Archivio | aprile, 2015

La vera opera incompiuta di questo Paese è il Risorgimento, altro che la Salerno-Reggio Calabria!

27 Apr

Ora che si sono concluse le manifestazioni dedicate al 25 aprile, nelle quali l’ipocrisia e la retorica nazionali hanno avuto modo di esprimersi al meglio delle loro possibilità, incuranti del rischio di strumentalizzare, per miseri fini di bottega o, peggio, di banalizzare, quello che è stato un momento eccezionale, straordinario (nel senso pieno del termine, e cioè fuori dalla norma, dalla consuetudine, dall’ordinario) della storia nazionale, ora che le cerimonie sono finite, invito a riflettere sulle seguenti parole di Piero Calamandrei, uno dei padri della Costituzione italiana.

Bisogna fare di tutto perché quella intossicazione vischiosa non ci riafferri: bisogna tenerla d’occhio, imparare a riconoscerla in tutti i suoi travestimenti. In quel ventennio c’è ancora il nostro specchio: uno specchio deformante, che dà a chi vi si guarda un aspetto mostruoso di caricatura. Ma i tratti essenziali sono quelli: non dimentichiamoli. Solo riguardando ogni tanto in quello specchio possiamo accorgerci che la guerra di liberazione, nel profondo delle coscienze, non è ancora terminata.”

Cosa dire, dopo aver (ri)letto queste parole, se non che la cosa più seria che il popolo italiano dovrebbe fare (se davvero volesse onorare il ricordo della guerra di liberazione) è quella di vergognarsi per come ha ridotto questo Paese, per come ha usato la libertà regalatagli da chi lo ha liberato, per come ha tradito lo spirito della resistenza?

Cosa dire, se si ha il coraggio di vedere le condizioni (non solo quelle economiche) nelle quali si trova l’Italia e di confrontare il Paese reale con quello al quale pensavano quelli che hanno scritto la Costituzione, se non che si è di fronte ad un altro progetto incompiuto, proprio come quello dello Stato unitario?

Cosa dire, se non che la Costituzione, quella Costituzione per la quale tanti italiani non hanno esitato a mettere in gioco la propria vita, è ancora, a distanza di tanti anni (è entrata in vigore il primo gennaio 1948), lettera morta?

Cosa dire, se non che lo spirito della resistenza è stato totalmente tradito, proprio come lo fu a suo tempo quello del Risorgimento, primo dei progetti rimasti incompiuti nella Storia dell’Italia unita, che in realtà più disunita non si può?

E chiudo ricordando ancora Piero Calamandrei, con queste sue parole, pronunciate nel gennaio del 1955: “Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione“.

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Sulle coste siciliane non ci sono monumenti che ricordino lo sbarco del 10 luglio 1943. Perché?

25 Apr

Oggi, in Italia, si celebra il settantesimo anniversario del giorno della liberazione, giorno che segna la liberazione del territorio nazionale dall’occupazione nazista e la fine del regime fascista.

Fine del regime fascista, si badi bene, ma non del fascismo, il cui virus continua, da sempre, ad essere presente nel corpo del popolo italiano (l’eterno fascismo italico, diceva Sciascia).

La guerra di liberazione, durata poco più di 21 mesi (aveva avuto inizio nella notte tra il 9 e il 10 luglio 1943, con lo sbarco degli alleati sulle coste meridionali della Sicilia), ha visto tanti luoghi, in tutto il territorio nazionale, sedi di importanti eventi, meritevoli di essere ricordati: per le battaglie che vi furono combattute, per le orrende stragi di cui furono teatro, per altri episodi che vi si svolsero.

Nel corso della Storia, nei luoghi sede dei fatti più importanti sono stati eretti monumenti (alcuni maestosi), ed attorno ad alcuni di questi ci si raduna periodicamente per non dimenticare, per tenere vivo il ricordo di quel che lì avvenne, per spiegare a chi non c’era il significato dei fatti lì accaduti.

L’anno scorso, per esempio, la Francia ha celebrato un famoso anniversario (un altro settantenario), quello dello sbarco in Normandia (avvenuto il 6 giugno 1944, il famoso D-Day, “il giorno più lungo”).

I francesi, per ricordare la cosiddetta “operazione Overlord” (questo il nome dello sbarco in Normandia), hanno eretto un monumento, dedicato ai soldati che quel 6 giugno sbarcarono sulle spiagge Omaha e Utah per liberare l’Europa dal nazismo.

E pensando a quello che i francesi hanno fatto per ricordare quell’episodio, che ha segnato la loro vita (e non solo la loro), ho riflettuto sul fatto che invece, nei luoghi dove il 10 luglio 1943 avvenne lo sbarco delle truppe alleate in Sicilia, non esiste nessun monumento che ricordi quell’evento.

Eppure si tratta del più grande sbarco mai fatto fino ad allora!

Nessun monumento che ricordi la cosiddetta “operazione Husky” (questo il nome dello sbarco in Sicilia), operazione che vide in azione la più grande flotta che avesse mai solcato il Mediterraneo.

Come mai in questo Paese non si è sentito il bisogno di ricordare, nei luoghi interessati, quello sbarco?

Come mai, né sulla spiaggia di Scoglitti (dove sbarcò la settima armata americana, guidata dal generale Patton) né sulla penisola di Pachino (dove avvenne lo sbarco dell’ottava armata inglese, guidata dal generale Montgomery), esiste un monumento a ricordo di quel che lì avvenne?

Eppure lo sbarco del 10 luglio 1943 dovrebbe essere considerato più importante di quello di Enea, ricordato da una stele sul litorale di Trapani, nei pressi della località Pizzolungo (la stele di Anchise).

E come mai a Cassibile (frazione di Siracusa) non c’è nessun monumento che ricordi il luogo dove, il 3 settembre 1943, fu firmato l’atto che mise fine alla seconda guerra mondiale?

Nell’estate del 1943, nella Sicilia sud orientale, in luoghi che distano pochi chilometri l’uno dall’altro, si sono svolti due tra i fatti più importanti della seconda guerra mondiale.

Eppure non esiste nessun segno che li ricordi, nessun monumento che ne conservi la memoria.

Nessun segno, a parte qualche bunker e qualche monumento in alcune località dell’isola, che ricordi che quelle spiagge siciliane, in quei giorni, furono testimoni di fatti che significarono l’inizio della fine del regime fascista, e con questa l’inizio della fine della seconda guerra mondiale.

Come mai?

Forse perché la Sicilia non è vista (dai siciliani e dagli altri italiani) come parte della nazione italiana?

O forse perché la Sicilia è condannata ad essere, per la sua posizione geografica, un luogo destinato ad essere teatro di fatti che segnano la Storia, ad essere una terra capace di produrre tesori ma, nello stesso tempo, a non essere in grado (per incapacità o per mancanza di volontà) di valorizzarli come meritano?

Quale monumento ricorda, per esempio, che Palermo fu la prima grande città europea ad essere conquistata dagli alleati (22 luglio 1943)?

E chi ricorda che Salemi è stata la prima capitale dell’Italia unificata?

Per rendersi conto dell’importanza dello sbarco in Sicilia basta considerare il fatto che per la sua preparazione gli alleati misero in piedi la più riuscita operazione di disinformazione della seconda guerra mondiale.

E ricordare che il generale Patton definì, quello avvenuto in Sicilia nell’estate del 1943, the greatest blitz in history.

Di 25 aprile da ricordare non c’è solo quello del 1945

9 Apr

Il 25 aprile, in Italia, è un giorno che viene associato, automaticamente ed esclusivamente, ad un momento chiave della storia recente del Paese, e cioè alla liberazione del territorio nazionale dall’occupazione nazista e dal regime fascista (25 aprile 1945).

C’è però un altro 25 aprile, pressoché sconosciuto ai cittadini italiani.

Riguarda un fatto meno recente, un fatto relativo ad un fenomeno che caratterizza fortemente questo Paese, del quale ha segnato la storia.

Si tratta del 25 aprile del 1865.

A differenza del “giorno della liberazione”, quel 25 aprile di centocinquant’anni fa non è una data spartiacque tra un prima e un dopo, non ha a che fare con qualcosa che c’era prima di quel giorno e che dopo non c’è stato più.

Quel 25 aprile del 1865 ha a che fare con qualcosa che c’era prima e che c’è stato anche dopo (e che continua ad esserci ancora oggi), qualcosa che permea la storia di questo Paese, molto di più di quanto non si creda (o non si voglia credere).

Il 25 aprile 1865 è la data in cui comparve per la prima volta, in un documento ufficiale (un rapporto inviato dal prefetto di Palermo al ministro dell’interno), la parola maffia (versione antica della parola mafia).

In realtà, di mafiosi (e quindi, di mafia) si era già parlato due anni prima, in una commedia popolare siciliana di grande successo (I mafiusi di la Vicaria).

Mai, però, prima di quel 25 aprile, la parola mafia era apparsa in un documento ufficiale.

Il motivo per il quale il 25 aprile 1865 è un giorno che gli italiani (non solo i siciliani) dovrebbero tenere ben presente nella loro mente (ed è forse lo stesso motivo per cui viene ignorato) è per ricordare quanto, da allora, non sia stato fatto dalle istituzioni di questo Paese per rimuovere le cause all’origine del fenomeno mafia.

Fin da quando è venuto a conoscenza della sua esistenza, lo Stato Italiano ha infatti sempre avuto, nei confronti di questo fenomeno, un comportamento ben diverso da quello che tanti siciliani, all’indomani dell’annessione della loro isola al neonato Regno d’Italia (sancita dal Plebiscito del 21 ottobre 1860), si aspettavano.

Con la sua nascita, lo Stato italiano fece ufficialmente conoscenza del fenomeno mafioso, che però già da tanto tempo si era profondamente radicato nell’isola.

Eppure, nonostante le numerose evidenze storiche circa l’epoca in cui il fenomeno mafioso cominciò a manifestarsi, ancora oggi continua ad essere diffusa l’opinione secondo la quale la cosa chiamata “mafia” è coetanea dello Stato italiano, e ciò in virtù del fatto che quel rapporto del Prefetto di Palermo porta una data di appena quattro anni successiva a quella della nascita del nuovo Stato.

Le cose, invece (in questo caso il fenomeno chiamato “mafia”, che esisteva anche quando non si chiamava così), esistono prima che venga dato loro un nome e per di più possono tranquillamente esistere anche senza possedere alcun nome, così come possono benissimo non esistere anche se dotate di nome (sono molte le cose che hanno un nome e che in realtà non esistono).

Non è infatti l’avere o non avere un nome che determina l’esistenza di un fenomeno (la realtà è indipendente dai nomi).

Pensare che un fenomeno esista solo perché gli viene associato un nome è come pensare che la forza di gravità esista soltanto a partire da Newton.

In realtà, le mele cadevano anche prima che una di esse colpisse l’attenzione (non la testa) del padre della legge della gravitazione universale.

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