Archive | gennaio, 2015

Quanta insopportabile ipocrisia!

27 Gen

Poche occasioni, come la giornata odierna, offrono a questo Paese l’opportunità di esibire due tra le caratteristiche più tipiche del proprio carattere nazionale: la retorica e l’ipocrisia.

L’occasione è quella del ricordo del 27 gennaio 1945, giorno in cui le truppe dell’Armata Rossa fecero il loro ingresso nel campo di concentramento nazista di Auschwitz (il primo novembre 2005 le Nazioni Unite hanno designato la giornata del 27 gennaio “giorno internazionale di commemorazione”, in memoria delle vittime dell’Olocausto).

Quello che trovo insopportabile, indecente, è che a fare a gara, in un modo francamente penoso, nel ricordare quella data sia il Paese che non solo è stato il principale alleato dei nazisti (particolare che si tende a dimenticare) ma che continua ad avere, all’interno delle proprie istituzioni (e non in posizioni marginali) personaggi portatori di quella cultura che ha consentito che nascesse il fascismo e che questo si sviluppasse e si insediasse nel cuore dello Stato.

E come se ciò non bastasse, è arrivato al punto di avere come ministri personaggi che non solo provenivano da quel mondo ma che hanno sempre rivendicato con orgoglio le loro radici, non trovandovi alcuna controindicazione col far parte di istituzioni di una Repubblica fondata sull’antifascismo (evidentemente solo a parole, visto che anche da parte dei custodi delle istituzioni di questo Paese non è stata notata alcuna contraddizione al riguardo).

La cruda realtà è che gran parte degli italiani, anche di quelli che, dopo la risoluzione delle Nazioni Unite del 2005, ricordano l’anniversario della liberazione del campo della morte di Auschwitz, non ha mai smesso di essere quella che è, sempre alla ricerca di un “ducetto” che la guidi, che la deresponsabilizzi, sempre pronta a chiedere di “buttar fuori” quelli che non le piacciono, sempre pronta ad applaudire un “ducetto”.

Non c’è nessuna celebrazione, per quanto popolare, che possa cancellare il comportamento, documentato, tenuto da tanti italiani nei confronti degli ebrei, non c’è mito “italiani brava gente”, per quanto radicato nella cultura popolare di questo Paese, che possa cancellare i rastrellamenti o la presenza di campi di sterminio anche nel territorio italiano.

Gli episodi, che pure ci furono, di protezione degli ebrei non possono cancellare la persecuzione contro esseri umani (solo perché appartenenti alla “razza ebraica”), persecuzione diventata ancora più feroce dopo l’8 settembre 1943, vera data spartiacque.

Non possono cancellare le “folle plaudenti” le vergognose leggi razziali del 1938, in applicazione delle quali dalle università italiane furono espulsi i docenti di religione ebraica.

Tutto questo non è accaduto secoli fa e, soprattutto, non è accaduto in un luogo diverso dal cosiddetto “Bel Paese”, il cui concime non cambia: se ieri ha fatto nascere uno che arringava le folle parlando affacciato ad un balcone, oggi ha fatto nascere personaggi che per comunicare con le folle ricorrono all’uso della moderna tecnologia.

Ma la folla è sempre la stessa, in attesa, bisognosa, del “ducetto” di turno.

Che credibilità possono mai avere le istituzioni di questo Paese in occasioni come la giornata odierna, dedicata al ricordo di certi tragici fatti “per non dimenticare”, se sono piene di personaggi portatori di una cultura che è all’origine di quei fatti?

Considerate se questo è un uomo, ha scritto Primo Levi.

Non considerava, Primo Levi, che l’uomo è anche questo.

Twitter, ovvero come usare le risorse a disposizione (soprattutto se sono limitate).

21 Gen

Twitter, com’è noto, è quel sistema di comunicazione che consente d’inviare e ricevere brevi messaggi (tweets).

Quello che mi piace di Twitter è il fatto che fornisce a chi lo usa un numero limitato di caratteri (140), mettendo così alla prova, proprio per questa sua caratteristica, quella che per me è una capacità intellettiva di primaria importanza, quella di utilizzare in maniera efficiente le risorse di cui si dispone (in questo caso, i caratteri di una tastiera), soprattutto quando queste risorse sono limitate.

La sfida alla quale siamo chiamati a rispondere quando utilizziamo Twitter è quella di riuscire a costruire un breve, e nello stesso sensato, messaggio, inserendo in esso il più alto contenuto d’informazione possibile consentito da quei 140 caratteri a nostra disposizione.

Non solo bisogna sapere scegliere i termini più appropriati, più adatti (ovviamente la possibilità di scelta è funzione della ricchezza del vocabolario personale dal quale ciascun individuo può attingere), ma bisogna poi saperli mettere insieme, in modo tale che il tweet così costruito sia in grado di trasmettere il senso del messaggio affidato a questo sistema di comunicazione.

Come però succede con tutti gli strumenti, la vera abilità di chi li utilizza sta nella capacità di servirsene per gli scopi ai quali sono destinati, e non per altri.

Nel caso di Twitter, il tweet non è certo uno strumento adatto per veicolare un pensiero.

Quei 140 caratteri sono infatti un limite che non consente di articolarlo come si deve (sempre che si tratti di un pensiero).

A proposito delle recenti primarie liguri

13 Gen

Domenica scorsa si sono svolte in Liguria le elezioni per la scelta della persona che rappresenterà il centrosinistra alle prossime elezioni regionali.

A parte il fatto che si trattava di una scelta nella quale c’era ben poco da scegliere, tanto ristretto era il “menù” proposto (a proposito, ma sulla base di quali criteri sono state scelte le candidature sottoposte alla “scelta” degli elettori?), a parte il fatto che tanti mezzi d’informazione (?) hanno parlato di primarie del PD, quando invece si trattava di primarie del centrosinistra (piccolo esempio di quella che è la cosiddetta “informazione” di cui disponiamo in questo Paese, tanto a livello locale quanto a quello nazionale), quello che trovo davvero singolare in questa manifestazione della volontà popolare è il modo col quale i cittadini liguri hanno utilizzato lo strumento del voto ad appena tre mesi (!) dall’alluvione di Genova (9 ottobre 2014).

Quello che trovo incredibile in queste primarie liguri (che, tra l’altro, hanno visto miseramente fallire le previsioni dei soliti esperti da caffè-sport, quelli che “se andranno a votare più di trentamila persone vincerà sicuramente Cofferati”) è vedere il successo, netto, che i cittadini liguri hanno dato a chi, appena tre mesi fa, era stata subissata di critiche per il comportamento tenuto in occasione dell’alluvione di Genova del 9 ottobre dello scorso anno.

Vale la pena (?) di ricordare che in quell’occasione emersero chiare responsabilità della protezione civile regionale e che la persona che i cittadini liguri hanno scelto come rappresentante del centrosinistra ligure alle prossime elezioni regionali è la stessa persona che in quell’occasione ricopriva la carica (che ricopre ancora) di responsabile regionale delle infrastrutture e della protezione civile, vale a dire proprio di quella struttura che quel 9 ottobre aveva dimostrato chiari segni di inefficienze.

Evidentemente, stando all’esito della votazione di domenica scorsa, i cittadini liguri non hanno ritenuto che Paita dovesse rispondere di quelle carenze/inefficienze manifestate, appena tre mesi fa, dalla struttura organizzativa a lei facente capo, non l’hanno cioè ritenuta “responsabile”.

E chissà, magari tra i numerosi cittadini liguri che hanno votato Paita (quasi 29.000, su quasi 55.000 votanti), ce ne sono anche di quelli che hanno subito danni, diretti e/o indiretti, in conseguenza di quelle inefficienze/carenze prima ricordate.

Ad appena tre mesi di distanza da quell’evento i cittadini liguri avevano la possibilità di dimostrare, con lo strumento che la democrazia metteva a loro disposizione, che “chi sbaglia paga”, se la fiducia tra elettori ed eletto viene meno.

Si dava però, ancora una volta, per scontato un presupposto che in realtà esiste solo in teoria, e cioè che il mancato adempimento del proprio dovere da parte di un eletto faccia venir meno questa fiducia.

Quello che invece, anche in quest’occasione, è stato dimostrato è quanto sia basata sul nulla la storiella secondo la quale basta che esista uno strumento che serve anche a migliorare perché questo strumento venga usato solo per quel fine.

La funzione dello strumento “voto” non è solo quella di migliorare le cose ma anche, come si è visto tante volte, quella di conservarle (o di peggiorarle).

Che dire?

Evidentemente il concetto di “responsabilità” è qualcosa di estraneo alla mentalità di tanti cittadini-elettori di questo Paese (e non solo a quella di chi vive in Liguria).

Quello che possiamo capire delle cose dipende dal punto da dove le osserviamo.

11 Gen

All’ingresso del cerchio dei lussuriosi dell’Inferno dantesco (canto V) ci sta Minosse.

Stavvi Minòs, orribilmente, e ringhia:/essamina le colpe ne l’intrata;/giudica e manda secondo ch’avvinghia./Dico che quando l’anima mal nata/li vien dinanzi, tutta si confessa;/e quel conoscitor de le peccata/vede qual loco d’inferno è da essa;/cignesi con la coda tante volte/quantunque gradi vuol che giù sia messa

Dopo aver ascoltato i loro peccati, Minosse indica ai dannati a quale cerchio sono destinati e, servendosi della sua lunga coda, li colloca nel posto che spetta loro.

Si tratta di un’immagine che ha sempre colpito la mia fantasia e alla quale penso spesso, fin da quando, ai tempi del liceo, mi sono appassionato alla mitologia classica.

E da allora penso che, come, secondo Dante, ciascun dannato è destinatario di un determinato posto (quello che gli spetta, sulla base dei peccati commessi), allo stesso modo ciascuno di noi, al momento della nascita, è destinatario di un determinato destino.

E che, se a determinare il destino dei dannati sono i peccati commessi in vita, a determinare il destino di ciascuno di noi è il nostro passato, il nostro patrimonio genetico, l’albero al quale siamo collegati.

Una mela non cade mai lontano dall’albero, dice un vecchio proverbio.

Secondo gli antichi greci, a presiedere al destino assegnato agli uomini erano le Moire (Cloto, Lachesi e Atropo), che eseguivano il compito loro affidato con freddezza e determinazione.

Secondo la mia fantasia, il destino assegnato agli esseri umani fa sì che ciascuno di noi, al momento della nascita, venga collocato in un determinato piano dell’edificio nel quale immagino che vivano tutti quelli che vengono al mondo.

A ciascuno dei piani di quest’edificio corrisponde una capacità di vedere le cose, una capacità di “visione”, frutto del punto di osservazione che tocca in sorte.

Chi viene collocato in un piano posto in alto “vede” meglio, rispetto a chi è destinato ad un piano inferiore, quel che accade di sotto, nel mondo della vita.

La capacità di un individuo di riuscire a capire meglio di altri la realtà, di “leggerla” meglio, non è quindi che la conseguenza del piano dell’edificio nel quale si trova il posto assegnatogli al momento della nascita, del fatto che quel posto si trovi ad un piano alto o basso.

Chi è in grado di “anticipare” l’accadere di un evento non lo fa perché “indovina” ma perché vede cose che chi sta nei piani più bassi non riesce a vedere, perché dispone, in virtù della posizione alla quale è stato destinato, di elementi che, messi in relazione tra di loro, gli fanno “vedere” quello che sta per accadere.

Voglio dire che la nostra intelligenza, la nostra capacità di vedere, di “leggere” (la parola “intelligenza” deriva dal verbo latino legere), di stabilire delle correlazioni tra elementi (che ad altri sembrano privi di alcun legame), dipende dal piano che occupiamo al momento della nascita.

Il tutto si riduce ad una questione di punti di osservazione.

E questa capacità ce la portiamo addosso per tutta la vita, e non c’è ambiente che possa cambiarla.

Non accade (perché non può accadere) quello che accade in tante occasioni, e cioè che chi, solo perché è in grado di spendere di più, può comprare un biglietto che gli consente di occupare un posto dal quale poter osservare meglio lo spettacolo.

La sola funzione che l’ambiente è in grado di esercitare nella nostra vita (e non è cosa da poco) è quella di consentirci di esprimere le capacità che ci son toccate in sorte al momento della nascita, non certo quella di modificare la nostra “impronta” iniziale.

Un ambiente negativo non dà la possibilità di esprimere al meglio le potenzialità di un individuo, uno positivo, al contrario, le fa emergere.

Ma non c’è ambiente, per quanto positivo, che possa far emergere capacità inesistenti.

A proposito delle stragi di Parigi

10 Gen

Con una puntualità degna di miglior causa, ecco scendere in campo i soliti seguaci del giustificazionismo, vero cancro di questo Paese.

Si tratta di persone che, pur di trovare una giustificazione (soprattutto a fatti ingiustificabili, come l’uccisione a sangue freddo di persone inermi), pur di “distinguersi”, non esitano ad assumere posizioni che, più che di anticonformismo, più che originalità, sanno semplicemente di ridicolo.

Secondo Umberto Eco quella che è in corso è una vera e propria guerra.

Non una guerra di religione, ma una guerra con specifici gruppi di persone, terroristi che si servono della religione come di uno scudo.

Quello che però Eco non dice è che si tratta di una guerra atipica, singolare, una guerra asimmetrica, combattuta solo da una parte, quella che l’ha dichiarata.

Non si capisce come si possa da un lato affermare di essere in guerra e dall’altro non rispondere agli attacchi ai quali si è sottoposti, non difendere non solo le proprie idee ma neanche le proprie vite.

Invitare poi, come fanno alcuni cosiddetti intellettuali, a domandarsi “a chi giova?”, mentre le pallottole uccidono tanti innocenti, è qualcosa che sa solo di banale “buonismo”, assolutamente inutile (se non dannoso) in momenti come questi.

Di fronte ad un’emergenza (per esempio, una casa invasa dall’acqua), quel che occorre fare è agire in fretta in maniera efficace per ridurre i danni, non restare fermi a “riflettere” sulle cause, mentre il livello dell’acqua continua a salire.

Solo dopo la fine dell’emergenza avrà senso interrogarsi sulle cause che hanno originato quel disastro ed agire per rimuoverle.

A proposito poi della tanto invocata libertà (in questo caso, la libertà di stampa, la libertà di satira), noto come si usi questo termine senza tener conto che la libertà non è qualcosa di assoluto (come banalmente si è portati a credere), ma una cosa che trova un limite, prima ancora che nelle leggi, nel rispetto di quella degli altri.

Cosa succederebbe se tutti facessero quello che gli va?

E comunque, come si fa a pretendere di far passare gli insulti per manifestazioni di libertà d’espressione?

A me sembra che utilizzare la libertà di stampa, e più in generale la libertà di espressione, come mezzi per provocare, non costituisca un uso particolarmente intelligente di quello che è un importante strumento di veicolazione del pensiero.

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