A proposito dei recenti episodi di teppismo di Roma

22 Feb

I recenti fatti che hanno preceduto la partita Roma-Feyenoord confermano non solo lo strapotere del mondo del calcio nei confronti del resto della comunità e la rassegnazione con cui le città osservano, da ostaggi inermi, queste manifestazioni d’inciviltà, di violenza animale, ma, ancor di più, l’incapacità dello Stato italiano di difendere adeguatamente i propri cittadini, il territorio, dai pericoli, d’impedire che questi producano danni.

Dire che i fatti di Roma dipendono dall’esistenza di alcune frange di tifosi (ancora con questa buffonata di usare il termine “tifosi” per indicare quelli che sono invece dei teppisti) e non dall’incapacità, tutta italiana, d’impedire che dei delinquenti facciano quello che vogliono, è come dire, davanti al crollo, in occasione di un terremoto (avvenuto in un territorio di cui era ben nota la natura sismica), di edifici mal costruiti (per incapacità o per lucrare sul prezzo), che quei crolli dipendono dal terremoto e non invece da chi ha costruito, in quel territorio, edifici non in grado di resistere alle scosse.

L’esistenza di delinquenti (non solo nell’ambito del mondo del calcio), così come la sismicità di un territorio, sono dati di fatto e da essi non si può prescindere.

Chi lo fa mette in condizioni di grande rischio la comunità nella quale vive.

L’aspetto che però trovo più incredibile in occasioni come quella di Roma non è che non si faccia nulla per prevenire i danni causati dai pericoli ma che si imputi agli stessi pericoli, al fatto che esistano, la responsabilità di quello che inevitabilmente succede quando vengono lasciati liberi di produrre i danni collegati alla loro esistenza.

La cosa che trovo veramente assurda è che si pensi che fenomeni naturali come i terremoti, come la delinquenza, fenomeni che fanno parte del mondo reale, possano non esistere, che si possa prescindere dalla loro esistenza.

È come se, una volta preso fra le mai un vaso di vetro, si lasciasse poi la presa e, una volta che quel vaso si sia ridotto inevitabilmente in una massa di pezzi di vetro, s’imputasse poi all’esistenza della forza di gravità la responsabilità di quella rottura.

In sostanza, anziché organizzarsi per ridurre le probabilità che una situazione di pericolo possa produrre danni, ci si affida alla sorte, riponendo in essa le speranze che quel pericolo non dia vita ai danni che è in grado di produrre, oppure ai sogni, pensando ad un mondo privo di pericoli.

Tutto questo per nascondere la propria incapacità, la propria inadeguatezza.

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