Un conto è parlare di rispetto delle regole, un altro è rispettarle.

11 Gen

Si parla tanto di rispetto delle regole, di legalità (vale a dire di rispetto delle leggi).

A parte il fatto che rispettare le regole non significa affatto, semplicemente per questo, fare la cosa giusta (che è quello che dovrebbe interessare di più, se solo si tenesse conto del fatto che la giustizia vale più della legalità), come ci si può aspettare il rispetto delle regole da parte di chi non rispetta nemmeno le regole che stanno alla base della scrittura e della pronuncia delle parole?

Sono in tanti, per esempio, gl’italiani che non capiscono la differenza che c’è tra scrittura e pronuncia, abituati come sono più a parlare che a scrivere e, soprattutto, ad usare una lingua (l’italiano, appunto) caratterizzata da una sostanziale coincidenza tra pronuncia e grafia delle parole.

Le difficoltà che molti italiani incontrano nello scrivere aumentano considerevolmente con le parole straniere, non essendovi in quelle coincidenza tra grafia e pronuncia.

Non sono rari i casi di parole straniere pronunciate in maniera assolutamente “libera”. Alcune di queste parole sono oggetto di modifiche che interessano la pronuncia (talvolta vengono pronunciate come se fossero italiane, cioè così come sono scritte), per altre le modifiche riguardano la scrittura.

Palermo, con la sua storia, ricca di presenze straniere, ce ne dà diversi esempi.

Tra i tanti ne cito solo due, entrambi relativi alla lingua spagnola.

Nel primo caso ad essere stata modificata è la pronuncia, nel secondo la scrittura (il primo riguarda una parola che viene pronunciata come se fosse italiana, il secondo una parola che viene scritta come si pronuncia).

In entrambi si evidenzia il mancato rispetto delle regole di pronuncia e di scrittura delle parole straniere (va però detto che in Italia non esiste l’equivalente della Real Academia Española, organismo al quale la Spagna riconosce la responsabilità di garantire, attraverso l’elaborazione di regole linguistiche, di grammatica e di ortografia, uno standard linguistico comune).

Il primo caso ha per oggetto la via Maqueda, il cui nome i palermitani pronunciano così com’è scritto, e non invece Machéda, secondo la corretta pronuncia di quella parola spagnola.

Nella convinzione che la pronuncia di Maqueda fosse Maqueda, e non Machéda, si è arrivati al punto di storpiare la grafia del nome di quella città spagnola (di cui il vicerè Bernardino de Cárdenas y Portugal era duca) in Macqueda.

Il secondo caso ha per oggetto i Quattro Canti (di città), ovverosia piazza Villena.

In questo secondo caso, allo scopo di far coincidere pronuncia e scrittura (secondo l’usanza italiana), si è modificata la scrittura del nome della città spagnola citata nel titolo di un altro vicerè, Juan Manuel Fernández Pacheco, fondatore e primo direttore della Real Academia Española sopra richiamata.

E così Villena è diventata Vigliena.

A quando la modifica della grafia di John Lennon (al quale i palermitani hanno dedicato una piazza), in Giòn Lennon?

Se la varietà dei modi con cui gl’italiani scrivono e pronunciano i nomi stranieri può essere attribuita alla mancanza dell’equivalente italiano della Real Academia Española, non può certamente essere attribuita a questa mancanza l’abitudine di non rispettare le regole, o quella di crearne di proprie.

Ed a Palermo, città dalla quale ho tratto i due esempi sopra citati, entrambe queste usanze sono particolarmente diffuse.

Per la gran parte dei palermitani, infatti, uniformarsi alle regole, qualunque sia la materia che queste regolamentano, è qualcosa di inconcepibile.

Accettare l’idea che ci sia qualcuno (un’istituzione, un’autorità) che stabilisca delle regole alle quali dover sottostare, regole generali, vincolanti per tutti, è una cosa assolutamente inaccettabile.

A meno che non si tratti di regole particolari, per esempio delle regole del proprio ristretto gruppo, del proprio clan.

A Palermo il rispetto di regole generali, valide per tutti, è come il mare d’inverno di Enrico Ruggeri: qualcosa che il pensiero non considera.

N.B.: la Real Academia Española fu fondata, a Madrid, nel 1713, da Juan Manuel Fernández Pacheco, marchese di Villena e duca di Escalona, vale a dire proprio dal vicerè ricordato dai Quattro Canti di Palermo.

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