L’evoluzione della sorte dell’investigatore nei romanzi di Leonardo Sciascia

19 Ott

<<Era un cretino>> disse don Luigi.

Con queste parole si conclude “A ciascuno il suo”, uno dei più intriganti romanzi di Leonardo Sciascia.

Quelle parole sono rivolte al professor Laurana, il personaggio che nel romanzo impersona la figura di colui che cerca di dipanare una matassa aggrovigliata per poter venire a capo della verità.

Non solo non ci riesce, non solo viene ucciso per aver indagato, ma viene pure deriso (“era un cretino”).

C’è un’amarezza, in quelle tre parole, una rabbia, un’ammissione d’impotenza di fronte a quello che sembra essere il destino di chi cerca la verità, che si rimane  senza parole, senza speranza.

Nei suoi romanzi successivi Sciascia avrebbe riproposto la figura dell’investigatore perdente, sconfitto, di colui che, proprio per la sua attività investigativa, viene ucciso.

Nel “Contesto” si tratta dell’ispettore Rogas, “il più acuto investigatore di cui disponesse la polizia”, e poi sarà la volta del Vice, il commissario di polizia che indaga nel “Cavaliere e la morte” (il romanzo forse più autobiografico dello scrittore di Racalmuto).

Entrambi questi funzionari dello Stato, così come era toccato al professor Laurana, vengono uccisi per aver indagato, per aver cercato di avvicinarsi alla verità.

Sembra che Sciascia voglia dire che la verità (e quindi la giustizia) è qualcosa di irraggiungibile, che il solo mezzo a disposizione per avvicinarsi ad essa, fino a sfiorarla, è la letteratura.

A proposito della sorte riservata alla figura dell’investigatore, è interessante seguirne l’evoluzione nel corso degli anni, dal “Giorno della civetta” (scritto nel 1960) fino a “Una storia semplice”, l’ultimo romanzo di Sciascia, scritto nello stesso anno della sua morte (1989).

Ed è proprio questo aspetto che voglio evidenziare in questo breve scritto (cerco sempre di usare il minor numero possibile di parole per esprimere ciò che voglio dire).

Se la sorte toccata a Rogas e al Vice è ancora più amara di quella toccata a suo tempo al capitano Bellodi (che se ne torna, sconfitto, nella sua Parma), ben diversa, e nuova, è la conclusione della vicenda di “Una storia semplice”.

Innanzitutto, a dispetto del titolo (in Sciascia c’era molta ironia, molto spesso non capita o, peggio, travisata), “Una storia semplice” è in realtà una storia complicatissima, nella quale si intuisce quanto siano fitte le ragnatele che coprono, nascondendola, la verità.

Eppure, una volta tolto il velo che la ricopre, la verità è semplice (nella vita quasi sempre si fa di tutto per rendere complicato ciò che in realtà è semplice).

Come ben sapevano gli antichi greci, per conoscere come stanno realmente le cose, per scoprire la verità, basta togliere quel velo, più o meno sottile, che la ricopre.

La figura dell’investigatore, che nel romanzo “Una storia semplice” è impersonata da un giovane brigadiere (anche in questo caso, chi va alla ricerca della verità è un vice, segno forse di una sfiducia dell’autore nei confronti delle figure ufficiali poste a capo delle istituzioni), riscatta tutte quelle dei romanzi precedenti.

Per la prima, ed unica volta, la vicenda narrata in un romanzo di Sciascia non si conclude con la sconfitta dell’investigatore, di colui che cerca la verità, ma con quella del colpevole: il giovane brigadiere spara per primo, uccidendolo, al commissario, che stava per sparargli.

E non sono certo casuali, come epigrafe di “Una storia semplice”, le parole di Dürrenmatt: Ancora una volta voglio scandagliare scrupolosamente le possibilità che forse ancora restano alla giustizia.

Quali possibilità erano rimaste a disposizione della giustizia a conclusione della vicenda, una volta che il giovane brigadiere aveva scoperto come erano andate le cose, una volta che aveva scopertola verità?

N.B.: nel suo ultimo romanzo, scritto in procinto di lasciare questo mondo, è al colpevole (in questo caso il commissario) che Leonardo Sciascia riserva l’epiteto di “cretino”, che anni prima aveva riservato all’innocente e ingenuo “investigatore” professor Laurana.

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