Archive | gennaio, 2016

Un conto è parlare di rispetto delle regole, un altro è rispettarle.

11 Gen

Si parla tanto di rispetto delle regole, di legalità (vale a dire di rispetto delle leggi).

A parte il fatto che rispettare le regole non significa affatto, semplicemente per questo, fare la cosa giusta (che è quello che dovrebbe interessare di più, se solo si tenesse conto del fatto che la giustizia vale più della legalità), come ci si può aspettare il rispetto delle regole da parte di chi non rispetta nemmeno le regole che stanno alla base della scrittura e della pronuncia delle parole?

Sono in tanti, per esempio, gl’italiani che non capiscono la differenza che c’è tra scrittura e pronuncia, abituati come sono più a parlare che a scrivere e, soprattutto, ad usare una lingua (l’italiano, appunto) caratterizzata da una sostanziale coincidenza tra pronuncia e grafia delle parole.

Le difficoltà che molti italiani incontrano nello scrivere aumentano considerevolmente con le parole straniere, non essendovi in quelle coincidenza tra grafia e pronuncia.

Non sono rari i casi di parole straniere pronunciate in maniera assolutamente “libera”. Alcune di queste parole sono oggetto di modifiche che interessano la pronuncia (talvolta vengono pronunciate come se fossero italiane, cioè così come sono scritte), per altre le modifiche riguardano la scrittura.

Palermo, con la sua storia, ricca di presenze straniere, ce ne dà diversi esempi.

Tra i tanti ne cito solo due, entrambi relativi alla lingua spagnola.

Nel primo caso ad essere stata modificata è la pronuncia, nel secondo la scrittura (il primo riguarda una parola che viene pronunciata come se fosse italiana, il secondo una parola che viene scritta come si pronuncia).

In entrambi si evidenzia il mancato rispetto delle regole di pronuncia e di scrittura delle parole straniere (va però detto che in Italia non esiste l’equivalente della Real Academia Española, organismo al quale la Spagna riconosce la responsabilità di garantire, attraverso l’elaborazione di regole linguistiche, di grammatica e di ortografia, uno standard linguistico comune).

Il primo caso ha per oggetto la via Maqueda, il cui nome i palermitani pronunciano così com’è scritto, e non invece Machéda, secondo la corretta pronuncia di quella parola spagnola.

Nella convinzione che la pronuncia di Maqueda fosse Maqueda, e non Machéda, si è arrivati al punto di storpiare la grafia del nome di quella città spagnola (di cui il vicerè Bernardino de Cárdenas y Portugal era duca) in Macqueda.

Il secondo caso ha per oggetto i Quattro Canti (di città), ovverosia piazza Villena.

In questo secondo caso, allo scopo di far coincidere pronuncia e scrittura (secondo l’usanza italiana), si è modificata la scrittura del nome della città spagnola citata nel titolo di un altro vicerè, Juan Manuel Fernández Pacheco, fondatore e primo direttore della Real Academia Española sopra richiamata.

E così Villena è diventata Vigliena.

A quando la modifica della grafia di John Lennon (al quale i palermitani hanno dedicato una piazza), in Giòn Lennon?

Se la varietà dei modi con cui gl’italiani scrivono e pronunciano i nomi stranieri può essere attribuita alla mancanza dell’equivalente italiano della Real Academia Española, non può certamente essere attribuita a questa mancanza l’abitudine di non rispettare le regole, o quella di crearne di proprie.

Ed a Palermo, città dalla quale ho tratto i due esempi sopra citati, entrambe queste usanze sono particolarmente diffuse.

Per la gran parte dei palermitani, infatti, uniformarsi alle regole, qualunque sia la materia che queste regolamentano, è qualcosa di inconcepibile.

Accettare l’idea che ci sia qualcuno (un’istituzione, un’autorità) che stabilisca delle regole alle quali dover sottostare, regole generali, vincolanti per tutti, è una cosa assolutamente inaccettabile.

A meno che non si tratti di regole particolari, per esempio delle regole del proprio ristretto gruppo, del proprio clan.

A Palermo il rispetto di regole generali, valide per tutti, è come il mare d’inverno di Enrico Ruggeri: qualcosa che il pensiero non considera.

N.B.: la Real Academia Española fu fondata, a Madrid, nel 1713, da Juan Manuel Fernández Pacheco, marchese di Villena e duca di Escalona, vale a dire proprio dal vicerè ricordato dai Quattro Canti di Palermo.

A proposito del ruolo della serendipità e del caso nella vita delle persone

4 Gen

Credo non ci sia esempio migliore della lingua parlata per far comprendere quanto sia illusorio pensare di opporsi a fenomeni come la diffusione di parole nuove nella vita di tutti i giorni.

La lingua parlata, infatti, è quanto di più vivo possa esserci e, in quanto cosa viva, evolve continuamente, cambia, si arricchisce di nuove parole, ne lascia altre.

Rispetto al passato sono cambiate soltanto la velocità con la quale le parole nuove si diffondono e la vastità del territorio interessato dalla loro diffusione.

Sono proprio la velocità con la quale oggi viaggiano le notizie e la diffusione loro consentita dai moderni media che fanno sì che termini nuovi diventino di uso comune in tempi di gran lunga inferiori rispetto al passato.

Prendiamo per esempio la parola serendipità, che sta a significare “imbattersi in qualcosa di diverso da quello che si stava cercando”.

Si tratta di una parola che, solo una decina d’anni fa, era pressoché sconosciuta, anche se il concetto che essa esprime esisteva già da tanto tempo.

I nomi vengono sempre dopo le cose che indicano.

Basti pensare ad uno degli esempi più classici di serendipità: la scoperta dell’America (com’è noto, Colombo la scoprì mentre stava cercando di fare qualcosa di ben diverso).

A volte, però, ci s’imbatte in qualcosa, anche di notevole importanza, unicamente per caso e, soprattutto, senza che si stia cercando nulla (nel caso della scoperta imprevista dell’America, Colombo stava comunque cercando qualcosa, una via per le Indie navigando verso occidente).

Voglio accennare brevemente a due episodi che mi sono capitati di recente: in entrami è stato il caso, e non la serendipità, a giocare il ruolo di protagonista.

Non molto tempo fa, passeggiando, senza alcuna meta, a Genova, nella zona del Carmine (zona indissolubilmente legata alla memoria di Don Gallo), mi sono ritrovato, assolutamente per caso, in vico dello zucchero, una stradina della quale nemmeno conoscevo l’esistenza.

Ricordo la strana sensazione che ho provato quando ho letto quel nome: in una frazione di secondo mi sono ritrovato indietro di molti anni, proiettato in un altro luogo e in un’altra epoca.

Mi sono ritrovato, in un attimo, in uno dei miei “posti delle fragole”: ero davanti alla chiesa di San Giovanni degli Eremiti, nella zona più antica di Palermo, la zona nella quale sono nato e nella quale ho vissuto i primi dieci anni della mia vita, quelli che segnano per sempre.

Di fronte a quella chiesa c’è infatti un piccolo slargo che si chiama proprio Piazzetta dello Zucchero (la dolcezza evocata da quel nome non basta però a contrastare l’amarezza che provo, quando vado a Palermo, nel vedere com’è stata ridotta).

Il secondo episodio al quale voglio accennare a proposito del ruolo giocato dal caso nella vita delle persone mi è capitato l’estate scorsa: mi trovavo a Granada e, mentre percorrevo Carrera del Darro, strada dalla quale si apprezza molto bene l’imponenza dell’Alhambra, mi sono imbattuto, assolutamente per caso, nel Monastero cistercense di San Bernardo, nel quale le monache preparano squisite dolcezze.

Molto particolare, ma soprattutto strana, non esprimibile a parole, è stata la sensazione procuratami da quella vista: sicuramente una grande, e piacevole, sorpresa (ricordo che mi è venuta in mente la famosa pasticceria conventuale siciliana, ormai praticamente scomparsa), ma la parola “sorpresa” non rende efficacemente quel che ho provato quel giorno della scorsa estate a Granada.

Anche quel giorno, mentre percorrevo Carrera del Darro, senza che stessi cercando nulla di preciso, mi è capitato all’improvviso, per caso, in maniera assolutamente inaspettata (la sorpresa è stata più grande del piacere), qualcosa di piacevole.

Anche in quell’occasione un, pur se momentaneo, stato di benessere era stato originato da un incontro fortuito con qualcosa di cui ignoravo completamente l’esistenza.

Spesso, per sentirci appagati, soddisfatti, per avere successo, non facciamo che cercare di raggiungere certi obiettivi, ai quali abbiamo collegato il nostro stato di star bene, il nostro successo.

A volte il nostro stato di star bene, il nostro successo, dipende invece dall’incontro casuale, nel corso della nostra ricerca, con qualcosa di diverso da quello che era l’obiettivo che stavamo cercando di raggiungere (come nel caso di molte scoperte nel campo della scienza).

Ci sono però casi in cui il nostro stato di star bene, il nostro successo, dipende dall’incontro casuale con qualcosa che nemmeno stavamo cercando, e del quale ignoravamo pure l’esistenza (in questi casi la sorpresa è ancora più grande, a volte indescrivibile a parole).

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