Cosa dicono le elezioni dell’altro ieri

25 Nov

Il dato dell’astensione alle ultime elezioni regionali svoltesi in Emilia Romagna e in Calabria conferma ancora una volta una tendenza tanto evidente quanto trascurata dalla classe politica italiana, sempre più indifferente ai segnali che vengono dalle urne elettorali.

Ad ogni elezione aumenta sempre di più il numero degli elettori che non vanno a votare (il segnale che viene dalle elezioni di domenica scorsa è reso ancora più significativo se si considera il fatto che il record dell’astensione che si è registrato in quest’occasione è stato raggiunto in una regione come l’Emilia Romagna).

Poca attenzione però viene posta sul fatto che se questo fenomeno ha raggiunto livelli così elevati è perché, evidentemente, questi elettori mancanti all’appello non hanno trovato (e continuano a non trovare) niente e nessuno in cui potersi riconoscere.

Ed è di questa mancanza di serie proposte alternative che ci si dovrebbe preoccupare, piuttosto che del crescente potere di Matteo Renzi, potere che di questa mancanza è solo una conseguenza.

Oltre, però, al livello raggiunto dal fenomeno dell’astensionismo, il risultato delle elezioni svoltesi l’altro ieri in Calabria e in Emilia Romagna, se analizzato a mente fredda, mostra chiaramente, e in modo molto più efficace rispetto alle tante analisi che si sentono e si leggono, la “mutazione genetica” avvenuta nel PD.

Smaltita la sbornia, finita l’illusione nata con “Mani Pulite”, fenomeno che aveva fatto passare per cambiamento (peraltro imposto dall’esterno e non dall’interno della classe politica) quello che in realtà era solo un rimescolamento di carte (sempre le stesse), l’Italia sta ritornando infatti ad essere il Paese che è sempre stato, un Paese privo tanto di una destra seria quanto di una sinistra con mentalità di governo.

Appare sempre più chiara, mentre tanto il centro-destra quanto il centro-sinistra si stanno decomponendo, la ricostituzione, sotto nuove sembianze, dell’unico partito in grado di governare questo Paese, la vecchia DC.

Il “nuovo” partito che Matteo Renzi sta ricostruendo ha solo cambiato sigla (da DC a PD) ma, come si sa, in questo Paese si è pronti a cambiar tutto pur di non cambiare nulla (di serio).

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