alla Camera di Commercio di Genova, istituita nel 1805, quando la città della Lanterna faceva parte della Francia.

Il valore della famiglia Romanengo non dipende però soltanto dall’aver saputo creare, nell’800, qualcosa di unico, di eccezionale, da prendere come esempio quando si parla di artigianato di qualità, ma dall’essere stata capace di custodirlo e mantenerlo vivo e, soprattutto, di aver saputo conservare la dimensione artigianale originaria della ditta (che non è mai stata trasformata in industria), di aver saputo tramandare, di generazione in generazione, una passione vera, che traspare, netta, dagli occhi degli abili artigiani che lavorano nella piccola fabbrica di Genova.

A conferma di quanto sia sbagliato considerare la parola “conservatore”, sempre e comunque, sinonimo di negatività.

E non poteva certo mancare, in questo piccolo omaggio ad un tempio della frutta candita, il ricordo di una canzone del 1971 di Oscar Prudente, “Un mondo di frutta candita“.

Annunci

Essere in minoranza non equivale ad avere ragione

29 Nov

Uno dei bisogni primari di molte persone è quello di essere notate, di non passare inosservate.

Un classico segnale che denota questa loro esigenza è l’atteggiamento che assumono quando si devono confrontare con gli altri: cercano, sempre e comunque, di distinguersi, qualunque sia l’argomento, qualunque sia l’uditorio.

Vogliono passare, a tutti i costi, per portatori di idee originali, nettamente distinguibili dalle altre, uniche, nella falsa convinzione che, solo per via della loro unicità, le idee che esprimono meritino di essere notate, di essere prese in considerazione.

Per queste persone, affette da un bisogno patologico di protagonismo, il valore di un’idea non dipende dal suo contenuto ma dalla sua “diversità”, vera o falsa che sia (a volte viene costruita apposta).

Il bisogno che hanno di essere notate, di attirare su di sé l’attenzione, di essere “protagonisti”, le spinge a non accettare, a non condividere mai, pur di passare per “originali”, una posizione, qualunque essa sia, espressa da altri.

A queste persone calza in maniera perfetta la famosa battuta di Michele, il protagonista di Ecce bombo, uno dei film più noti di Nanni Moretti : “Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?

Non importa se quella che rifiutano a prescindere è una posizione condivisibile, accettabile, l’importante per loro è non essere confusi con altri, non perdere la loro individualità, che con tanta fatica cercano di costruirsi.

Per queste persone, che si ritengono (e, soprattutto, vogliono essere ritenute) depositarie, sempre e su tutto, di un’opinione “originale”, fuori dal coro, che identificano con “la” verità, il motivo di ciò che accade è sempre “un altro”, la spiegazione di un problema è sempre “altro”, rispetto a quello che viene indicato dai loro interlocutori, anche se questi sono più competenti nella materia trattata.

Quello che proprio non concepiscono è il fatto che si possa essere d’accordo con un’idea espressa da un altro.

Quest’idea, più diffusa di quanto non si pensi, di far discendere necessariamente una presunta qualità dal fatto di essere una minoranza porta a considerare portatori di qualità persone che in realtà devono il limitato interesse che suscitano alla bassa qualità, all’inconsistenza, delle loro idee.

Alcuni arrivano addirittura a compiacersi dello scarso interesse che suscitano, considerando questo come segno della qualità di ciò che esprimono.

Di esempi ce ne sono tanti, nei campi più diversi: dal mondo dello spettacolo a quello dei libri, a quello della politica, a quello dell’arte.

Se è vero, con riferimento a quest’ultimo campo dell’attività umana, che la Storia è piena di casi in cui un’opera d’arte, al suo apparire, non è stata compresa come l’autore avrebbe meritato, è altrettanto vero che un’opera che, al suo esordio, non riesce a catturare l’interesse non è, solo per questo motivo, meritevole di essere considerata un’opera d’arte.

In uno degli ultimi film di Luchino Visconti, Gruppo di famiglia in un interno, il personaggio interpretato da Burt Lancaster dice : “I corvi vanno a schiere, l’aquila vola sola“.

Non è che, però, siccome “i corvi vanno a schiere, l’aquila vola sola”, se un corvo vola da solo per ciò stesso diventa un’aquila.

Cosa dicono le elezioni dell’altro ieri

25 Nov

Il dato dell’astensione alle ultime elezioni regionali svoltesi in Emilia Romagna e in Calabria conferma ancora una volta una tendenza tanto evidente quanto trascurata dalla classe politica italiana, sempre più indifferente ai segnali che vengono dalle urne elettorali.

Ad ogni elezione aumenta sempre di più il numero degli elettori che non vanno a votare (il segnale che viene dalle elezioni di domenica scorsa è reso ancora più significativo se si considera il fatto che il record dell’astensione che si è registrato in quest’occasione è stato raggiunto in una regione come l’Emilia Romagna).

Poca attenzione però viene posta sul fatto che se questo fenomeno ha raggiunto livelli così elevati è perché, evidentemente, questi elettori mancanti all’appello non hanno trovato (e continuano a non trovare) niente e nessuno in cui potersi riconoscere.

Ed è di questa mancanza di serie proposte alternative che ci si dovrebbe preoccupare, piuttosto che del crescente potere di Matteo Renzi, potere che di questa mancanza è solo una conseguenza.

Oltre, però, al livello raggiunto dal fenomeno dell’astensionismo, il risultato delle elezioni svoltesi l’altro ieri in Calabria e in Emilia Romagna, se analizzato a mente fredda, mostra chiaramente, e in modo molto più efficace rispetto alle tante analisi che si sentono e si leggono, la “mutazione genetica” avvenuta nel PD.

Smaltita la sbornia, finita l’illusione nata con “Mani Pulite”, fenomeno che aveva fatto passare per cambiamento (peraltro imposto dall’esterno e non dall’interno della classe politica) quello che in realtà era solo un rimescolamento di carte (sempre le stesse), l’Italia sta ritornando infatti ad essere il Paese che è sempre stato, un Paese privo tanto di una destra seria quanto di una sinistra con mentalità di governo.

Appare sempre più chiara, mentre tanto il centro-destra quanto il centro-sinistra si stanno decomponendo, la ricostituzione, sotto nuove sembianze, dell’unico partito in grado di governare questo Paese, la vecchia DC.

Il “nuovo” partito che Matteo Renzi sta ricostruendo ha solo cambiato sigla (da DC a PD) ma, come si sa, in questo Paese si è pronti a cambiar tutto pur di non cambiare nulla (di serio).

A proposito della sentenza della Cassazione sul processo Eternit

23 Nov

Brutta cosa l’emotività, e la lettura dei commenti sulla recente sentenza della Cassazione sul processo Eternit ne è un’ulteriore conferma.

Ormai questo Paese è sempre più popolato da “tifosi”, da persone che, assolutamente incapaci di cogliere la complessità dei problemi, si posizionano, come in uno stadio, nei soli due schieramenti che conoscono (“colpevolisti” da una parte e “innocentisti” dall’altra, “on” contro “off”), a prescindere da come stanno in realtà le cose, a prescindere dalle condizioni date dei problemi sui quali non esitano a dire la loro, pur non disponendo delle conoscenze necessarie per farlo seriamente.

In questo modo qualunque tentativo di ragionare a mente fredda risulta impossibile.

La prima sensazione che sentenze come quella sul processo Eternit suscitano in chi le legge è che, mentre per i politici di questo Paese si possa parlare di distanza dai “normali” cittadini, per chi amministra la giustizia di debba parlare di estraneità.

Sembra infatti che, se politici e cittadini, pur distanti tra di loro, appartengano comunque allo stesso mondo (in una democrazia rappresentativa i primi sono espressione dei secondi), gli amministratori della giustizia vivano in un altro mondo.

Quello che però non si dice è che questa “estraneità” è resa possibile dal fatto che le leggi che chi giudica è chiamato ad applicare (“giudicare”, dal latino ius dicere, significa infatti esprimere, applicare, il diritto, e cioè le leggi che esistono in quel determinato momento) sono leggi scritte male (per dolo o per colpa), che lasciano, proprio per questo, ampi margini di discrezionalità a chi, dopo averle interpretate, le deve applicare.

Se si provasse a considerare la sentenza sul processo Eternit  a mente fredda si vedrebbe che la Cassazione non poteva non tener conto (dovendo far riferimento alle leggi scritte e non alla volontà popolare) del fatto che il reato contestato (disastro ambientale) era già caduto in prescrizione.

Tutti quelli che parlano di legalità, di Stato di diritto (molto spesso senza neanche sapere di cosa stanno parlando) dovrebbero tener conto del fatto che “legalità” vuol dire rispetto delle leggi (di quelle esistenti, non di quelle che si vorrebbe esistessero) e che “giudicare” (come ho richiamato prima) vuol dire esprimere quello che le leggi dicono.

Se le leggi sono scritte male, se un processo viene istruito in un modo anziché in un altro, se il capo d’imputazione è uno e non un altro, non ci si deve poi stupire delle conseguenze, anche se queste suscitano un comprensibile sconcerto in chi le ascolta.

A volte poi ci si chiede come sia possibile che alcune sentenze di condanna in primo grado vengano poi stravolte da quella di appello o cancellate da quella di cassazione.

A questo proposito ritengo che un ruolo importante sia quello giocato dal fatto che le sentenze di primo grado, più vicine al fatto al quale si riferiscono, risentono in qualche modo dell’emotività, sentimento che viene meno col passare del tempo.

E del fatto che, alla lunga, vengono fuori i difetti originari dei processi.

Anziché ripetere sempre le stesse cose, sapute e risapute (cosa c’è di più noto del fatto che in Italia il concetto di giustizia è semplicemente un concetto astratto?), anziché affrontare i problemi partendo dalla coda (come nel caso delle ricorrenti alluvioni di Genova, dove il problema sembra sia costituito dagli ultimi trecento metri del Bisagno), si cominci a scrivere bene, in modo chiaro, le leggi (così da limitare il potere della burocrazia), a fare meglio le indagini, a istruire meglio i processi.

A proposito della disinformazione che avvolge l’informazione

9 Nov

Uno dei più diffusi difetti di ragionamento che noto nel modo con cui si comunica, a livello sia privato che pubblico, è quello di iniziare un discorso dando per assodato, per vero, qualcosa di cui invece i fatti hanno già dimostrato l’insussistenza.

Ciò nonostante ci si inoltra, incuranti di questo vizio d’origine, in discussioni lunghe, a volte interminabili, molto spesso astruse, ma soprattutto inutili, prive di senso, dal momento che i presupposti sui quali sono basate sono falsi.

E siccome nessuno ha il coraggio di fermarle sul nascere, evidenziandone le falsità originarie, queste discussioni danno spesso vita, nel generale disinteresse nei confronti della verità, a conseguenze dalle quali, una volta prodotte, risulta praticamente impossibile tornare indietro.

Si assiste così alla costruzione di gigantesche “strutture” che, una volta costruite, risulta poi molto difficile, se non impossibile, a causa delle loro dimensioni, della loro complessità, radere al suolo, come si dovrebbe.

Le situazioni che si vengono a creare quando, non intervenendo in tempo utile, nelle fasi iniziali, con le necessarie correzioni, si lasciano “crescere” discussioni basate su premesse errate, mi fanno venire in mente quella che si verrebbe a creare se si accettasse di viaggiare su una nave dotata di un sistema di rilevamento della posizione che si ritiene essere perfettamente funzionante, mentre in realtà così non è.

E, più ancora, quella nella quale ci verrebbe a trovare qualora, a fronte delle segnalazioni provenienti da un sistema che invece dà informazioni corrette sulla reale posizione della nave, il comandante non ne tenesse conto.

In mancanza delle necessarie correzioni di rotta da mettere in atto non appena ci si dovesse rendere conto che la rotta seguita dalla nave non è quella prevista (a che serve infatti un sistema di rilevazione della posizione se poi non si corregge, se necessario, la rotta?), ci si verrebbe a trovare, a fine viaggio, in una località diversa rispetto alla destinazione prevista all’inizio del viaggio (e la distanza fra le due località potrebbe anche essere molto elevata).

La cosa assurda di questo Paese, a conferma della retorica che lo caratterizza, è vedere come in molti casi, come ho avuto modo di sperimentare in più occasioni nel corso della mia carriera lavorativa (e non mi riferisco al mondo delle navi), anche in presenza di sofisticati sistemi d’informazione dei quali ci si dota per essere informati per tempo su eventuali scostamenti fra la strada che si percorre e quella dichiarata nei documenti ufficiali, non vengano poi attuate le necessarie correzioni di “rotta” che quei sistemi prevedono.

E il bello è che si tratta di quegli stessi sistemi dei quali, con tanta enfasi, ci si era pubblicamente vantati, sottolineandone la grande capacità di controllo (!).

Questa situazione, già di per sé paradossale, viene ulteriormente aggravata dal fatto che in Italia, Paese fondato sul perdono (la più nefasta delle invenzioni della chiesa cattolica), sono molti quelli che ritengono il genere umano una comunità formata da persone naturalmente buone (l’uomo è buono per natura, diceva Jean-Jacques Rousseau).

Quando hanno a che fare con atti malvagi o con comportamenti che appartengono al mondo del male, questi difensori “a prescindere” del genere umano cercano di trovare, sempre e comunque, nei confronti di quegli autori, una giustificazione (il famoso giustificazionismo, vera sciagura italiana), pur di non rinunciare alla loro “fede”.

E, a proposito della funzione assegnata alle informazioni, e in particolare della disinformazione che le circonda, una delle giustificazioni alle quali si fa più frequentemente ricorso è quella del “non sapere”, del non essere stati informati.

Lasciando intendere che, se solo avessero potuto disporre di informazioni su quello che accadeva attorno, il comportamento degli autori di certi atti malvagi e di certi comportamenti sarebbe stato diverso da quello che invece è stato.

Il male, quindi, viene visto come frutto della mancanza di informazioni e, più in generale, frutto dell’ignoranza.

Quanti, per esempio, hanno sostenuto, per anni, per cercare di giustificarne il comportamento, che i cittadini tedeschi che vivevano accanto ai campi di sterminio fossero all’oscuro di quello che accadeva in quei luoghi infernali, volendo con ciò far credere che, se solo fossero stati informati di ciò che avveniva lì dentro, quei cittadini avrebbero tenuto un comportamento diverso.

La verità, invece, è che chi viveva accanto ai campi di sterminio nazisti sapeva quello che accadeva in quei posti.

E, venendo a un dramma italiano, quanti sono quelli che limitano l’estensione di un fenomeno come la Mafia agli ignoranti, non considerando anche gli istruiti!

Com’è comodo limitarsi a parlare dei criminali che appartengono agli strati sociali più bassi, trascurando quelli che vivono in quelli più alti.

Eppure a uccidere Giuseppe Letizia, un bambino di appena 13 anni, condannato a morte per il solo fatto di essere stato involontario testimone, mentre accudiva il proprio gregge, dell’omicidio di Placido Rizzotto (10 marzo 1948), non fu la mano di un criminale analfabeta ma un’iniezione, fattagli a sangue freddo, nell’ospedale diretto dal dottor Michele Navarra, capo, in quegli anni, della famiglia mafiosa di Corleone (vale forse la pena di dire che si tratta dello stesso Michele Navarra al quale lo Stato italiano concesse l’onorificenza di cavaliere al merito della Repubblica Italiana).

La verità che si vuole affermare, da parte sia dei difensori “a prescindere” che dei complici, diretti e indiretti, di chi commette crimini, è che se si sapesse, si sceglierebbe il bene.

Ecco un classico esempio in cui si dà per scontata, per vera, una cosa falsa.

Il difetto di ragionamento di cui parlo in apertura di questo post ricorda molto la cosiddetta petizione di principio, l’errore logico che si commette quando, per cercare di dimostrare la verità di qualcosa, si parte dando per scontata la rispondenza al vero di quello che invece si deve dimostrare essere vero.

A giustificazione di molte scelte giudicate sbagliate si suole dire che le persone non scelgono bene perché non sono informate bene.

I sostenitori di questa tesi forse fanno riferimento alle famose parole di Luigi Einaudi “come si può deliberare senza conoscere?“, dalle quali il noto principio “conoscere per deliberare“.

Secondo questa tesi, milioni di cittadini italiani, se solo fossero stati a conoscenza della reale natura di certi soggetti, non avrebbero eletto come loro rappresentanti delinquenti, intrallazzatori, gente che anziché in un parlamento dovrebbe stare in galera.

In molti casi, invece, è proprio alla loro natura di delinquenti, di intrallazzatori, che molti dei politici italiani (nazionali e locali) devono la loro elezione.

Ecco un altro esempio di verità tanto evidente quanto, proprio per la sua evidenza, scomoda da ammettere.

Non è affatto vero che, se fossero informate, le persone sceglierebbero sensatamente.

L’errore sta proprio qui, nel dare per scontata, per assodata, una cosa che i fatti hanno invece già dimostrato non essere vera, nel ritenere cioè che una buona informazione equivalga, necessariamente, a una buona scelta.

Altri sono gli elementi che condizionano le scelte dei cittadini-elettori, non la mancanza di informazioni, non l’ignoranza.

Mai come in questi anni le persone sono informate di ciò che accade attorno a loro (e non solo attorno a loro).

Non solo oggi si è informati di ciò che accade nel mondo, ma l’informazione è simultanea ai fatti; la tecnologia dà la possibilità di assistere “in diretta” a ciò che accade.

Ma forse (ecco un’altra verità scomoda da accettare) l’informazione è inutile.

Forse è più utile, a conferma del fatto che il male è qualcosa di insito nell’uomo, capace di azioni estranee perfino alle bestie più feroci (come quella di sciogliere un bambino in un bidone pieno d’acido e nel frattempo mangiare un panino) e non, come i tanti giustificazionisti si ostinano a voler far credere, un frutto dell’ignoranza, ricordare le famose parole del “Riccardo III” di William Shakespeare, uno dei più profondi conoscitori di quell’universo, in gran parte sconosciuto, che è l’animo umano.

A lady Anna che gli dice: “No beast so fierce but knows some touch of pity”, il re Riccardo III risponde con queste poche, agghiaccianti parole:  “But I know none, and therefore am no beast“.

A proposito della deposizione di Napolitano sulla trattativa Stato-Mafia

2 Nov

Scrivo questo post dopo aver letto il resoconto della deposizione resa lo scorso 28 ottobre dal Presidente Napolitano nell’ambito di quello che, con superficialità, è stato presentato all’opinione pubblica come il processo sulla trattativa Stato-Mafia.

Fra le tante, una delle più grosse imprecisioni commesse dai mass media nel raccontare questo processo riguarda il capo d’imputazione.

A questo proposito è bene ricordare che quello che viene contestato agli imputati non mafiosi non è aver trattato con alcuni mafiosi (il reato di trattativa non esiste) ma aver concorso, con alcuni mafiosi, all’attuazione di un attentato ad un Corpo dello Stato (il reato contestato, sia agli imputati mafiosi che a quelli non mafiosi, è infatti quello di “violenza o minaccia ad un Corpo politico, amministrativo o giudiziario”).

Com’è noto, gli imputati in questo processo sono sia alcuni mafiosi (accusati di aver minacciato lo Stato per ottenere dei benefici) sia alcuni rappresentanti dello Stato (accusati di aver favorito quei mafiosi nel portare a termine la loro minaccia e nel trarne i benefici attesi).

A proposito della forma della deposizione di Napolitano, ho notato quanto questa sia fortemente caratterizzata dal classico modo di esprimersi dei rappresentanti della pubblica amministrazione di questo Paese, soprattutto di quelli che occupano i livelli più alti.

Un modo di esprimersi, un linguaggio, che evidenzia come meglio non si potrebbe quanto alla cultura di questo Paese siano estranei concetti quali la stringatezza, la concisione.

Che modo barocco di porre le domande!

Ben altro avrebbe dovuto essere il modo di condurre l’interrogatorio, soprattutto in considerazione della scivolosità della materia.

E poi, quanta vuota retorica in tanti protagonisti di quest’evento, quanta voglia di apparire sulla scena, di farsi intervistare!

Quanta teatralità in quell’ingresso nel palazzo del Quirinale!

Come al solito, molta scena e poca sostanza (come direbbe Shakespeare, molto rumore per nulla).

Se invece dalla forma si passa alla sostanza, e cioè ai fatti dei quali questo processo si occupa, ritrovo la conferma di come spesso la verità sia talmente evidente che si fa fatica a vederla (soprattutto se la si vuole mantenere nascosta).

Qual è in questo caso la verità, così evidente ma che, proprio per questo, si tende a nascondere, confondendo volutamente le acque?

Semplice: l’origine della trattativa di cui tanto si parla.

Dopo l’omicidio di Salvo Lima (12 marzo 1992), fatto che ha rappresentato un vero e proprio spartiacque, fu chiaro a tutti che tutto sarebbe potuto accadere.

Non a caso, dopo quell’omicidio, Giovanni Falcone, che conosceva come nessun altro come stavano le cose, disse: d’ora in poi può accadere di tutto.

Quello che, a proposito dei fatti di cui si occupa questo processo, non si dice con la dovuta chiarezza è che la trattativa che lo Stato italiano avviò subito dopo quell’omicidio non fu finalizzata, come ipocritamente si continua a sostenere, a garantire la sicurezza dei cittadini (dei quali non gliene fotte niente a nessuno), ma ad evitare che alcuni esponenti della classe politica italiana facessero la fine di Salvo Lima.

Così come, pur di negare agli italiani il diritto di conoscere la verità, si continua a sostenere, incuranti del ridicolo, la tesi della Mafia unica responsabile delle stragi che hanno insanguinato l’Italia (non solo quelle del 1992 e del 1993).

Ma davvero si può credere che persone pensanti possano accettare l’idea che alcune delle stragi più atroci che hanno segnato questo Paese siano state concepite ed attuate unicamente dalla Mafia e non vedere che invece questa sia stata, da sempre, anche un utile strumento per raggiungere obiettivi estranei all’universo mafioso propriamente detto?

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: