Archive | novembre, 2015

La linea che separa l’area della ricerca delle cause da quella del giustificazionismo è molto sottile

27 Nov

 

In virtù del potere che hanno, le religioni sono state, da sempre, utilizzate per scopi politici, per conquistare il potere, vale a dire per finalità che nulla hanno a che vedere con la religione, ma che della religione si servono come un utile strumento.

Tra i tanti usi strumentali delle religioni, il cui elenco si perde nella Storia (il cui studio aiuta ad approfondire le questioni, a capire, a comparare), ne cito solo due, davvero emblematici, uno tedesco e l’altro italiano: la scritta Gott mit uns che compariva, in bell’evidenza, sulle fibbie dei cinturoni dei soldati della Wehrmacht e il riferimento a San Michele Arcangelo e all’Arcangelo Gabriele da parte della ‘ndrangheta.

Per quanto riguarda la capacità di penetrazione e di diffusione in una società dell’uso strumentale delle religioni, questo risulta tanto più facile quanto più, in quella società, è assente la capacità di ragionare liberamente, senza dogmi, quanto più è assente il senso critico.

Sicuramente sono più a rischio quelle società nelle quali vige la cultura del perdono, quella della recriminazione, quella del vittimismo.

La mancanza, in una società, dell’idea che il successo (spesso considerato una colpa, quasi un peccato, qualcosa di cui vergognarsi), la riuscita, dipendano innanzitutto dall’impegno individuale, dalle capacità di ciascuno, porta col tempo al radicamento, in quella società, del rifiuto del concetto di responsabilità personale.

Mancando quest’idea, gl’individui, così deresponsabilizzati, sono indotti a credere che se uno di loro non ce la fa è sempre colpa degli altri, della società, del sistema.

La conseguenza è quella di addossare sempre ad altri la responsabilità di ciò che accade, di ricercare sempre fuori da sé, all’esterno, le cause, di giustificare il mancato successo altrui soprattutto per giustificare il proprio.

Se poi si tiene conto degli effetti perversi che si producono in una società se in questa agiscono insieme, in piena sinergia, il perdonismo cattolico, il giustificazionismo, la tendenza ad usare il disagio sociale come passe-partout per giustificare l’ingiustificabile e l’uso ridicolo del politically correct (tutti elementi che agiscono da zavorra), allora il quadro che viene fuori è davvero desolante, senza speranza.

La linea che separa la zona nella quale abita la necessità di capire i motivi di quel che accade da quella dove invece vige il bisogno di giustificare, sempre e comunque, gli autori di certi comportamenti, anche di quelli ingiustificabili, è molto sottile.

Soprattutto in Paesi dove prospera un esasperato relativismo, e in particolare in quelle aree più ribelli, con una popolazione fortemente caratterizzata da una spiccata insofferenza verso qualunque forma di autorità costituita.

Le atrocità di Parigi: ultimo episodio di una strana guerra.

15 Nov

Ciò che colpisce dei fatti come quello di venerdì sera a Parigi è la netta asimmetria delle modalità operative dei soggetti in campo.

Da una parte del campo (quelli che attaccano) c’è un uso senza alcuno scrupolo, senza alcuna regola da rispettare, in nome di alcuni “valori”, delle armi, dall’altra (quella dei soggetti ai quali è affidata la difesa di chi viene attaccato) c’è il continuo richiamo al rispetto di altri “valori”, che nulla hanno a che vedere con quelli che muovono gli attaccanti.

Si dice che quella in atto sia una guerra.

A parte il fatto che si tratterebbe di una guerra ormai in atto da tanti anni (le guerre, in genere, hanno una data di inizio ed una di fine, sancita dalla firma di un trattato di pace), di una guerra che, anzi, più passano gli anni e più si estende (anche nei Paesi musulmani), più aumenta di intensità, si deve ammettere che si tratta di una strana guerra, di una guerra molto particolare: da una parte c’è chi la vuole vincere, dall’altra c’è chi deve ancora decidere se vuole davvero combatterla.

Si considerino, per esempio, le diverse modalità con le quali i due “schieramenti” ricorrono all’uso delle armi: da una parte c’è chi le usa per primo, per colpire a morte un nemico inerme (solo per parlare degli ultimi episodi di questa strana guerra, si pensi all’abbattimento di pochi giorni prima dei fatti di Parigi dell’aereo civile russo nei cieli dell’Egitto), dall’altra c’è chi le armi le usa solo seconde precise regole di comportamento.

Si può continuare ad essere tolleranti con chi è intollerante, ad arrampicarsi sugli specchi per cercare giustificazioni per fatti ingiustificabili, a richiamare al rispetto di certi valori (non condivisi), a parlare della necessità di integrare persone che non hanno alcuna intenzione di integrarsi (quello che in tanti vogliono è invece distinguersi, apparire diversi), di parlare di cose che non esistono (come l’Europa unita), o impraticabili (come il coinvolgimento dei Paesi arabi).

Ma almeno non si illudano milioni di persone dicendo che in questo modo si vincerà questa strana guerra.

Al netto, ovviamente, di quelli che non chiedono altro che di essere illusi.

A proposito dell’assoluzione di Calogero Mannino

5 Nov

Ieri Calogero Mannino è stato assolto dall’accusa di aver commesso il reato di “violenza o minaccia a un Corpo politico dello Stato“.

Senza entrare nel merito del processo e della sua conclusione, propongo ai lettori del mio blog due brevi osservazioni a proposito della formula assolutoria utilizzata dai giudici (“per non aver commesso il fatto“).

La prima: la sentenza emessa dai giudici non nega l’esistenza del fatto (aver avviato la trattativa Stato-Mafia), dice invece che Mannino non vi ha preso parte.

A proposito della trattativa Stato-Mafia, ancora oggi c’è chi ne nega l’esistenza, facendo evidentemente confusione tra “avere rilevanza penale” ed “esistere”.

La seconda: il fatto che nel corso del processo i sostenitori dell’accusa non abbiano prodotto alcuna prova chiara della partecipazione di Mannino al reato contestatogli (non è emersa la prova che il reato sia stato commesso anche da lui) non prova che questa non ci sia stata.

Assolvere per non aver commesso il fatto significa infatti due cose:

  1. il fatto sussiste
  2. nel processo non è stata provata la commissione di quel fatto da parte dell’imputato

Il fatto che chi sostiene una tesi non sia in grado di provarne la verità (nel processo accusatorio l’onere della prova spetta a chi asserisce l’esistenza del reato) non vuol dire, semplicemente per questo, che quella tesi sia falsa.

Significa semplicemente che non è in grado di fornire prove certe circa la sua esistenza.

L’incapacità di provare un’affermazione non dimostra però la falsità dell’affermazione stessa.

Detto in altre parole, la mancanza della prova dell’esistenza di un fatto non prova l’inesistenza di quel fatto.

La Terra girava intorno al Sole anche quando non c’era alcuna prova in proposito.

Cosa ben diversa è invece la prova della falsità di un’affermazione.

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