Archivio | marzo, 2018

Grave errore è quello di considerare il popolo un sistema omogeneo

14 Mar

Poche parole hanno una presa sulle persone, un potere quasi di fascinazione, evocativo di paradisi, come la parola “popolo”, parola magica.

Ma in realtà cosa vuol dire “popolo”?

Ne esistono diverse definizioni, come per esempio “comunità etnicamente omogenea”, “classe sociale più numerosa e meno privilegiata, “massa etnico-politica al livello inferiore e anonimo”, ecc.

Come si vede, non esiste una definizione univoca per questa parola, valida per tutti quelli che ne facciano uso.

Ma, in tutti i casi, uno è l’elemento che la caratterizza: l’omogeneità delle persone che fanno parte di questo insieme.

Ed è proprio qui che sta il problema, è proprio qui che casca l’asino: l’uso di un termine che presuppone omogeneità per indicare qualcosa che omogeneo non è.

Questo paradosso è presente soprattutto nel campo della sinistra politica italiana.

Se c’è infatti una cosa che la sinistra italiana non vede, non concepisce, della quale non si rende conto, è che il popolo non è solo quello di cui loro si sentono gli unici, autentici, titolati a rappresentare.

Non lo capirono nel 1956 (per loro era incomprensibile che quella rivolta in Ungheria potesse essere una rivolta popolare), non lo capirono col Fascismo (hanno sempre negato il largo consenso popolare del regime), non l’hanno mai capito con la criminalità organizzata meridionale (non capiscono, non vedono, che una parte considerevole del popolo meridionale si riconosce nei “valori” che la criminalità organizzata ha fatto propri, proprio per acquisire consenso presso il popolo).

C’è anche da dire che quella di far confusione col popolo non è un’abitudine nuova nella sinistra italiana.

Non lo capirono, per esempio, nel 1857, quando i 300 “giovani e forti” della spedizione di Carlo Pisacane vennero uccisi dal popolo non appena sbarcarono a Sapri, brutalmente uccisi da quello stesso popolo che pensavano insorgesse a loro favore.

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A proposito del voto del 4 marzo 2018

6 Mar

La foto dell’Italia che esce dal voto di domenica scorsa è prima di tutto quella di un Paese a chiazze.

Non che prima di domenica l’Italia fosse un Paese omogeneo, ma dopo la sua storica disomogeneità appare destinata ad aumentare.

In particolare, quello che dopo il voto appare sempre più largo e profondo è il fossato che separa il Sud e il Nord.

Da una parte (il Sud) una grossa fetta di Paese sempre più rassegnata a vivere in condizioni di sottosviluppo, e proprio per questa preda di facili illusioni (il reddito di cittadinanza), dall’altra una fetta altrettanto grossa di Paese, quella più produttiva, attratta dalla promessa di minori tasse (la cosiddetta flat tax).

Come sempre, quello che, dopo le elezioni, fa ridere è ascoltare i commenti dei vari osservatori sul voto degli elettori, sul perché hanno votato per Tizio, per Caio, per Sempronio, non conoscendo nulla di quelli che hanno votato per Tizio, per Caio, per Sempronio.

L’elemento però che trovo più divertente è sentir parlare di “popolo” gente che non ne fa parte, o che non ne rappresenta che una piccola, minuscola, numericamente insignificante, parte.

In questo ritrovo un classico difetto di ragionamento: la pretesa, di fronte ad una realtà disomogenea, formata da diverse parti, tra di loro diverse, e in molti casi privi di qualsiasi tipo di legame, di fermarsi ad esaminare con la lente d’ingrandimento solo un pezzetto di una delle tante tessere che compongono questo puzzle e, in forza di questo metodo, assolutamente superficiale, di poterlo considerare rappresentativo dell’intero puzzle.

Come se si esaminasse un pezzetto del fegato di un essere umano e lo si considerasse, quel pezzetto, non rappresentativo solo di quel fegato ma di tutto il corpo (ignorando cuore, polmoni, reni, occhi, cervello, ecc.).

Come se il corpo umano fosse un sistema omogeneo, come se fosse composto solo da un enorme fegato.

Questo metodo di analisi denota un’incapacità assoluta di cogliere le complessità dei fenomeni, e a maggior ragione, quella di capire le interazioni che esistono tra le diverse parti che compongono il tutto.

Ma ancor di più denota l’arroganza, tipica di alcune piccole minoranze, di pretendere di rappresentare qualcosa che in realtà non si rappresenta, di essere la voce autentica di chi voce non ha.

Non si erano ancora conclusi i primi commenti al voto di domenica ed ecco che, ieri pomeriggio, Renzi ha annunciato le sue dimissioni da segretario del PD e, nel farlo, ha anche dettato la linea del partito: nessun appoggio agli estremisti, nessun sostegno a chi ha condotto una campagna elettorale piena di odio, di falsità, di offese personali.

Subito dopo queste parole, chiare, nette, inequivocabili, sono venuti allo scoperto alcuni dirigenti del PD, che hanno preso le distanze dal loro segretario (un vecchio detto dice che la prima gallina che canta ha fatto l’uovo).

Ha poi parlato Emiliano (non si sa bene a che titolo), dicendo che le parole di Renzi ormai non contano nulla (e le sue, quelle di Emiliano, quanto contano?).

Il PD appare sempre più chiaramente una cittadella sotto assedio, circondata da assalitori che allettano gli assediati per poter far breccia nelle porte che chiudono l’ingresso.

Dall’alto delle torri di guardia si guarda però solo verso ciò che accade al di fuori della cittadella.

Come la Storia insegna, bisognerebbe guardare con molta attenzione anche (e soprattutto) a ciò che accade all’interno delle mura: in molti casi gli assalitori non hanno avuto bisogno di sfondare le porte, né di far ricorso a stratagemmi per entrare e aprirle dall’interno (come nel caso del famoso cavallo di Troia).

In molti casi le porte gliele ha aperte chi stava all’interno delle mura.

E la Storia si ripete, anche se non la si conosce.

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