Archivio | luglio, 2017

Le parole sono importanti. Vanno usate rispettandone il significato (a proposito della sentenza sul processo mafia capitale)

24 Lug

Dopo i commenti alla recente sentenza su “mafia capitale”, la scritta che compare sul Palazzo della Civiltà italiana dell’Eur di Roma si arricchisce di una nuova categoria di italiani: non solo infatti un popolo di poeti, di artisti, di eroi... (elenco che già da tempo comprende allenatori della nazionale di calcio e sismologi) ma, da ieri, anche mafiologi.

Ovviamente, come in altri casi, tutti esperti di una materia della quale sono assolutamente ignoranti.

Ma veniamo alla sentenza.

La prima reazione di questi nuovi mafiologi è stata quella di far dire alla sentenza un cosa che la sentenza non dice: che cioè a Roma la mafia non c’è.

In tanti commenti non c’è però soltanto la consueta strumentalizzazione (sia da parte dei politici che da parte dei cosiddetti organi d’informazione) delle parole (in questo caso, voler far dire ad una sentenza una cosa che quella non dice, manomettendola al fine di farne uno strumento utile per far considerare poco credibili certe accuse e ingiuste certe condanne).

In molti commenti si vede infatti confermato anche (e forse, direi, soprattutto) il fatto che in Italia è molto alto il numero di quelli che leggono senza capire quello che leggono, di quelli che vedono quello che non c’è e non vedono quello che c’è.

Cos’è che si dovrebbe capire dalla lettura della sentenza?

Si dovrebbe capire una cosa molto semplice: e cioè che la sentenza non dice affatto che a Roma la mafia non c’è, dice invece che l’associazione criminale processata (di quella si parla, e solo di quella) non è di tipo mafioso.

C’è poi un altro elemento da sottolineare, a proposito di certi commenti, e questo è davvero surreale: il sollievo che in molti ha procurato il mancato accoglimento della tesi sostenuta dalla Procura (l’aggravante mafiosa).

E qui c’è da sottolineare il fatto che ad innescare tutto questo putiferio è stata l’espressione “mafia capitale”, usata per la prima volta (forse con una certa dose di leggerezza) dalla Procura di Roma, come elemento sul quale basare la richiesta dell’aggravante mafiosa.

Dire però che la Procura di Roma ha usato in maniera superficiale la parola mafia (parola che più abusata non si può), associandola alla banda criminale oggetto del processo, non significa affatto sminuire il lavoro di quella Procura, così come non giustifica il tentativo di volerla associare a chi, fino a poco tempo fa, negava l’evidenza, affermando “qui la mafia non esiste”; né, tanto meno, può in alcun modo giustificare l’aver messo la Procura di Roma sul banco degli imputati, come invece hanno fatto, in maniera miserabile, in tanti.

A proposito del ricorso alla parola mafia, va detto che agli italiani questa parola provoca un certo effetto: agli italiani piace considerare la mafia come il non plus ultra del male ma, soprattutto, piace considerarla qualcosa di invincibile (non sono pochi quelli che, proprio per questo, sotto sotto l’ammirano).

Va anche detto che la polemica innescata dal mancato riconoscimento dell’aggravante mafiosa è poi sfociata in commedia (com’è noto, tutto in Italia si trasforma in commedia): alla fazione di quelli che si sono dichiarati sollevati (sprezzanti del ridicolo) si è affiancata infatti quella di chi invece ha tenuto a ribadire che la mafia è presente anche a Roma (pur di evitare che si possa dire che la situazione in cui versa la capitale d’Italia è ancora peggiore di quella di una città in mano alla mafia, a certi personaggi fa comodo poter avere un nemico forte, invincibile, dal quale far dipendere il loro fallimento).

Quelli che si sono sentiti sollevati non tengono conto del fatto che l’associazione di tipo mafioso identifica un determinato tipo di reato (ve ne sono anche altri, di natura diversa ma non per questo meno gravi) e fanno finta d’ignorare che la sentenza non sminuisce la pericolosità di quell’associazione criminale (la sentenza ha detto che l’associazione criminale processata non è di tipo mafioso, come prospettato dalla Procura, ma questo non vuol dire che i danni che ha prodotto siano meno gravi, o che sia meno pericolosa: si può essere pericolosi anche senza essere mafiosi).

Solo in un Paese ridicolo come questo si può essere sollevati per il fatto che un’associazione criminale non venga considerata anche mafiosa (sarebbe come esultare per il fatto che gli esami hanno detto che il tumore che ci condanna senza scampo non è al cervello ma è solo ai polmoni).

Per quanto riguarda invece la fazione di quelli che invece, basandosi sulla denominazione di mafia capitale, hanno puntato a “gonfiare” l’accusa, va detto che in questo comportamento si trova una conferma del fatto che per certi mafia-dipendenti la mafia, se non ci fosse, bisognerebbe inventarla.

 

 

P.S.:

E come poteva mancare, nei commenti alla sentenza, un richiamo a Leonardo Sciascia, alla sua famosa “linea della palma”?

Quando si parla di mafia scatta subito, in maniera automatica, come un riflesso incondizionato, il richiamo all’autore di quello che va considerato un vero libro spartiacque nel campo della letteratura, “Il giorno della civetta”.

La cosa divertente, di questi superficiali, banali, richiami a Sciascia, è il tentativo di volerne fare un esperto di mafia.

A conferma della loro superficialità (Sciascia, famoso per la sua cura maniacale nell’uso delle parole, avrebbe invitato a non far diventare tutto mafia, e a sciogliere sempre qualche dubbio in quelle che si ritengono certezze aritmetiche), questi non sanno nemmeno che proprio Sciascia, in un articolo del 1982 sul Corriere della Sera (riportato, non a caso, nel suo “A futura memoria”) diceva di sé: non c’è nulla che mi infastidisca quanto l’essere considerato un esperto di mafia o, come oggi si usa dire, un “mafiologo”.

A conferma del fatto che non basta citare Sciascia per dare a intendere di conoscerlo.

Anche se se ne è letto qualche libro.

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Un breve ricordo di Denis Mack Smith

15 Lug

Nei giorni scorsi è morto lo storico inglese Denis Mack Smith.

Anni fa, a Genova, ebbi modo di scambiare alcune considerazioni con lui, in occasione di un convegno su Mazzini.

Era un grande conoscitore della Storia d’Italia, e del Risorgimento in particolare.

A proposito di quel periodo, così tanto mitizzato dagli storici italiani, sosteneva (secondo me non senza ragione) che nell’Italia della seconda metà dell’800 fossero già presenti certi virus e che pertanto il ventennio andasse considerato come una conseguenza logica dell’Italia risorgimentale.

Denis Mack Smith parlava in sostanza di fascismo (che in tanti continuano a confondere col Fascismo, non cogliendo le differenze tra quello che è stato un determinato periodo storico e qualcosa che invece è connaturato negli italiani) anche quando parlava del Risorgimento.

Questa sua visione fu alla base di molte critiche, com’era facile aspettarsi in un Paese che si nutre di retorica e d’ipocrisia.

Gli si addebitava in generale una vena polemica verso i governanti italiani, non capendo che questa era invece segno del profondo amore che nutriva per l’Italia.

Ma non era questa la principale critica che gli si muoveva.

Lo stile giornalistico, il ricorso a numerosi aneddoti, caratteristiche del suo modo di scrivere, contribuivano a rendere gradevole la lettura dei suoi libri, procurandogli in tal modo il favore del pubblico.

Ed era proprio questo successo presso il grande pubblico il “peccato” che non gli veniva perdonato.

Non a caso gli accademici italiani, così privi delle caratteristiche del mondo anglosassone, così inclini a parlare solo a se stessi, solo alla ristretta cerchia degli “addetti ai lavori” (e non al pubblico), lo accusavano di “superficialità”, cercando in tal modo di sminuirne il valore.

Nulla di nuovo, nel Paese del latinorum, dove si confonde serietà con seriosità, autorità con autoritarismo, semplicità con superficialità, dove i relatori invitati a parlare in un convegno si limitano a leggere delle cartelle, dove le parole più criptiche sono più sono considerate di valore, dove “annoiare” prevale su “suscitare interesse”.

In definitiva, il principale “difetto” che gli accademici italiani rimproveravano a Denis Mac Smith era proprio un suo grande pregio: l’accessibilità.

La cosa tragica è che non se ne rendevano conto.

 

 

 

A proposito della vicenda di Bruno Contrada

11 Lug

Nei giorni scorsi ha destato grande sorpresa la sentenza con la quale la Corte di Cassazione ha revocato la condanna a 10 anni di reclusione che la Corte di Appello di Palermo aveva emesso il 25 febbraio 2006 a carico di Bruno Contrada, ex capo della Squadra Mobile di Palermo ed ex funzionario del Sisde, giudicandolo colpevole del reato di concorso esterno in associazione mafiosa (Contrada era stato arrestato il 24 dicembre 1992).

Nel revocarla, la Corte di Cassazione ha definito quella condanna (divenuta definitiva nel 2007) “ineseguibile e improduttiva di effetti penali”.

Alla base di questa revoca sta il fatto che, secondo i giudici della Cassazione, all’epoca dei fatti contestati a Contrada (gli anni che vanno dal 1979 al 1988) il reato di concorso esterno in associazione mafiosa “non era sufficientemente chiaro e prevedibile”.

Non vengono quindi messi in discussione quei fatti, ma la loro riconducibilità ad un reato.

Il punto sul quale si dovrebbe riflettere, con calma, a mente fredda, senza lasciarsi coinvolgere nella solita sfida tra tifoserie contrapposte, senza voler a tutti i costi strumentalizzare questa sentenza di revoca, sta nel modo col quale viene normalmente trattata la delicata materia dei rapporti tra il mondo mafioso vero e proprio e quello esterno ad esso.

Chi conosce la materia sa bene che la caratteristica-chiave dell’organizzazione mafiosa risiede nella fitta rete di relazioni che la lega al mondo esterno, rete senza la quale quella che è una vera e propria struttura di potere verrebbe ridotta ad un’organizzazione solo criminale.

Quello che colpisce della vicenda di Bruno Contrada, più che la condanna penale (peraltro basata su alcune dichiarazioni di quelli che, un termine che più ambiguo, ipocrita, falso, non si può, vengono chiamati “pentiti”), è la condanna morale (e chissà se questa non ebbe un ruolo su quella).

Ed è proprio di questa condanna morale che voglio parlare.

Su che cosa si basa?

Sul fatto che Contrada ebbe contatti con esponenti di Cosa Nostra (contatti la cui esistenza non è in discussione).

Questa condanna prescinde dalle finalità di quei contatti, dall’uso fattone.

I “moralisti” non considerano l’ipotesi che quei contatti possano essere stati instaurati per conoscere dal di dentro l’organizzazione criminale e in questo modo poterla combattere più efficacemente (il discorso cambia, ovviamente, se quei contatti sono in realtà serviti a procurare vantaggi ad alcuni esponenti di Cosa Nostra).

Questi “puristi” pretendono in sostanza che chi, per il mestiere che fa, non può non entrare in contatto con certi personaggi, riesca nell’impresa di restare indenne da qualsiasi contatto compromettente.

Sarebbe come chiedere ad un spazzacamino di pulire l’interno di un camino e poi condannarlo per essersi sporcato di fuliggine gli abiti che indossava.

La complessità della realtà è un dato sempre meno considerato. E così la sua conoscenza diminuisce sempre più.

7 Lug

L’altra sera ero ad un concerto di pianoforte, lo strumento musicale che amo di più.

Quando il pianista ha cominciato a suonare l’adagio di Beethoven (una delle mie musiche preferite), l’emozione, come sempre quando sento  quelle note, ha preso il sopravvento.

Niente come la musica è in grado di suscitare certe emozioni: ricordo quella che provai nel luglio 2001, a Taormina, quando Bob Dylan, in quel palcoscenico unico che è il teatro greco, con sullo sfondo l’Etna che eruttava, attaccò  “Knockin’ on heaven’s door”.

All’uscita dal concerto riflettevo sul fatto che l’autore di quello splendido adagio era un figlio della Germania e che in quella Germania era nata anche gente come Goebbels, Eichmann, Himmler.

Si tratta della stessa “mamma” che ha “partorito” gente come Kant, Bach, Schumann, Einstein, Planck, Gauss e che ha visto nascere lo Sturm und Drang.

Mi è venuto allora in mente il titolo dell’ultimo libro di Alan Friedman (Questa non è l’America), uscito dopo l’elezione di Donald Trump a Presidente degli USA.

Quel titolo sembra voler dire che l’America, quella “vera”, non è quella che ha eletto l’attuale Presidente (come se quelli che hanno eletto Trump non fossero, anche loro, “veri” americani).

Com’è possibile, ci si chiede, che il Paese che passa per essere il più democratico del mondo abbia liberamente scelto come sua guida un uomo simile?

Così come ancora oggi ci si chiede come sia stato possibile che nel Paese di Beethoven sia accaduto quello che è accaduto negli anni trenta del Novecento.

Sono domande molto ingenue, rivelatrici di un pensiero banale, povero, ma soprattutto sono domande sintomatiche di un errore logico, tanto antico quanto diffuso: quello di prendere un pezzo di una realtà (sia esso bello o brutto) e pretendere di spiegare tutta quella realtà utilizzando solo quel pezzo.

Non si tratta del classico vizio di dividere una moltitudine di individui secondo schemi rigidi, suddividendoli in settori non comunicanti, né di considerare, per propri interessi, uno schieramento prevalente rispetto agli altri.

Il difetto sta nell’illudersi di annullare le diversità, di omogeneizzare elementi tra loro non omogenei, di pretendere di considerare elemento unificante quella che invece non è che una caratteristica che identifica solo una parte del tutto.

L’errore di generalizzare, di applicare cioè a un intero gruppo di persone ciò che in realtà si riferisce solo a singoli, è molto diffuso ed è alla base di tante false verità.

 

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