Archivio | giugno, 2016

Di dove sei? Una domanda semplice alla quale non è semplice rispondere

6 Giu

C’è una domanda alla quale, ogni volta che mi viene posta, trovo difficile rispondere, nonostante la sua semplice formulazione.

Questa domanda è: di dove sei?

Ogni volta mi chiedo: cosa si vuol sapere di me con questa domanda?

Dove sono nato, almeno così sembra.

In realtà dietro quel di dove sei? non c’è soltanto il semplice dove sei nato?

Chi pone questa semplice domanda attribuisce infatti al luogo in cui si è nati altri significati rispetto a quello, scontato, di luogo di nascita, quali, per esempio, a quale città appartieni?, di quale città sei parte?

Il problema è che si chiede di dove sei? come se si chiedesse di quale squadra sei tifoso?

Nella convinzione, implicita, che essere nato in un determinato luogo, così come essere tifoso di una determinata squadra, escluda, in maniera automatica, la possibilità di amare altri luoghi, di apprezzare il gioco di chi appartiene ad altre squadre.

Come se essere nati in una città (fatto che per di più non ci vede come protagonisti attivi della vicenda) implichi necessariamente un’appartenenza esclusiva a quella, come se essere nati in una città significhi essere imprigionati in quella, bloccati nei movimenti, costretti ad indossare una specie di camicia di forza.

Per una grande quantità di persone la città nella quale si nasce è il mondo: non se ne allontanano mai, non conoscono nessun altro posto che quello dove sono nate.

Per queste persone il borgo natìo, piccolo o grande, famoso o sconosciuto, è il centro del mondo.

E se anche viaggiano, anche se percorrono migliaia e migliaia di chilometri, non fanno che paragonare i luoghi che visitano, anche quelli assolutamente imparagonabili con il loro borgo natìo, con quello che per loro rimane il centro del mondo, il loro ombelico.

È come se viaggiassero all’interno di un sistema chiuso, privo di scambi col mondo esterno, una specie di capsula sigillata.

Ebbene, più vado avanti con gli anni, più viaggio, e più non riesco a capire come si possa non interagire col mondo nel quale ci si muove, come si possa pensare di appartenere solo alla città dove si è nati, di sentirsi a casa solo dove (a volte solo per caso) si è nati.

Come se avesse senso pensare a Federico II come ad uno Jesino.

Proprio non lo capisco.

Sentirmi a casa, ecco qual è la sensazione che mi fa amare un luogo, che me lo fa sentire mio, che me lo fa scegliere come parte della mia casa.

E questo sentimento non è certo limitato al luogo di nascita.

Anzi, non è nemmeno detto che ci si possa sentire a casa nel luogo dove si è nati solo per il fatto di esserci nati.

Sentirsi a casa, per me, non coincide con l’essere nato in un determinato luogo.

Può accadere di sentirsi a casa anche nel luogo dove si è nati ma può anche non accadere.

Si tratta di due cose assolutamente diverse: sentirsi a casa è qualcosa che ci vede protagonisti attivi, ha a che fare con le nostre emozioni, qualcosa che differisce completamente dall’essere nati in un luogo.

E sono tanti, fra quelli che conosco, i miei luoghi del cuore, quelli dove mi sento a casa.

Enumerarli ha poco senso, anche perché la mia è una casa in continua costruzione, alimentata com’è dalla vita: ogni volta che mi capita di sentirmi a casa in un luogo che fino a quel momento non conoscevo ecco che la mia casa si arricchisce di una nuova “stanza”.

Una stanza che così va ad aggiungersi a quelle che fanno già parte dei miei luoghi del cuore: San Giovanni degli Eremiti, Casa Professa e Villa Bonanno, a Palermo; gli scivoli di Sferracavallo; i luoghi mitologici della Sicilia; le Langhe; il Collio; il prato di Sant’Orso, a Cogne; la Weinstraße; piazza Unità, a Trieste; i carruggi di Genova; punta Chiappa (sul versante occidentale del promontorio di Portofino); Camogli (soprattutto d’inverno); Carouge (nel cantone di Ginevra); il Barrio Gotico di Barcellona; Moncalieri; il centro di Padova; corso Palladio, a Vicenza; Siena; Gressoney Saint Jean; la strada dell’Alta Langa che da Montezemolo conduce ad Alba. 

Ecco allora che la domanda da porre dovrebbe essere: dove ti senti a casa? anziché la banale di dove sei?

A proposito di Cassius Clay – Muhammad Ali

4 Giu

Quello che ha caratterizzato Cassius Clay, poi Muhammad Ali, quello che lo ha reso unico, non è stato tanto il suo modo di boxare, a viso aperto, con le mani in basso, elegante (non però al livello di Sugar Ray Robinson), quanto il suo rifiuto di andare a combattere in Vietnam per gli Stati Uniti d’America.

Lo fece perché non si riconosceva negli USA di quegli anni, perché non si sentiva parte di quello Stato per il quale sarebbe potuto andare incontro alla morte.

Ci si deve sentire parte di una comunità per fare qualcosa per essa, figurarsi per rischiare di morire!

Quando Re Artù incontrò Lancillotto e gli chiese che cosa andasse cercando, quello che sarebbe diventato il più famoso dei Cavalieri della Tavola Rotonda gli rispose che era alla ricerca di qualcuno per cui valesse la pena di combattere, di qualcuno che meritasse che per lui si lottasse fino alla morte.

Nella vita è di fondamentale importanza avere un motivo per il quale valga la pena di vivere.

Voglio trovare un senso a questa vita”, canta Vasco Rossi, e questo bisogno è così forte “anche se questa vita un senso non ce l’ha”.

Nel 1977, in occasione di un famoso processo alle Brigate Rosse in corso a Torino, scoppiò una furiosa polemica tra intellettuali e politici, innescata dal rifiuto di alcuni cittadini di far parte della giuria popolare di quel delicato processo.

In quella polemica fu trascinato anche Leonardo Sciascia, al quale fu erroneamente, e superficialmente, attribuita la famosa espressione “né con lo Stato né con le Br”.

A chi l’aveva così maldestramente attaccato l’autore del “Giorno della civetta” replicò specificando che non si riferiva allo Stato in senso generale ma a quello Stato, allo Stato italiano di quegli anni.

Allo stesso modo, poco più d’una decina d’anni prima Muhammad Ali si era rifiutato di andare in Vietnam a combattere in nome di quello Stato, uno Stato che discriminava le persone sulla base del colore della pelle.

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