Archivio | luglio, 2016

A proposito dell’ultimo discorso pubblico di Paolo Borsellino

29 Lug

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Nel quartiere palermitano di Ballarò, proprio a fianco alla Chiesa del Gesù (nota anche come Casa Professa), si trova la Biblioteca Comunale.

Fu qui, esattamente nell’atrio di questa Biblioteca, che Paolo Borsellino tenne il suo ultimo discorso pubblico.

Era la sera del 25 giugno 1992, un mese prima c’era stato l’attentatuni di Capaci, un mese dopo ci sarebbe stata la bomba di via D’Amelio.

Quella sera, nel suo discorso, Paolo Borsellino ricordò più volte che Giovanni Falcone, suo amico prima ancora che suo collega, aveva cominciato a morire nel gennaio 1988 e non, come da molti sostenuto con superficialità, dopo la famosa intervista del Corriere della Sera a Leonardo Sciascia, dal titolo “I professionisti dell’antimafia”.

Come quella sera ricordò Paolo Borsellino, Giovanni Falcone aveva cominciato a morire quando il CSM aveva bocciato la sua candidatura alla guida dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, preferendogli un altro magistrato.

E quella sera Paolo Borsellino, ricordando quella notizia, disse, in tono amaramente ironico, che quello era stato il regalo che il CSM gli aveva fatto per il suo compleanno.

Per di più in quel gennaio del 1988 ebbe inizio la disgregazione del pool antimafia, la struttura organizzativa ideata all’inizio degli anni ’80 da Rocco Chinnici, un magistrato che sperava, purtroppo invano, in una mobilitazione delle coscienze dei palermitani, dei siciliani.

E a questo riguardo, a 33 anni esatti da quel 29 luglio che vide Palermo diventare come Beirut, va fatta una considerazione.

Troppo spesso, quando si parla di mafia, si commette un grave errore, che considero decisivo: ci si concentra solo sull’aspetto criminale del fenomeno, ignorando, tralasciando (volutamente, per ignoranza o per convenienza), un aspetto centrale: quello del coinvolgimento di larghi strati della società siciliana.

Si guarda sempre e solo alla superficie, a ciò che appare, e lì ci si ferma.

Si dice, per comoda ipocrisia: il fenomeno mafioso riguarda solo una piccola minoranza di siciliani, forse poche migliaia, a fronte di una maggioranza che è vittima innocente.

Mai che si cerchi di vedere cosa c’è sotto la superficie, mai che si cerchi di analizzare la vasta rete di relazioni che caratterizza il fenomeno mafioso.

Non si tratta di collegamenti occasionali, contingenti, ma di relazioni “storiche”, profonde, inestricabili, tra il mondo mafioso propriamente detto e rappresentanti del mondo economico, del mondo imprenditoriale, del mondo delle istituzioni.

Evidentemente si ignora (o si vuole ignorare) che è proprio questa fitta rete di relazioni che ha fatto della mafia qualcosa di molto più potente, e molto più pervasivo, di una semplice organizzazione criminale.

Ma come si fa a voler spiegare un fenomeno storico come quello mafioso in termini esclusivamente criminali?

Perché si evita, accuratamente, di andare a vedere cosa c’è sotto la superficie?

Forse perché andare sotto la superficie significherebbe chiamare in causa larghi strati della società siciliana, forse perché si scoprirebbe che molti di quelli che passano o vengono fatti passare per vittime sono in realtà complici, diretti o indiretti, gente che approfitta del lato violento del fenomeno mafioso per trarre, servendosi di questo, concreti benefici.

Ed è proprio questa mancanza di volontà di andare sotto la superficie che impedisce a quella speranza di Rocco Chinnici di diventare realtà, che fa della mobilitazione delle coscienze della quale parlava quel giudice galantuomo solo un sogno, che frena quei cambiamenti nei comportamenti quotidiani che sono la base di una reale, concreta, manifestazione di quella volontà di contrastare realmente il potere mafioso, volontà che troppo spesso viene invece surrogata con banali, e spesso ridicole, manifestazioni esteriori.

A proposito del Salone del libro di Torino

29 Lug

Nel maggio del 1988 ero presente alla prima edizione del “Salone del libro” di Torino, la manifestazione che ha dato un grosso contributo alla riconversione della prima capitale d’Italia da città-fabbrica a città di servizi.

Quell’edizione si tenne a Torino Esposizioni (dal 1992 il “Salone” si sarebbe poi spostato al Lingotto).

Di quella prima edizione ricordo l’atmosfera di novità che si respirava, il senso di apertura al futuro che c’era dietro quella scommessa fatta dai due organizzatori.

Ma soprattutto ricordo l’intervento di Umberto Eco.

Già allora in Italia ci si lamentava del basso numero di lettori (a maggior ragione quella del “Salone” fu un’idea coraggiosa).

A questo proposito Eco osservò, con quell’ironia che lo ha sempre accompagnato, che il senso di frustrazione che nasceva osservando la posizione che l’Italia occupava nella classifica relativa al numero dei lettori di libri si sarebbe potuto superare se, anziché guardare a chi stava prima di noi, si fosse guardato a chi, in quella classifica, stava sotto (ricordo che Eco citò, quale Paese da prendere come riferimento, il Ghana).

Come non mettere in relazione quell’ironico invito di Eco con quello che è uno dei più grandi difetti di questo Paese, quello di voler costruire paragoni prescindendo dalla storia, dalla cultura, dalle tradizioni, dei Paesi che vengono presi a riferimento?

Paragoni velleitari, impossibili, ma prima ancora ridicoli.

Chi può mai essere rappresentante in una società di mediocri?

4 Lug

Da diversi anni ormai la democrazia sta dimostrando sempre di più il suo carattere illusorio, il suo essere fondamentalmente un ideale, un’idea irrealizzabile.

Un’utopia, qualcosa che non esiste e che quindi non si può realizzare.

Ma, soprattutto, quello che la democrazia sta rivelando di sé è il suo essere incapace di rimediare alle sue degenerazioni.

Emerge quella che è una semplice verità, nota da sempre e nello stesso tempo da sempre ignorata: la democrazia non è uno strumento efficace per tutte le situazioni, in tutti i tempi, sempre e comunque.

Sempre di più ci si sta rendendo conto che quello che promette non sono che sogni, risposte teoriche a bisogni concreti.

In particolare, quello che in questi anni si sta dimostrando illusorio, ingannevole, è il concetto di democrazia rappresentativa.

L’idea cioè che alcune centinaia di individui possano effettivamente rappresentarne milioni si sta rivelando pura immaginazione.

Ma prima di tutto sta dimostrando di essere una cosa priva di senso, una cosa illogica.

Cos’è che in questi anni sta rendendo evidente la finzione, l’illusione, l’inganno, su cui si basa, fin dall’antichità, il concetto di democrazia rappresentativa?

Sicuramente il dilagare della corruzione, l’evidenza degli incredibili privilegi della classe politica, la totale disattenzione dei rappresentanti verso i reali bisogni dei rappresentati.

Ma, soprattutto, a smascherare l’inganno è il fatto che le persone si stanno sempre di più rendendo conto che i loro problemi reali non solo non sono stati risolti da parte dei loro rappresentanti ma anzi, col passare degli anni, sono aumentati, di numero e d’intensità.

In molti, sia in Italia che in altri Paese europei, hanno reagito a questa mancanza di rappresentatività dando vita a nuovi movimenti politici, il cui seguito popolare sembra però nascere più dal bisogno di un cambiamento, comunque, che non da quello di una reale, effettiva, alternativa nel modo d’intendere la “cosa pubblica”.

A questo proposito c’è da dire che però, al di là delle sigle, queste “novità” si sono rivelate delle semplici forme di protesta, una protesta fine a se stessa, capace solo di proporre banali slogan anziché soluzioni concretamente praticabili.

E per di più queste “novità democratiche” hanno manifestato un netto rifiuto di un concetto fondamentale della democrazia, il compromesso.

Ignorando in tal modo che in democrazia, della quale pure parlano, non si può fare a meno del compromesso: è necessario infatti che ciascuno, nell’interesse generale, rinunci a qualcosa.

La democrazia non può essere ridotta, banalizzata, ridicolizzata, ad un segno su una scheda elettorale o ad un clic.

L’inganno sul quale si basa la democrazia rappresentativa è stato svelato anche dalla sua impotenza di fronte ai problemi reali: è davanti agli occhi di tutti l’assoluta inutilità dei cosiddetti rappresentanti.

Il dato che emerge con evidenza, a riprova dei limiti della democrazia rappresentativa, sta per l’appunto nel fatto che in definitiva questi “rappresentanti”, prima ancora che incapaci, incompetenti, sono sostanzialmente inutili.

L’aspetto paradossale è che possono risultare inutili anche se competenti.

È la loro inutilità, prima ancora della loro incompetenza, che dovrebbe preoccupare di più, soprattutto quei cittadini con problemi da risolvere.

A rendere infernale la situazione non è infatti soltanto la presenza di rappresentanti incompetenti ma la combinazione di questa presenza d’incapaci con la foresta inestricabile di norme che rendono impossibilitati ad agire, e quindi inutili, anche eventuali rappresentanti competenti.

Ad essere però prioritaria, in una comunità di persone, è la capacità di risoluzione dei problemi (almeno per quelle persone che non traggono benefici proprio dall’esistenza dei problemi).

Affidarsi, se si vuole che i problemi vengano risolti, a dei “rappresentanti”, pensando che questi, solo in quanto “rappresentanti”, siano in grado di risolverli, è una cosa semplicemente priva di senso, assurda.

Forse che in presenza di un grave problema di salute non si va alla ricerca del medico più competente, più capace, che dà maggiori garanzie di risoluzione del problema?

E cos’è una comunità di persone se non un organismo vivente?

In Italia si vive come all’interno di un’enorme giara, dalla quale è impossibile uscire

2 Lug

La condizione nella quale ormai da tempo si vive in Italia, dove è praticamente impossibile uscire da situazioni che pure, a parole, vengono riconosciute essere assurde, grottesche, ricorda tanto quella descritta da Luigi Pirandello in una delle sue novelle più famose, “La Giara”.

Don Lollò Zirafa aveva imposto all’artigiano Zi’ Dima, al quale si era rivolto per riparare la sua giara che si era rotta, di adottare una tecnica che vedeva l’artigiano costretto a lavorare all’interno del grosso contenitore di terracotta.

Una volta che era risultato chiaro che Zi’ Dima era rimasto bloccato in quella che era diventata una vera e propria trappola, Don Lollò, che pure era stato l’ideatore di quella bella trovata, aveva preteso che il povero artigiano dovesse comunque uscire dalla giara ricucita, senza però romperla.

Cosa ovviamente impossibile.

Il dramma italiano è identico a quello descritto da Luigi Pirandello 110 anni fa: l’impossibilità di uscire da trappole che gli stessi soggetti intrappolati hanno contribuito a creare.

Come nella novella l’artigiano Zi’ Dima resta intrappolato all’interno della giara che egli stesso aveva ricucito, senza rendersi conto di quelle che sarebbero state le conseguenze del suo agire, così i cittadini italiani vivono intrappolati in un’inestricabile foresta cresciuta nel corso degli anni, con loro dirette e/o indirette responsabilità.

La situazione che si è venuta a creare negli anni è assolutamente paradossale, proprio come quella della giara di Pirandello.

Cambia solo la materia della quale è fatta la prigione: in quella si tratta di terracotta, in questa di leggi, norme, regolamenti, procedure, create dai vari parlamenti, vale a dire dalla massima espressione della volontà popolare, nel tentativo di regolamentare qualsiasi attività di un Paese assolutamente ingovernabile.

La sola differenza sta nel fatto che nella realtà manca la soluzione umoristica pensata da Pirandello.

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