Le varianti in corso d’opera sono solo il sintomo del male di cui sono affetti gli appalti italiani.

13 Mag

Recentemente molti cittadini italiani sono venuti a conoscenza, attraverso la televisione, delle cosiddette “varianti in corso d’opera”.

Hanno così scoperto un fenomeno che in realtà esiste da tanto tempo ma, si sa, finché non se ne parla in televisione, la realtà non esiste.

In un famoso carosello degli anni sessanta c’era un brandy (Vecchia Romagna etichetta nera) che creava un’atmosfera, nel mondo di oggi la televisione è arrivata al punto di essere considerata da un gran numero di persone creatrice di realtà (non solo di un’atmosfera).

Per “varianti in corso d’opera” s’intendono le modifiche che, nel corso della fase esecutiva di un appalto, vengono apportate ai lavori oggetto della gara alla quale quell’appalto è collegato.

Le principali conseguenze di queste modifiche sono un aumento dei tempi e dei costi di realizzazione dell’opera.

Le trasmissioni televisive che hanno parlato delle “varianti in corso d’opera” ne hanno parlato come dello strumento attraverso il quale la ditta aggiudicataria dell’appalto si rifà dello sconto col quale se l’era aggiudicato.

In realtà, di strumenti utilizzati a tale scopo ne esistono tanti altri, ma di questi non c’è traccia in quelli che passano per mezzi d’informazione.

Chi volesse affrontare seriamente il tema delle numerose anomalie presenti negli appalti italiani (caratterizzati da costi e tempi inconcepibili in un Paese normale) dovrebbe innanzitutto porsi una semplice domanda (alla quale cercare poi di dare delle risposte sensate): com’è pensabile che si possano eseguire lavori con uno sconto del 40% (e oltre) sul prezzo-base stabilito dal committente?

Come si fa a non rendersi conto che promettere di riuscire a realizzare i lavori indicati in un bando con ribassi del 40 per cento (e oltre) rispetto al prezzo indicato come base d’asta è semplicemente un’offesa all’intelligenza umana?

È del tutto evidente che si tratta di promesse scritte sulla sabbia, così come è altrettanto evidente che un simile stato di cose è reso possibile solo dall’ipocrisia italica (e dalle diffuse complicità all’interno dei committenti).

In realtà, se un soggetto che partecipa ad una gara per l’aggiudicazione di un appalto offre certi sconti lo fa perché sa bene che, dopo la fase di gara, si arriva a quella esecutiva e che lì le cose si metteranno “a posto”, tanti e tali sono gli strumenti di cui può disporre.

E tanta è la consapevolezza dell’inconsistenza e delle complicità del committente (per impreparazione, per mancanza di consapevolezza del ruolo che ricopre, per mancanza di senso delle istituzioni, per paura, per complicità, per vigliaccheria) sulle quali l’aggiudicatario può contare.

E di questi strumenti, le cosiddette “varianti in corso d’opera” di cui tanto si parla non sono che uno dei tanti.

Potrà infatti agire, per esempio, diminuendole rispetto a quelle previste, sulla quantità (e qualità) dei materiali, sulla qualità dell’esecuzione, sulla qualità (e sulla regolarità) del personale, tutti strumenti il cui uso è reso possibile dalla consapevolezza della mancanza di effettivi controlli da parte del committente.

Ed è proprio in questa mancanza di efficaci controlli che si può vedere quanto sia grande la distanza che separa il mondo delle “idee” (quello delle leggi, dei regolamenti, delle procedure, ecc.) dal mondo della realtà.

In alcuni casi i controlli sono assolutamente inesistenti, in altri puramente di facciata, formali, in altri ancora ridicoli (per la scarsa preparazione del personale del committente ad essi deputato).

In particolare, i controlli sulla cui mancanza si basano certi sconti scandalosi sono quelli spettanti al “direttore dei lavori”.

In molti casi, poi, il ricorso a varianti aggiuntive nasce dal fatto che, nella fase esecutiva di un appalto, ci si accorge che, per realizzare correttamente l’opera, risultano necessari lavori non previsti in fase di progettazione.

Un classico esempio, a questo proposito, è la mancanza di indagini preventive sulla natura del suolo.

Il fatto che i lavori necessari a realizzare l’opera oggetto di un appalto non corrispondano a quelli indicati nel progetto di gara è conseguenza di quello che è il principale difetto del sistema italiano degli appalti: la carenza qualitativa dei progetti, carenza nella quale si annida il virus di tante varianti in corso d’opera.

E d’altra parte, come meravigliarsi di una simile situazione, in un Paese che si caratterizza per l’approssimazione, per il pressappochismo, a tutti i livelli?

Le imprese italiane che hanno provato a comportarsi all’estero così come si comportano in Italia (aggiudicarsi un appalto con prezzi anormalmente bassi per poi puntare ad “aggiustare le cose” nella fase esecutiva, ricorrendo allo strumento delle varianti in corso d’opera) stanno ancora leccandosi le ferite.

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