Archive | agosto, 2015

A proposito del funerale Casamonica dell’altro giorno

26 Ago

Ogni tanto in questo Paese accadono fatti che fanno cadere per un attimo il velo d’ipocrisia che copre la realtà.

Tutto questo però dura solo per poco tempo, dal momento che tutti i “sacerdoti” in servizio permanente effettivo, non appena si rendono conto di come la situazione potrebbe diventare pericolosa (non solo per loro) qualora la realtà si mostrasse per quella che è, si danno subito da fare per rimetterlo a posto (il velo, non il Paese).

Come ben sapevano gli antichi greci, per conoscere come stanno realmente le cose, per scoprire la verità, occorre togliere il velo che, coprendola, ne impedisce la vista.

Per dire “svelamento” usavano infatti la parola ἀλήθεια, letteralmente ἀ–λήθεια (classico uso dell’alfa privativo).

L’aggettivo ἀληθής sta per l’appunto a significare “non nascosto”, “non più velato” e quindi “rivelato”, “vero”.

Non a caso il nome del fiume dell’oblio (in greco antico λήθη) era Lete (Λήθη).

Queste le parole usate da Dante, nel XXVIII Canto del Purgatorio, a proposito del fiume Lete: Da questa parte con virtù discende che toglie altrui memoria del peccato.

Cos’è che è stato possibile vedere (almeno per quelli che hanno occhi per vedere) in occasione del funerale romano di cui tanto si sta parlando da giorni?

Semplicemente di che pasta sono fatte le istituzioni di questo Paese, sia quelle laiche che quelle religiose.

Ma, soprattutto, che chi comanda in un territorio è chi ne detiene il controllo, chi è in grado di far rispettare la propria legge.

Eppure quel funerale non è altro che un sintomo (uno dei tanti) del male che corrode questo Paese.

E invece tutti a parlare dello show, nessuno a spiegare come mai sia stato possibile che accadesse un fatto simile, in un Paese dove esistono centinaia di migliaia di leggi.

Nessuno a dire che le leggi, per produrre gli effetti per i quali sono state pensate, devono essere applicate.

In Italia, invece, nel Paese del diritto, fare leggi è vista come un’attività fine a se stessa: si producono leggi solo per produrle, non disponendo della forza per poi farle rispettare.

Ma poi, c’era bisogno di questo ennesimo episodio per sapere chi è che comanda in questo Paese?

Come si fa, ancora nel 2015, a credere che questo Paese sia effettivamente governato da quelli che passano per suoi governanti?

Bisogna essere davvero ignoranti, o ingenui, molto ingenui.

“Il potere è altrove”, diceva Leonardo Sciascia, uno che questo Paese lo conosceva per davvero.

 

P.S.: tutti quelli che sono caduti dal pero davanti a questa manifestazione di mancato controllo del territorio da parte dello Stato vadano a leggere quello che successe a Riesi, comune all’interno della Sicilia, nel 1961 e nel 1978, in occasione di altri funerali.

Ancora con questa contrapposizione tra cultura umanistica e cultura scientifica.

15 Ago

In questi giorni mi è capitato di leggere diversi interventi a proposito di un argomento che appassiona come pochi: la contrapposizione che molti vedono tra cultura umanistica e cultura scientifica.

Come ormai succede sempre più spesso, quale che sia l’argomento, a confrontarsi non sono però due posizioni, ciascuna portatrice di una propria tesi, ma due fazioni, due tifoserie, ciascuna convinta di essere la detentrice della “verità”.

Più che con due punti di vista che si confrontano si ha a che fare con due schieramenti che si fronteggiano: da una parte i sostenitori della supremazia della cultura umanistica e dall’altra quelli della supremazia della cultura scientifica.

Fa veramente tristezza vedere come non vi sia, in nessuno dei due schieramenti, la capacità di considerare il punto di vista dell’interlocutore, di guardare la cosa anche da un altro punto di vista, diverso dal proprio, di mettere alla prova la propria idea, tutti segni di una preoccupante chiusura mentale (oltre che di una evidente mancanza di cultura).

L’aspetto che trovo più avvilente di questa diatriba non sta però in questa ristrettezza di vedute, in questa profonda limitatezza di pensiero, che è possibile vedere in certe posizioni.

E non è nemmeno l’idea, dura a morire, che esistano due culture (quando invece di cultura ne esiste solo una).

Quello che intristisce, che fa pena, che fa disperare, è l’idea, piccola, limitata, che certi sostenitori della “supremazia” della cultura scientifica mostrano di avere della scuola: l’idea cioè che la scuola debba servire a “produrre” qualcosa di misurabile (nel breve termine) in termini economici, che l’insegnamento debba essere finalizzato a formare lavoratori e non invece persone pensanti, individui dotati di capacità critica.

Ricordo ancora oggi come fosse ieri l’espressione di profondo stupore della professoressa che presiedeva la commissione di esami in occasione della mia maturità classica (22 luglio 1972) quando, dopo avermi sentito parlare appassionatamente di Dante e di Leopardi, sentì che mi sarei iscritto alla facoltà d’ingegneria.

Ma come, mi disse, uno che ama così Dante e Leopardi vuol fare l’ingegnere?

Come se le due cose dovessero per forza essere contrapposte e non potessero (dovessero) invece far parte della stessa personalità.

Un Paese sempre più disunito: ecco cosa dicono i dati Svimez 2015

9 Ago

Nella direzione di venerdì scorso del PD Renzi ha chiesto al suo partito di preparare, per metà settembre, un master plan per rilanciare il Sud Italia.

E così, dopo appena 154 anni dalla creazione dell’Italia unita, siamo ancora alle prese col problema del Mezzogiorno.

Cambiano i termini coi quali se ne parla (oggi, l’eterna retorica nazionale viene arricchita con l’ormai immancabile, e ridicolo, ricorso a termini inglesi), ma non il problema, che più passa il tempo e più diventa difficile da risolvere.

Ammesso e non concesso (come direbbe Totò) che lo si voglia risolvere per davvero.

Ricordo, nella mia esperienza lavorativa, che il segnale della mancanza di volontà di risolvere un problema era la creazione di gruppi di lavoro destinati a risolvere quel problema: come ho potuto più volte direttamente constatare, la creazione di inutili gruppi di lavoro è la sola cosa che sanno fare quelli che non sono in grado di fare quello che c’è da fare.

Quello del Mezzogiorno è un problema che in un secolo e mezzo non solo non è stato risolto ma che anzi, col tempo, è aumentato sempre di più, con la parte d’Italia annessa sempre più lontana, separata dall’altra da una distanza (non solo materiale) sempre maggiore, incolmabile.

Ma la cosa che trovo davvero surreale non è tanto sentire parlare dell’Italia come di un Paese unito (quando è sempre più evidente la sua disunità) quanto sentire quelli che cadono dal pero dopo la pubblicazione dell’ultimo rapporto della Svimez 2015 sull’economia del Mezzogiorno (o meglio, delle anticipazioni sui principali andamenti economici da quel rapporto).

Come se occorresse leggere quei dati forniti dalla Svimez per rendersi conto della deriva del Mezzogiorno, della sua condizione di sottosviluppo, diventata ormai permanente.

Come se non fosse sufficiente andare in giro per il Mezzogiorno, percorrerne le strade, usarne i mezzi pubblici (a cominciare dai treni), visitarne gli ospedali, per rendersi conto di come stiano in realtà le cose.

E come meravigliarsi di questa mancanza di conoscenza delle reali condizioni del Mezzogiorno se il Conte di Cavour, il regista della creazione dello Stato unitario, non lo visitò mai?

Contro la retorica nazionale, i dati forniti dalla Svimez parlano di due Paesi, nettamente distinti e sempre più distanti (per non dire estranei).

Nessuno, tra i tanti commentatori, che dica come questi dati siano la migliore prova del totale fallimento del progetto di Stato unitario, del totale fallimento della politica, nazionale e regionale, nessuno che spieghi lucidamente (senza indossare la maglietta del tifoso) perché si sia arrivati a questo punto.

Nessuno, per esempio, che dica chiaramente da cosa derivi l’incapacità del Sud di utilizzare i fondi strutturali a sua disposizione, nessuno che spieghi perché la Sicilia è la regione italiana nella quale il rischio di povertà è più alto, nessuno che dica perché, sulla base delle previsioni dell’ISTAT, il Mezzogiorno sarà sempre più soggetto al fenomeno dell’emigrazione (nel documento Svimez si parla di una perdita di popolazione che supererà il 20% di quella attuale).

Se davvero si vuole risolvere un problema la strada da seguire è una sola, chiara, semplice: analizzare a fondo la situazione, individuare le cause, rimuoverle.

Il problema del Mezzogiorno italiano appare però segnato, fin dal 1861, dall’evidente mancanza di volontà di risolverlo (la strada non va mai oltre la prima fase, quella dell’analisi della situazione).

Ne è conferma il modo col quale lo si è sempre affrontato: da un lato un dibattito infinito sulle cause, alla continua ricerca della causa prima (c’è sempre una causa che precede le altre) e troppo spesso caratterizzato da una sterile contrapposizione di ideologie (vittimismo contro colpevolismo), dall’altro l’assenza di indicazioni di misure concretamente praticabili (quasi sempre le soluzioni presentate hanno la consistenza dei sogni).

In questa discussione infinita gl’interessi di alcuni gruppi, mossi da motivi concreti (penso, per esempio, a chi, nel Mezzogiorno, amministra la spesa pubblica) si mescolano, in maniera inestricabile, con i ragionamenti di tanti intellettuali che, al contrario dei primi, non s’interessano minimamente dei fatti concreti e si limitano a parlare di idee.

Ci sarebbe bisogno di una riforma morale, dicono, accanto ad una economica.

Già, ma chi dovrebbe farle queste riforme?

Dov’è la classe dirigente (politica, imprenditoriale, industriale) che dovrebbe indicare la strada da percorrere?

E poi, a chi dovrebbe indicarla?

A chi è convinto di vivere nel migliore dei mondi possibili (per cui non si capisce proprio cosa dovrebbe spingerlo a cambiare)?

O a chi vive abbracciato ad un passato mitizzato (che nella maggior parte dei casi conosce solo per sentito dire), nell’illusione di esserne erede?

O a chi individua sempre all’esterno, fuori da sé, la causa dei suoi mali? (senza chiedersi, per esempio, con riferimento alla Sicilia, da chi sia stata amministrata la Regione Siciliana nei suoi quasi settant’anni di vita).

Sicuramente sono tanti i cittadini meridionali che soffrono per come sono amministrate le regioni nelle quali vivono, ma altrettanto sicuramente sono tanti anche quelli che, proprio grazie a come quelle regioni sono amministrate, godono di privilegi che non sarebbero possibili con un’amministrazione efficiente, equa, giusta (in Sicilia si calcola in 120.000 il numero delle persone che, direttamente e indirettamente, campano grazie a quella distributrice di danaro pubblico che è la Regione Siciliana).

Credo proprio, conoscendo la storia di questo Paese, e avendolo girato a lungo (dalla Valle d’Aosta a Lampedusa, dal Colle di Cadibona al Carso) che manchino le condizioni per pensare, credibilmente, ad un futuro del Mezzogiorno diverso da quello al quale inevitabilmente è destinato (condannato) dal suo passato.

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