La complessità della realtà è un dato sempre meno considerato. E così la sua conoscenza diminuisce sempre più.

7 Lug

L’altra sera ero ad un concerto di pianoforte, lo strumento musicale che amo di più.

Quando il pianista ha cominciato a suonare l’adagio di Beethoven (una delle mie musiche preferite), l’emozione, come sempre quando sento  quelle note, ha preso il sopravvento.

Niente come la musica è in grado di suscitare certe emozioni: ricordo quella che provai nel luglio 2001, a Taormina, quando Bob Dylan, in quel palcoscenico unico che è il teatro greco, con sullo sfondo l’Etna che eruttava, attaccò  “Knockin’ on heaven’s door”.

All’uscita dal concerto riflettevo sul fatto che l’autore di quello splendido adagio era un figlio della Germania e che in quella Germania era nata anche gente come Goebbels, Eichmann, Himmler.

Si tratta della stessa “mamma” che ha “partorito” gente come Kant, Bach, Schumann, Einstein, Planck, Gauss e che ha visto nascere lo Sturm und Drang.

Mi è venuto allora in mente il titolo dell’ultimo libro di Alan Friedman (Questa non è l’America), uscito dopo l’elezione di Donald Trump a Presidente degli USA.

Quel titolo sembra voler dire che l’America, quella “vera”, non è quella che ha eletto l’attuale Presidente (come se quelli che hanno eletto Trump non fossero, anche loro, “veri” americani).

Com’è possibile, ci si chiede, che il Paese che passa per essere il più democratico del mondo abbia liberamente scelto come sua guida un uomo simile?

Così come ancora oggi ci si chiede come sia stato possibile che nel Paese di Beethoven sia accaduto quello che è accaduto negli anni trenta del Novecento.

Sono domande molto ingenue, rivelatrici di un pensiero banale, povero, ma soprattutto sono domande sintomatiche di un errore logico, tanto antico quanto diffuso: quello di prendere un pezzo di una realtà (sia esso bello o brutto) e pretendere di spiegare tutta quella realtà utilizzando solo quel pezzo.

Non si tratta del classico vizio di dividere una moltitudine di individui secondo schemi rigidi, suddividendoli in settori non comunicanti, né di considerare, per propri interessi, uno schieramento prevalente rispetto agli altri.

Il difetto sta nell’illudersi di annullare le diversità, di omogeneizzare elementi tra loro non omogenei, di pretendere di considerare elemento unificante quella che invece non è che una caratteristica che identifica solo una parte del tutto.

L’errore di generalizzare, di applicare cioè a un intero gruppo di persone ciò che in realtà si riferisce solo a singoli, è molto diffuso ed è alla base di tante false verità.

 

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