A proposito della vicenda di Bruno Contrada

11 Lug

Nei giorni scorsi ha destato grande sorpresa la sentenza con la quale la Corte di Cassazione ha revocato la condanna a 10 anni di reclusione che la Corte di Appello di Palermo aveva emesso il 25 febbraio 2006 a carico di Bruno Contrada, ex capo della Squadra Mobile di Palermo ed ex funzionario del Sisde, giudicandolo colpevole del reato di concorso esterno in associazione mafiosa (Contrada era stato arrestato il 24 dicembre 1992).

Nel revocarla, la Corte di Cassazione ha definito quella condanna (divenuta definitiva nel 2007) “ineseguibile e improduttiva di effetti penali”.

Alla base di questa revoca sta il fatto che, secondo i giudici della Cassazione, all’epoca dei fatti contestati a Contrada (gli anni che vanno dal 1979 al 1988) il reato di concorso esterno in associazione mafiosa “non era sufficientemente chiaro e prevedibile”.

Non vengono quindi messi in discussione quei fatti, ma la loro riconducibilità ad un reato.

Il punto sul quale si dovrebbe riflettere, con calma, a mente fredda, senza lasciarsi coinvolgere nella solita sfida tra tifoserie contrapposte, senza voler a tutti i costi strumentalizzare questa sentenza di revoca, sta nel modo col quale viene normalmente trattata la delicata materia dei rapporti tra il mondo mafioso vero e proprio e quello esterno ad esso.

Chi conosce la materia sa bene che la caratteristica-chiave dell’organizzazione mafiosa risiede nella fitta rete di relazioni che la lega al mondo esterno, rete senza la quale quella che è una vera e propria struttura di potere verrebbe ridotta ad un’organizzazione solo criminale.

Quello che colpisce della vicenda di Bruno Contrada, più che la condanna penale (peraltro basata su alcune dichiarazioni di quelli che, un termine che più ambiguo, ipocrita, falso, non si può, vengono chiamati “pentiti”), è la condanna morale (e chissà se questa non ebbe un ruolo su quella).

Ed è proprio di questa condanna morale che voglio parlare.

Su che cosa si basa?

Sul fatto che Contrada ebbe contatti con esponenti di Cosa Nostra (contatti la cui esistenza non è in discussione).

Questa condanna prescinde dalle finalità di quei contatti, dall’uso fattone.

I “moralisti” non considerano l’ipotesi che quei contatti possano essere stati instaurati per conoscere dal di dentro l’organizzazione criminale e in questo modo poterla combattere più efficacemente (il discorso cambia, ovviamente, se quei contatti sono in realtà serviti a procurare vantaggi ad alcuni esponenti di Cosa Nostra).

Questi “puristi” pretendono in sostanza che chi, per il mestiere che fa, non può non entrare in contatto con certi personaggi, riesca nell’impresa di restare indenne da qualsiasi contatto compromettente.

Sarebbe come chiedere ad un spazzacamino di pulire l’interno di un camino e poi condannarlo per essersi sporcato di fuliggine gli abiti che indossava.

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