Archive | marzo, 2016

Rivedere, se necessario, le proprie posizioni è proprio delle menti aperte, libere.

21 Mar

Un chiaro segno di maturità di una persona, della sua crescita intellettuale, è la capacità di rivedere, anche radicalmente, in presenza di validi motivi, le posizioni che aveva tenuto fino a un certo momento su un dato argomento.

Questo può avvenire sia attraverso una lettura più attenta di elementi già noti sia attraverso la scoperta di elementi nuovi, l’acquisizione di nuove informazioni, che vanno a migliorare la conoscenza su fatti del passato.

Rendersi conto, per esempio, attraverso una lettura più attenta dell’Odissea, che alcuni dei luoghi toccati da Ulisse nel suo famoso viaggio per il Mediterraneo non sono in realtà quelli che ci sono stati raccontati come tali non deve impedirci di modificare le nostre precedenti convinzioni.

Allo stesso modo, venire a conoscenza di fatti accaduti dopo l’8 settembre 1943 ma tenuti nascosti per tanto tempo non deve impedirci di rileggere una parte importante della Storia italiana.

Quella di rivedere le posizioni che si erano tenute fino a un certo momento su un dato argomento è una capacità che non caratterizza soltanto chi possiede una mentalità scientifica ma, più in generale, chi possiede una mente aperta, caratteristica senza la quale le persone vivono in un sistema chiuso, privo della possibilità di scambio, di relazione, col mondo esterno.

In questi anni, invece, caratterizzati da un fanatismo che si va diffondendo ovunque in maniera preoccupante, non si fa che assistere, con sempre maggiore frequenza, a manifestazioni di chiusura “a prescindere” sulle proprie posizioni, anche quando i fatti ne dimostrano l’infondatezza.

Ed è proprio in questa incuranza dei fatti, della realtà, che si manifesta una mentalità che prima ancora che a-scientifica considero contraria all’essenza stessa della natura umana.

Cos’è infatti che caratterizza gli esseri umani se non la capacità di ragionare?

La situazione diventa ancora più negativa se all’incapacità di ragionare sui fatti si aggiunge l’abitudine, tipica dei media italiani, di utilizzare le parole al di fuori del loro reale significato o di connotarle di un significato positivo o negativo, a seconda della tesi che interessa sostenere (come nel caso di “identità” e di “sicurezza”).

Un esempio, fra i tanti, di questo modo di ragionare è dato dall’uso della parola “revisionismo”.

In questi anni questa parola è stata usata, come ormai sempre più spesso accade con gran parte delle parole, in un modo “personale”: ognuno le ha dato un senso diverso, a seconda della tesi che gli interessava sostenere.

L’accezione, peraltro non corrispondente al suo esatto significato, con la quale si è voluta far passare nell’opinione pubblica italiana questa parola è stata quella che ha puntato a collegarla ad una pretesa tanto inaccettabile quanto ridicola: quella tendente non solo a minimizzare il ruolo della Resistenza nella liberazione dell’Italia dall’occupazione tedesca ma, soprattutto, quella di equiparare le parti in campo dopo l’8 settembre 1943.

In realtà la parola “revisionismo” ha un significato ben diverso da quello che le si è voluto attribuire: indica una rilettura critica, priva di pregiudizi ideologici, da parte degli storici, del fascismo e del nazismo.

Com’è dovere degli storici.

Ci si è invece divisi sul significato di questa parola anziché ragionare sul perché siano ancora tante le zone oscure della storia italiana, sulle difficoltà che si incontrano se si vuole far luce su certi fatti, recenti e passati, sul ritardo col quale certe verità vengono alla luce.

Come nel caso del ritardo col quale sono stati rivelati fatti avvenuti in alcune zone dell’Italia dopo l’8 settembre 1943, fatti considerati per tanto tempo verità scomode da rivelare.

Come se la verità non fosse importante in sé, per quello che dice, come se avesse bisogno di essere qualificata.

Una verità scomoda era quella degli italiani che parteciparono alla Resistenza senza però per questo condividere con gli altri gli stessi valori, senza sentire dentro di sé alcuno spirito “rivoluzionario”.

Aver tenuta nascosta per tanto tempo questa verità significa non capire che partecipare ad una stessa esperienza non significa, solo per questo, essere spinti a parteciparvi dalle stesse motivazioni.

La pretesa che solo una parte, anche se importante, si dovesse appropriare della Resistenza, così come il non aver saputo distinguere Patria da fascismo, con la conseguenza che per tanto tempo le due cose sono state erroneamente identificate, sono fra gli errori più grandi commessi dalla sinistra italiana.

A proposito dell’espressione “arabo-normanna”

11 Mar

L’anno scorso l’Unesco ha dichiarato “Patrimonio Mondiale dell’Umanità” un insieme di monumenti di Palermo, Monreale e Cefalù, costruiti negli anni della dominazione normanna della Sicilia.

Questo insieme è stato chiamato “itinerario arabo-normanno”, termine con il quale si suole comunemente definire lo stile di quei monumenti (il perché sta nel fatto che i re normanni, per la realizzazione di quelle opere, fecero ricorso a maestranze musulmane).

Parlare però di arte “arabo-normanna” quando ci si riferisce a quei monumenti significa commettere una grossolana semplificazione.

Denominare in tal modo l’arte che fiorì in Sicilia nei primi due secoli del secondo millennio significa infatti ignorare che quella che lì nacque in quegli anni è una cultura caratterizzata da una contaminazione ben più ampia di quella alla quale rimanda la dicitura “arabo-normanna”.

Basta, per rendersene conto, pensare alla Cappella Palatina, alla Martorana, al Duomo di Monreale, chiese nelle quali si rimane abbagliati dallo splendore dei mosaici bizantini.

In realtà gli splendidi monumenti che ancora oggi si possono ammirare a Palermo, a Monreale e a Cefalù sono il frutto della fusione delle diverse componenti culturali presenti nella Sicilia dei secoli XI e XII, nella quale si mescolano insieme influenza araba, gotica, greco-bizantina, egiziana.

È proprio dalla mescolanza di quelle diverse influenze che nasce l’originalità di quei monumenti, nei quali la severità dello stile gotico portato in Sicilia dai normanni si sposa felicemente con l’uso dei mosaici bizantini e con la raffinatezza delle decorazioni a muqarnas musulmane.

Ed è proprio questa mescolanza l’elemento che la dicitura “arabo-normanna” ignora.

A proposito del probabile duello Trump-Clinton

2 Mar

Davanti a quella che ormai appare essere, con una probabilità sempre più alta, la candidatura dei repubblicani alle prossime elezioni presidenziali americane, sui media non fanno che susseguirsi le preoccupazioni legate a questa singolare candidatura.

Donald Trump è una minaccia per la democrazia, come lo fu Silvio Berlusconi”, è l’allarme lanciato in queste ore da molti commentatori.

A pronunciare queste parole sono soprattutto esponenti del cosiddetto mondo democratico, con alla guida alcuni di quelli che passano per intellettuali.

Lo scontro politico che si va delineando negli USA appare molto chiaro: da una parte c’è un candidato che punta sul popolo americano, che conosce bene e che per questo sa che si riconosce in lui, dall’altra ce n’è un altro che rappresenta solo una piccola parte del Paese (ma gli Stati Uniti d’America non si riducono a New York e Boston!) e che per questo punta sul voto degli immigrati, sempre più numerosi.

Sembra d’essere in Italia…

Ma la cosa che appare più paradossale in quest’allarme è la parte dalla quale proviene.

Sentir dire, da chi si professa democratico, che chi rappresenta il popolo è un pericolo per la democrazia è semplicemente ridicolo.

Per questi esponenti del doppiopesismo, il popolo (tanto amato, a parole) va bene solo quando si mostra d’accordo con le loro tesi.

In realtà molti di quelli che parlano in nome del popolo sono quanto di più lontano possa esserci da quello.

Il popolo non solo non lo conoscono ma lo temono, questa è la scomoda verità.

Quante volte si è arrivati anche all’uso brutale della forza per ribaltare quello che il popolo aveva espresso.

Sempre, ovviamente, in nome della democrazia…

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